Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Trasloco

Pubblicato da Marco su 21 dicembre, 2010

A causa di una persecuzione giudiziaria internazionale ai danni del sottoscritto, il blog trasloca e cambia indirizzo. D’ora in poi, i cablogrammi di Spazio Libero saranno disponibili al civico www.marcomessina.it.

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L’impotenza delle elezioni

Pubblicato da Marco su 9 novembre, 2010

Negli Stati Uniti le elezioni di mid-term sono considerate un importante ‘termometro’ del gradimento politico della classe dirigente, più concreto e credibile di qualunque sondaggio italiano di Manheimer o Pagnoncelli. Poteva essere una buona occasione per i media nostrani di esaminare lo stato della società e dell’economia degli Stati Uniti, eppure, al di là dei soliti enfatici collegamenti di Giovanna Botteri al Tg3, non mi è parso di vedere altro. Forse un pò per non intaccare il mito di Obama, uscito con le ossa rotte dalle elezioni dopo aver perso il controllo della Camera del Congresso, un pò anche perchè troppo presi dalle entusiasmanti querelle Berlusconi-escort, Berlusconi-Fini, Berlusconi-gay.

Capire come se la passano i più democratici dei democratici nella culla del capitalismo globalizzato è fondamentale per comprendere anche la situazione italiana, che in molti aspetti, nonostante l’italiano appaia spesso come il più corrotto, frivolo e manipolabile, riproduce fedelmente quella statunitense.

L’analisi che segue è una fotografia lucida e cruda degli Stati Uniti amministrati dal premio Nobel Obama, con particolare riferimento al sistema di potere vigente, non solo quello politico, e alla continuità con le politiche dei precedenti governi, a dispetto delle apparenti contrapposizioni ideologiche e della illusoria chimera del cambiamento.

L’IMPOTENZA DELLE ELEZIONI

Gli americani senza lavoro, senza reddito, senza casa, senza speranza …

di Paul Craig Roberts

URL di questo articolo: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21760

Global Research, 4 NOVEMBRE 2010

Nel suo romanzo storico, Il Gattopardo, Giuseppe di Lampedusa scrive che le cose devono cambiare perché rimangano le stesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto nelle elezioni di medio termine del Congresso degli Stati Uniti il 2 novembre scorso.

La delocalizzazione del lavoro, che ha iniziato a diffondersi su larga scala dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha unito il Partito Democratico e il Partito Repubblicano in un solo partito con due nomi. Il tramonto dell’URSS ha cambiato l’atteggiamento dell’India socialista e della Cina comunista aprendo questi paesi, con le loro grandi riserve di forza lavoro in eccesso, ai capitali occidentali.

Spronati da Wall Street e Wal-Mart, il settore manifatturiero ha spostato la produzione nei mercati statunitensi offshore per aumentare i profitti e gli utili degli azionisti servendosi di manodopera a basso costo. Contestualmente, la diminuzione della forza lavoro statunitense ha ridotto il potere politico dei sindacati e la capacità degli stessi di finanziare il Partito Democratico. Il risultato finale è stato quello di rendere i Democratici e i Repubblicani dipendenti dalle stesse fonti di finanziamento.

Prima di questi sviluppi, le due parti, nonostante le loro somiglianze, rappresentavano diversi interessi e fungevano l’uno da controllore dell’altro. I Democratici difendevano il lavoro e concentravano la loro azione politica sulla fornitura di una rete di sicurezza sociale. Social Security, Medicare, Medicaid, buoni pasto, assicurazione contro la disoccupazione, sussidi per la casa, istruzione e diritti civili erano i principali temi trattati dai Democratici. I Democratici erano impegnati in una politica di piena occupazione e avrebbero accettato anche un po’ di inflazione pur di ottenere maggiore occupazione.

I Repubblicani rappresentavano il business. Erano interessati soprattutto nel porre un freno al governo in ogni sua manifestazione, dalla spesa pubblica alle politiche di regolamentazione sociale. La politica economica del Repubblicani consisteva nel battersi per ridurre il deficit di bilancio federale.

Queste differenze hanno portato competizione politica.

Oggi entrambe le parti dipendono finanziariamente da Wall Street, dal complesso militare e della sicurezza, dall’AIPAC [lobby ebraica], dall’industria petrolifera, dal mercato agroalimentare, dall’industria farmaceutica e dal settore assicurativo. Le campagne elettorali non si sviluppano più in dibattiti incentrati sulle tematiche politiche, ma sono diventate una gara a chi getta più fango addosso all’avversario.

La rabbia degli elettori è rivolta contro i politici attualmente in carica, il che è proprio quello che abbiamo visto alle recenti elezioni. I candidati del Tea party hanno infatti sconfitto i Repubblicani nelle primarie e i Repubblicani hanno sconfitto i Democratici nelle elezioni del Congresso.

D’altra parte, le politiche dei due partiti non cambieranno nella sostanza. Il cambiamento consisterà semplicemente nel fatto che i Repubblicani saranno maggiormente inclini rispetto ai Democratici a smantellare il più rapidamente possibile la rete di sicurezza sociale ed eliminare gli ultimi resti delle libertà civili. E questo avverrà mentre i potenti oligarchi privati continueranno a scrivere le leggi che il Congresso vota e il Presidente firma. I nuovi membri del Congresso scopriranno presto che la loro rielezione dipenderà dalla capacità di piegarsi alle volontà delle oligarchie di potere.

Questo potrebbe sembrare duro e pessimista. Ma volgiamo un attimo lo sguardo al passato recente. Nella sua campagna per la presidenza, George W. Bush criticava l’allora presidente uscente Bill Clinton per le sue politiche estere promettendo di ridimensionare il ruolo di poliziotto del mondo incarnato dagli Stati Uniti. Ma una volta in carica, Bush si mostrò fedele alla politica neocon ‘di imposizione dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti per via militare, il che significa occupazione di terre straniere, creazione di governi fantoccio e interventi finanziari per condizionare le elezioni di paesi esteri’.
Obama ha promesso il cambiamento. Egli ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo e di portare le truppe a casa, e invece ha rilanciato la guerra in Afghanistan e iniziato nuove guerre in Pakistan e Yemen, mentre prosegue la politica del predecessore Bush di minaccia verso l’Iran e di accerchiamento militare della Russia.

Senza lavoro, reddito, casa, prospettive e senza la speranza di carriera per i loro figli, gli americani oggi sono arrabbiati. Ma il sistema politico non offre loro alcuna possibilità di portare avanti un cambiamento. Possono cambiare i servi eletti degli oligarchi, ma non la politica e chi comanda davvero.

La situazione americana è terribile. La più immediata conseguenza che ha portato l’avvento di internet ad alta velocità è stata che, alla perdita di posti di lavoro negli stabilimenti produttivi, è seguita l’emorragia occupazionale nel settore dei servizi, quali l’ingegneria del software, che un tempo era un trampolino di lancio per i laureati americani. La classe media oggi non ha prospettive. La forza lavoro americana e la distribuzione del reddito è simile a quella di un paese del terzo mondo, con reddito e ricchezza concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione è impiegata in lavori domestici. Negli ultimi anni la creazione netta di nuovi posti di lavoro si è concentrata su umili occupazioni sottopagate, come cameriere, barista, infermiere di ambulatorio e impiegati nella vendita al dettaglio. La popolazione e i nuovi operatori del mercato del lavoro continuano a crescere molto più rapidamente delle opportunità di lavoro.

Perchè questi temi vengano presi in considerazione ci sarebbe bisogno di maggiore consapevolezza da parte della politica della crisi profonda che stiamo vivendo. Si potrebbe forse ricorrere alla tassazione per incentivare le società americane a produrre internamente i prodotti e servizi destinati ai mercati USA. Tuttavia, le multinazionali e Wall Street si opporrebbero a questo cambiamento.

La diminuzione di gettito fiscale derivante dalla perdita di posti di lavoro, i salvataggi bancari, i programmi di stimolo economico e le guerre hanno moltiplicato da tre a quattro volte il deficit di bilancio degli Stati Uniti. Il disavanzo è ormai troppo grande per essere finanziato dal surplus commerciale della Cina, Giappone e OPEC. Di conseguenza, la Federal Reserve sta portando a termine un massiccio programma di acquisto di buoni del Tesoro e altri titoli di debito. La proroga di tali acquisti minaccia il valore del dollaro e il suo ruolo come valuta di riserva. Se il biglietto verde perde la sua credibilità di moneta di riserva, la fuga dal dollaro potrebbe incidere pesantemente sui redditi da pensione degli americani e sulla capacità del governo degli Stati Uniti di autofinanziarsi.

Eppure, tutte queste politiche distruttive continuano. Non vi è alcun nuova regolamentazione del settore finanziario, perché la finanza non lo permetterà. Le guerre proseguono inesorabilmente, perché i profitti servono a finanziare il complesso militare e della sicurezza e a promuovere gli ufficiali militari ad un grado più elevato e con più alti livelli pensionistici. Elementi all’interno del governo spingono per l’invio di truppe in Pakistan e in Yemen. La guerra con l’Iran è ancora sul tavolo. Ed è in corso la demonizzazione della Cina, che è vista come la causa dei problemi economici degli Stati Uniti.

Critici e Informatori vengono eliminati. Il personale militare che diffonde le prove di crimini di guerra viene condotto agli arresti. Il Congresso chiede che siano giustiziati. Il fondatore di Wikileaks sta cercando di far perdere le proprie tracce, mentre i neoconservatori scrivono articoli con cui chiedono la sua testa agli assassini della CIA. I media che hanno appoggiato le fughe di notizie a quanto pare sono stati minacciati dal capo del Pentagono Robert Gates. Secondo il sito Antiwar.com, il 29 luglio Gates “ha ribadito che non sarebbe fuori dagli obiettivi della CIA il fondatore di Wikileaks Julian Assange o uno qualunque della miriade di mezzi di comunicazione che hanno riferito sulle fuga di notizie”. http://news.antiwar.com/2010/07 / 29/gates-wont-rule-out-targeting-assange-media-in-leak-investigation/

Il controllo degli oligarchi si estende anche ai media. L’amministrazione Clinton ha permesso ad un ristretto numero di grandi corporation di possedere i media americani. I dirigenti delle società pubblicitarie, e non i giornalisti, detengono il controllo dei nuovi media americani, e il valore delle mega-corporazioni dipende dalle concessioni governative. L’interesse dei media è quindi intrecciato a quello del governo e degli oligarchi.

In cima a tutti gli altri fattori che hanno reso le elezioni americane di medio termine prive di senso, c’è la disinformazione che impedisce agli elettori di ricevere le informazioni corrette da parte dei media sui problemi che essi e il paese devono affrontare.

Dal momento che la situazione economica è destinata a peggiorare, la rabbia crescerà. Ma gli oligarchi terranno lontani da se stessi questa rabbia e la dirigeranno verso gli elementi più vulnerabili della popolazione e verso i “nemici stranieri”.

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The Matrix

Pubblicato da Marco su 15 ottobre, 2010

Continua su Repubblica l’ipocrita crociata contro il revisionismo dell’Olocausto. Ad alzare la voce questa volta è il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, che ha invitato il governo a prendere provvedimenti contro i ‘negazionisti’ della Shoah. Governo che ha prontamente risposto, tramite una lettera firmata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, promettendo massimo impegno nel contrastare l’ignoranza e la cecità ideologica di questi storici revisionisti senza scrupoli. A Letta si sono presto accodati scondinzolanti i presidenti di Camera e Senato, bramosi di sodomizzare ancora una volta la Costituzione con una legge ad hoc. A seguire, con un incredibile e commovente afflato unanime parlamentare, tutta l’opposizione, anche la quella ‘vera’ dell’Idv, che per l’occasione si è riunita sotto lo slogan ‘La Costituzione non si tocca, ma una palpatina ogni tanto non si nega a nessuno’, si è scagliata contro i negazionisti dell’Olocausto, colpevoli di idiozia acuta perchè ‘negano la verità’ ricercandola. Tra i numerosi interventi di queste ore, particolarmente divertente è quello di Fabio Mussi, presidente del comitato scientifico di Sinistra e Libertà, il quale, perso nella sua cosmica ignoranza sull’argomento, ha dichiarato che in un paese civile di una legge contro i negazionisti non ci sarebbe bisogno, tacciando di inciviltà la Francia, che già sbatte in galera chi nega l’Olocausto, e dimostrando di non sapere che molte tesi revisioniste sono avallate da esperti e ingegneri che lui dovrebbe rappresentare nel suo partito.

Oggi ho vissuto un’esperienza mistica. Tutto è iniziato con la lettura di questo articolo:

Shoah, Letta rassicura Pacifici

“Governo contro negazionismo”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega lo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA - Il governo è impegnato per la verità, contro il negazionismo. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quellapubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Le posso assicurare – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda pietà per i nostri concittadini scomparsi, così da costruire un futuro di pace  e di amore per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi ha avuto la dolorosa opportunità di conoscere, direttamente o attraverso testimonianze, quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” quelle atrocità.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza rafforzasse l’impegno del nostro paese nel contrastare voci negazioniste persino nelle università, fortunatamente in modo isolato, ma presenti in misura più preoccupante nella rete web. Voci che contraddicono la storia. Consideriamo queste posizioni – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con una sua dignità e diritti inviolabili”.

Terminata la lettura, ho iniziato a frugare freneticamente tra le mie cose alla ricerca di una pillola, una pillola rossa. Quando finalmente l’avevo sul palmo della mia mano, un sorriso di compiacimento mi si è stampato sul viso. Ho chiuso gli occhi, aperto la bocca e, dopo pochi secondi, la miracolosa capsula era già nel mio stomaco. Ad un tratto nulla mi sembrava come prima. I muri, l’aria, gli odori, i colori, tutto mi sembrava nuovo, attraente, migliore, e giusto. Sembrava un sogno, un piacevole sogno. Poi ho riaperto il sito di Repubblica e ho cliccato di nuovo l’articolo sulla Shoah. Ed ecco cosa ho trovato:

Shoah, Letta blocca Pacifici

“Governo a favore della libertà di espressione”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega la libertà di ricerca sullo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA Il governo è impegnato per la verità, contro gli antinegazionisti. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quella pubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Devo ricordarLe – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda solidarietà per coloro i quali sono perseguitati per aver pubblicato o diffuso studi revisionisti, così da costruire un futuro di libertà e di giustizia per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi si fa carico di approfondire la conoscenza di quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” ogni limitazione alla libertà di espressione e di ricerca.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza non venga strumentalizzata per attaccare voci contrastanti la versione ufficiale della Shoah persino nelle università, anche se in casi sporadici, ma fortunatamente presenti in misura più capillare nella rete web. Voci che contraddicono la storiografia ufficiale. Consideriamo la Sua posizione – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con un suo pensiero critico e diritti inviolabili”.

Mi sono rimaste ancora un paio di pillole, qualcuno ne vuole?

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The Town

Pubblicato da Marco su 12 ottobre, 2010

A Charleston, quartiere di Boston, una banda di rapinatori furoreggia saccheggiando banche e furgoni portavalori. E’ un lavoro come un altro, si dice a Charleston. Si tramanda di padre in figlio. Ma un bel giorno, nel corso di una rapina in banca, qualcosa va storto. La direttrice viene rapita, ma è liberata quasi subito. Doug (Ben Affleck), capo della banda, decide di seguire i suoi movimenti nel timore che possa rivelare qualcosa all’FBI. Finirà per innamorarsene.

E’ impossibile evitare il confronto con Heat-La sfida, poderoso film di Michal Mann del 1996. Le somiglianze sono numerose: banda di rapinatori composta da quattro elementi; uno di loro amico fidato del leader protagonista (De Niro in Heat, Affleck in The Town); banche e furgoni portavalori obiettivi principali della banda; amante del protagonista (Amy Brenneman in Heat, Rebecca Hall in The Town) inizialmente ignara della natura criminale del suo uomo; progetto di partire e andare lontano dopo il ‘colpo finale’ per entrambi i protagonisti dei film; maschere al posto dei passamontagna; ambulanze usate per camuffare la fuga dalla scena della rapina. E potrei continuare.

Appurato, quindi, che The Town non brilla per originalità, e soprattutto che si collochi distante molte miglia da un capolavoro del cinema moderno come Heat – La Sfida, lungometraggio ancora inarrivabile per forza, tensione emotiva, ritmo, eleganza, caratterizzazione dei personaggi, raffinatezza scenica e linguistica, il film di Ben Affleck merita comunque un plauso per aver costruito, seppur con strumenti già collaudati, una buona storia, avvincente e mai banale. A mia memoria, tra i migliori film del genere degli ultimi anni, insieme a I Padroni della notte (James Gray, 2007). Da vedere.

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Cogito ergo dubito

Pubblicato da Marco su 8 ottobre, 2010

Sul sito Repubblica.it ieri è apparso un articolo che riguarda un professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’università di Teramo, prof. Claudio Moffa, che il 25 settembre scorso ha tenuto una lezione sull’Olocausto, con particolare riferimento alle tesi che negano la versione ufficiale e comunemente accettata sui tragici avvenimenti che insanguinarono l’Europa nel corso del secondo conflitto mondiale. Alcune delle frasi choc pronunciate dal prof. Moffa, che tanto scandalo sembrano destare nella redazione de La Repubblica, sono le seguenti: “Non c’è alcun documento di Hitler che dicesse di ‘sterminare tutti gli ebrei’”; “L’edificio che viene mostrato ai ragazzi delle scuole ad Auschwitz  è un edificio che non ha nessuna delle caratteristiche tecniche atte ad essere stato una camera a gas. Il Zyklon B veniva usato per disinfestare gli abiti dei reclusi: se usato al fine di ‘gassarè i deportati, nelle quantità previste e raccontate da Rudolph Höss (comandante di Auschwitz, ndr) al processo di Norimberga, sarebbe stato tecnicamente impossibile. La cifra e i tempi forniti da Höss, di 2000 persone gassate al giorno, non fanno tornare i conti”.

Il disappunto dell’autore dell’articolo, Marco Pasqua, si manifesta inizialmente quando scrive: “[...] il video è pubblicato sulle pagine web del docente, sulle quali appaiono frequentemente articoli in difesa della libertà di espressione, fatta coincidere, in questo caso, con la libertà di negare l’Olocausto”. Si lascia intendere che non può esistere la libertà di negare l’Olocausto. Fare ricerca e dimostrare l’infondatezza o la falsità di fatti storici che, seppur universalmente riconosciuti, non sono mai stati indagati sino in fondo, secondo Repubblica non farebbe parte della libertà di espressione? Il secondo quotidiano più importante d’Italia sarebbe quindi a favore del reato di opinione? O, peggio, di indagine? Sarà questo allora il motivo per cui Repubblica ignora che in Francia esiste la legge Gayssot che dichiara reato mettere in dubbio l’esistenza dei crimini nazisti. E ignora soprattutto il fatto che un ingegnere chimico francese di 41 anni, Vincent Reynouard, è attualmente in carcere per aver diffuso un opuscolo con cui proponeva il suo punto di vista sull’Olocausto nazista. Nessun omicidio, né alcuna violenza. Solo un’opinione. Per Reynouard nessun Saviano si straccia le vesti per difendere la sua libertà d’espressione.

E’ questa la coerenza di Repubblica: da una parte si raccolgono firme per difendere una condannata per omicidio in Iran e dall’altra si mette alla gogna un professore italiano con l’accusa di aver reso partecipe i propri allievi delle sue ricerche storiche.

E’ il paradosso. E non finisce qui. In un passaggio successivo, Pasqua si spinge ad invocare il contraddittorio alle parole di Moffa, dimostrando di aver conseguito il patentino di giornalista senza aver mai frequentato un’aula universitaria, perchè altrimenti saprebbe che regolarmente le lezioni si svolgono senza contraddittorio (mi sembra di riascoltare gli attacchi furibondi alle trasmissioni televisive di Luttazzi, reo di fare ‘satira senza contraddittorio’).

Le ultime chicche di Pasqua per screditare Moffa sono, in primo luogo, il suo ‘elogio ad Ahmadinejad’, come se il leader iraniano fosse il primo della lista dei ricercati dell’FBI, e, in secondo, le parole del presidente della Comunità Ebraica Renzo Gattegna, che si chiede quali siano le “reali intenzioni” dei revisionisti della Shoah. Le intenzioni sono spiegate chiaramente dal professor Moffa, il quale, citando lo storico ebreo Norman Finkelstein e il suo libro ‘L’industria dell’Olocausto’, parla di “un arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze al mondo (lo Stato di Israele, nda) ha acquisito lo status di vittima. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche”. Oltre al legittimo desiderio di fare chiarezza su avvenimenti storici di così grande portata, lo scopo del revisionismo dello sterminio ebreo è essenzialmente politico, cioè dimostrare quanto incerte siano le basi da cui prendono le mosse i sentimenti di solidarietà e comprensione che da sempre siamo abituati a nutrire verso il popolo ebreo e lo stato d’Israele, fino a giustificare o ignorare ogni sorta di crimini e abusi di cui il paese giudeo si è reso protagonista dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il clima di intolleranza sollevato da Repubblica verso le divergenze dal pensiero unico indotto viene esacerbato dai commenti degli utenti, che si lasciano andare a insulti, auspici di una subitanea condanna della magistratura (con quale reato?) e inviti ad andare a vivere in Iran, neanche fosse la Cambogia di Pol Pot, peraltro ignorando che proprio su Repubblica qualche giorno fa un giornalista raccontava di un tranquillo viaggio in moto attraverso l’Iran, il paese canaglia nemico dell’Occidente, durante il quale ha ricevuto solo ‘amicizia e ospitalità’. Ma naturalmente questo articolo non prevedeva commenti.

Leggo proprio ora che anche i politici, dal ministro dell’Istruzione a esponenti dell’opposizione, stanno alzando la voce all’indirizzo di Moffa, per il quale si prevedono provvedimenti. Le accuse sono davvero strampalate e mostrano chiaramente che non si sa di cosa si sta parlando. Si va dall’apologia del nazismo (semmai è il contrario, i revisionisti ne ridimensionano la forza) all’odio razziale (come può una ricerca storica produrre odio razziale?) fino all’accusa di ‘dire che la Shoah non è mai esistita’ (i revisionisti non negano l’Olocausto, ma ne contestano i numeri e la storiografia).

Il dubbio è un toccasana per la mente, specie quella di uno studente universitario.

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La pulizia etnica della Palestina

Pubblicato da Marco su 25 settembre, 2010

Nel 1948 si è consumato uno dei più gravi crimini contro l’umanità che la storia ricordi. Il secondo conflitto mondiale era appena finito e un popolo, quello ebreo, decimato dalle persecuzioni naziste, cercava una terra dove stabilirsi, riunirsi e diventare Stato. La terra prescelta era quella indicata dalle sacre scritture: la Terra Promessa. Promessa da Dio ad un popolo che aveva subito la tragedia dell’Olocausto e meritava pace, serenità e futuro. Ogni cosa sembrava perfetta: dolore, sopruso, morte, e rinascita. Tutto nel nome di Dio, anzi Jahveh. Peccato che questo sia avvenuto a spese di un altro popolo, totalmente estraneo alle sofferenze degli ebrei: i Palestinesi. Questi si erano macchiati dell’unica colpa di trovarsi in una terra che i teorici del Sionismo avevano deciso dovesse diventare la loro terra, e dei loro discendenti. Lì, all’ombra degli aranceti, sarebbe nato uno Stato guidato da leader accomunati dalla ferrea volontà di nascondere e far dimenticare l’orribile e violenta genesi d’Israele.

La storia della Nabka (termine arabo cui si intende la ‘catastrofe’ o ‘tragedia’ del popolo palestinese) inizia nella Casa Rossa di Tel Aviv, edificio che ospitava il quartiere generale dell’Haganà, organizzazione armata clandestina sionista che, insieme all’Irgun e Stern, mise in atto il piano Dalet, il programma di sterminio e allontanamento dei Palestinesi dalle loro terre. In pochi mesi i soldati israeliani distrussero 531 villaggi arabi e svuotarono 11 quartieri urbani. 800.000 palestinesi furono allontanati con la minaccia delle armi dalle loro case e da terre che rappresentavano la loro storia e la loro ricchezza, forti di una tradizione contadina tramandata per secoli attraverso le generazioni.

Safad, Giaffa, Deir Yassin, Acri, Baysan, Sirin, Dawaymeh. Villaggio dopo villaggio, agglomerato urbano dopo agglomerato urbano, le armate ebraiche annientarono il popolo palestinese inanellando una serie incredibile di efferati rastrellamenti e gettando migliaia di famiglie in un baratro di disperazione, solitudine e morte per molti anni a venire.

Le ragioni di questi atti terroristici risiedono nelle idee di uomini come Theodore Herzl e Leo Moztkin, che alla fine del diciannovesimo secolo posero le basi del Sionismo. Il progetto sionista consisteva essenzialmente nella creazione di uno stato ebraico indipendente e popolato interamente da persone di razza ebraica; questo stato sarebbe nato nelle terre di Palestina, secondo i sionisti per lo più deserte o popolate da sparute comunità di arabi senza arte né parte, quindi carne da macello per le armate giudee, che agli ordini di uomini come David Ben Gurion, Menachem Begin, Ariel Sharon, considerati ‘padri della patria’ nell’attuale Israele, si incaricarono di tradurre in azione le idee pianificate a tavolino dagli strateghi sionisti.

Partendo dai diari di Ben Gurion, da documenti ufficiali israeliani e dai racconti dei superstiti, lo storico israeliano Ilan Pappe, esibendo un raro coraggio nel mettere in discussione la legittimità del suo paese, ricostruisce la vera storia del conflitto israelo-palestinese, dalla lucida e cinica dearabizzazione della Palestina del 1948, resa possibile anche dalla complice indifferenza della Gran Bretagna mandataria e seguita da risoluzioni ONU tutt’altro che eque e pacificatrici, fino agli ipocriti negoziati di pace degli ultimi 20 anni, che hanno visto il presidente USA di turno tentare di mediare tra le parti in causa ignorando i punti fondamentali della questione mediorientale: il rientro dei profughi del ’48 e la definizione corretta dei confini preestistenti alla ‘Guerra dei Sei Giorni’ del 1967.

La grande verità che emerge da queste pagine è che tutta la questione israelo-palestinese sia stata posta dai media occidentali in maniera errata. Essi, infatti, ignorano sapientemente episodi cruciali del conflitto, la cui conoscenza oggi modificherebbe sensibilmente l’opinione pubblica internazionale sul tema. Non si può negoziare sul congelamento degli insediamenti coloniali e sui confini della Cisgiordania e della Striscia di Gaza senza ricordare che si sta parlando di territori che rappresentano solo il 22% della Palestina originaria. Sarebbe come occupare l’appartamento accanto e, cedendo alle pressioni di tutti i condomini, concedere al vicino, nel frattempo costretto a dormire sulle scale, di accettare un accordo col quale ci si impegna a restituirgli solo il tinello e lo sgabuzzino.

Esiste un torto a monte, un peccato originale che macchia la candida veste democratica di Israele, e cioè la storia di villaggi distrutti, case bruciate, esprori di terre, esecuzioni sommarie, stupri e deportazione di migliaia di profughi palestinesi, i cui discendenti oggi si stima siano 2,5 milioni. A questo è seguita una politica di continue minacce ed espansioni territoriali da parte di Israele, intervallate dalle rappresaglie spesso violente dei palestinesi, culminate con la guerra del ’67 e l’acquisizione di nuovi territori.

E’ importante capire questo prima di affrettarsi a condannare i rifiuti da parte dei vari leader palestinesi di apporre la firma su accordi di pace quasi sempre a loro sfavorevoli o etichettare come terrorismo gratuito episodi di resistenza palestinese contro la prepotenza israeliana. Oltre a raccontare un importante capitolo della storia recente, La pulizia etnica della Palestina aiuta a comprendere gli attuali equilibri politici che ruotano attorno alla questione del Medio Oriente e i possibili scenari futuri, e soprattutto a schivare le insidie dei mezzi di informazione occidentali, anche italiani, ormai smaccatamente vocati alla propaganda filo-atlantista.

22 settembre 2010, CNN. Larry King intervista Mahmud Ahmadinejad:

King: Gli Stati Uniti sostengono Israele perchè un’enorme quantità di persone è stata sterminata per il solo fatto di essere ciò che sono. I morti furono tra i sette e gli otto milioni. Noi siamo un paese umanitario, per questo aiutiamo Israele. Molti ebrei hanno scelto di vivere qui. E molti ebrei hanno creato uno stato in Israele perchè vogliono vivere in pace. Anche Castro ha dichiarato che esiste il problema dell’antisemitismo e tutti noi siamo chiamati a riconoscerlo.

Ahmadinejad: E’ davvero questa la motivazione dell’apporto che gli USA offrono a Israele, la difesa dei diritti umani?

King: Certamente.

Ahmadinejad: Dove furono uccise queste persone? Furono uccise in Palestina? Per mano dei Palestinesi?

King: Non è importante dove furono uccise, ma il fatto che morirono.

Ahmadinejad: Bene, allora, dal momento che in Iraq sono morte un milione di persone, per lei sarebbe un problema se gli iracheni decidessero di occupare gli Stati Uniti? Sono morti in Iraq. Lei accetterebbe il fatto che gli iracheni si stabilissero negli Stati Uniti?

King: Sta dicendo che gli Stati Uniti hanno commesso un genocidio? E’ questo che sta dicendo, vero?

Ahmadinejad: Si, ed è accaduto in Iraq come in Afghanistan. Ma questo è un altro discorso. Io voglio sapere da lei se, quando in un paese vengono violati i diritti umani delle persone, seguendo il suo ragionamento, ipotizzando quindi realistiche le sue affermazioni, questo autorizzerebbe gli oppressi ad andare ad occupare un’altro paese? Esiste una logica in tutto questo? Secondo lei, seguendo questa logica, ci sarebbe ancora un posto davvero sicuro nel mondo?

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Alcune grandi menzogne della Scienza

Pubblicato da Marco su 22 luglio, 2010

Informarsi costa tempo e impegno. Quando non si è al lavoro o al market, alla difficile lettura di un articolo di economia o geopolitica è facile preferire il più distensivo e alienante cazzeggio. Il cazzeggio distrae, diverte, è figo. E’ vero. Ma quando inibisce la voglia di porsi delle domande su ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo, allora diventa un narcotico pericoloso. Leggo blog e siti di approfondimento indipendenti da più di due anni con una certa assiduità, e vedo lentamente crollare nella mia mente un castello di certezze più o meno granitiche sui dogmi ufficiali della realtà in cui viviamo, lasciando al suo posto fatti, date, nomi e domande, tante domande.

Non so se le torri gemelle siano crollate per un inside job, se le scie chimiche fanno parte di un piano coordinato di natura militare con lo scopo di avvelenare lentamente la popolazione mondiale, se il sistema bancario si fonda su meccanismi truffaldini ideati allo scopo di affamare la gente e costringerla a ipotecare anche l’anima, se il Nuovo Ordine Mondiale sia il progetto politico degli Illuminati che dall’impero babilonese ai giorni nostri controllano i cardini principali della società, se l’organizzazione massonica della Rosa Rossa si nasconda dietro i delitti del mostro di Firenze, se i fatti più noti di pedofilia siano la punta dell’iceberg di una rete internazionale di pedofili di cui fanno parte personaggi molto in vista della politica e delle istituzioni. Quello che so è che la verità ufficiale è spesso incompleta, vaga, reticente e spudoratamente falsa.

ALCUNE GRANDI MENZOGNE DELLA SCIENZA

di Dr Denis G. Rancourt

“La maggioranza dei politici, sulla base delle prove a nostra disposizione, non sono interessati alla verità ma al potere ed alla sua conservazione. Per non intaccare questo potere è necessario che le persone restino ignoranti, ignoranti della verità, anche di quella verità che riguarda le loro vite. Ciò che ci circonda è dunque un grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo” – Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura nel 2005.

La forza delle gerarchie di potere che controllano le nostre vite dipende da ciò che Pinter definisce “il grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo”. Pertanto, le principali istituzioni che ci collegano a queste gerarchie – e cioè scuole, università, mass media e società di intrattenimento – hanno come scopo principale quello di creare e proteggere l’arazzo. A questo appartiene tutto l’insieme di scienziati e intellettuali a cui è stato affidato il compito di “interpretare” la realtà.

In effetti, gli scienziati e gli “esperti” modellano la realtà in modo da renderla sempre adattabile e coerente con l’arazzo mentale del momento. Essi devono anche inventare e costruire nuove branche dell’arazzo in modo da servire anche gli interessi di gruppi di potere specifici offrendo loro nuove occasioni di profitto. Questi servitori del Potere vengono poi regolarmente ricompensati con avanzamenti di carriera.

La menzogna del denaro

Gli economisti rappresentano l’esempio più lampante di questo sistema. Probabilmente non è un caso che negli Stati Uniti alla fine del XIX° secolo la categoria professionale degli economisti sia stata la prima ad essersi ‘spaccata’, in una battaglia che ha contribuito a definire i confini della libertà di insegnamento nelle università. Il sistema accademico avrebbe da quel momento in poi imposto una rigorosa distinzione tra un modo di agire incentrato sull’ipotesi e la teoria, considerato accettabile, ed uno fondato sulla riforma sociale, ritenuto inaccettabile [1].

Qualunque accademico che desideri far carriera sa bene cosa significhi questo. Contestualmente, nonostante la lontananza dalla società reale, il mondo accademico è divenuto abile a sviluppare una immagine altisonante di sé, usando espressioni quali: ‘La verità è la nostra arma più efficace’, ‘La penna è più forte della spada’, ‘Una buona idea può cambiare il mondo’, ‘La ragione ci conduce fuori dalle tenebre’, e così via.

La mission dell’economia è diventata quindi nascondere la menzogna del denaro. La nefasta pratica del prestito, la fissazione dei prezzi e i controlli monopolistici sono state le principali minacce al diritto naturale di un mercato libero, e si sono manifestate soltanto come difetti di un sistema auto-regolato che potrebbe essere tenuto a freno attraverso adeguamenti dei tassi di interesse e altre “garanzie”.

Intanto, nessuna delle principali teorie economiche fa menzione del fatto che il denaro viene creato all’ingrosso da un sistema bancario a riserva frazionaria che persegue segretamente gli interessi di privati a cui è stato assegnato il potere di generare e distribuire debito che sarà poi restituito (con gli interessi) dall’economia reale, innescando in tal modo una continua concentrazione di beni e potere nelle mani di pochi a scapito di tutte le economie locali e regionali.

Tutti noi invece i soldi dobbiamo guadagnarceli perchè non possiamo crearli dal nulla e non ne possediamo mai un centesimo in più fino alla morte. La classe media paga un affitto o un mutuo. La schiavitù salariale viene perpetuata, diffusa in aree stabili e istituita nelle sue forme più pericolose in tutti i territori di nuova conquista.

E‘ abbastanza singolare che la più grande truffa (creazione di moneta privata come debito) mai perpetrata e applicata su scala planetaria non trovi spazio nelle teorie economiche.

Gli economisti sono talmente presi dal calcolare gli alti e i bassi dei profitti, i rendimenti, i tassi d’occupazione, i valori di borsa, ed i benefici delle fusioni per gli operatori di medio livello da non accorgersi di trascurare alcuni elementi fondamentali. E’ come occuparsi della costruzione di un edificio ignorando il fatto che il terreno è situato in zona sismica mentre gli avvoltoi svolazzano in cielo formando un cerchio.

E intanto i finanzieri scrivono e riscrivono le norme a loro uso e consumo, anche se non risulta dalle loro teorie macroeconomiche. L’unico elemento ‘umano’ che gli economisti considerano nei loro ‘profetici’ modelli matematici è il trend di consumo per le fasce sociali basse, e non la manipolazione del sistema in quelle più alte. La corruzione è la norma, nonostante non appaia nelle analisi economiche. Le economie, le culture e le infrastrutture delle nazioni vengono deliberatamente sfasciate allo scopo di asservire le generazioni future ad un nuovo e più grande debito nazionale, mentre gli economisti fanno previsioni catastrofiche se questi debiti non saranno onorati…

Strumenti di gestione per i padroni, e fumo e specchi per noialtri. Grazie agli esperti economisti.

La medicina è la salute della menzogna

A tutti è capitato di ascoltare un medico, magari alla radio, dichiarare che l’aspettativa di vita è aumentata grazie alla medicina moderna. Nulla di più lontano dalla verità.

L’aspettativa di vita è aumentata nei paesi del Primo Mondo, grazie ad una mancanza storica di guerre civili e territoriali, cibi migliori e più accessibili, meno lavoro e infortuni sul lavoro, migliori condizioni di lavoro e di vita generale. L’indicatore più importante dello stato di salute di un paese è quello economico, a prescindere dall’accesso alla tecnologia medica e farmaceutica.

La medicina non ha allungato l’aspettativa di vita. Al contrario: essa ha in realtà avuto un impatto negativo sulla salute dell’uomo. Gli errori medici (senza contare i decessi attribuiti erroneamente a ‘trattamenti’ gestiti in maniera corretta) sono la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo le malattie cardiache e il cancro, e vi è un ampio divario tra questa stima conservativa del numero di morti causati da errori medici e la quarta principale causa di morte [2]. Dato che la medicina può fare ben poco per le patologie cardiache e il cancro, e dal momento che ha solo un effetto statistico positivo limitato nel settore degli interventi post-traumatici, possiamo concludere che la salute pubblica potrebbe migliorare se tutti i medici semplicemente sparissero. Basti pensare a tutte le perdite di tempo e lo stress che le persone malate risparmierebbero…

Uno dei luoghi più pericolosi per la società è l’ospedale. Negli errori medici rientrano le diagnosi e le prescrizioni sbagliate, le prescrizioni di farmaci che non dovrebbero essere combinati, interventi chirurgici inutili, superflui o trattamenti mal gestiti a base di chemioterapia, radioterapia e chirurgia correttiva.

In questa menzogna rientra anche l’idea che i medici riescano sempre a capire il funzionamento del corpo umano. E’ proprio questa falsa convinzione che ci porta a riporre la nostra fiducia nei medici, favorendo così i profitti delle grandi case farmaceutiche.

La prima cosa che i volontari di Medici Senza Frontiere (MSF) dovrebbero fare nelle zone colpite dai disastri è dimenticare la loro ‘formazione medica’ e darsi da fare per soddisfare i bisogni primari della popolazione, come acqua, cibo, riparo, e le misure necessarie alla prevenzione delle epidemie, e non somministrando vaccini, intervenendo chiururgicamente o somministrando farmaci…La salute pubblica deriva principalmente dalla sicurezza, stabilità e giustizia sociale, dal benessere economico, piuttosto che da risonanze magnetiche (MRI) e medicine.

Questi cialtroni applicano sistematicamente “trattamenti consigliati” mai testati e prescrivono pericolosi medicinali per ogni tipo di disturbo: pressione alta, stile di vita sedentario, cattiva alimentazione, apatia a scuola, ansia nei luoghi pubblici, disfunzioni erettili post-adolescenziali, disturbi del sonno, e tutti gli effetti collaterali causati proprio da questi farmaci.

Seguendo una incredibilmente perversa – seppur professionale – logica, i medici preferiscono somministrare farmaci per rimuovere i sintomi che sono indicatori di rischio, piuttosto che affrontare le vere cause delle patologie, ottenendo come unico risultato quello di aggredire ulteriormente l’organismo.

E’ assurdo ciò che oggi la medicina rappresenta per noi: essa è solo uno strumento per instupidirci (ovvero mantenerci ignoranti del funzionamento del nostro corpo) e renderci artificialmente dipendenti dalle gerarchie di potere. Le persone economicamente svantaggiate non muoiono per scarsità di cibo, ma per le precarie condizioni di vita e le sofferenze derivanti dalla loro povertà. I medici confesserebbero mai alla radio questa evidente verità?

Menzogne della scienza sull’ambiente

Lo sfruttamento estrattivo delle risorse, l’espropriazione delle terre e la creazione e la diffusione di schiavitù salariale sono devastanti per le popolazioni indigene e per l’ambiente su scala globale. E’ quindi fondamentale nascondere questi crimini sotto un velo di analisi di esperti e di vaghe politiche di sviluppo. Una prestigiosa classe di intellettuali, composta da studiosi dell’ambiente e consulenti, è utilie proprio questo scopo.

Gli esperti ambientali, più o meno consapevolmente, lavorano fianco a fianco con i truffatori della finanza, media mainstream, politici e burocrati nazionali e internazionali per mascherare i problemi reali e creare nuove opportunità di profitto per esclusive élite potere. Ecco alcuni casi particolari.

Freon e Ozono

Conoscete qualcuno che è stato ucciso dal buco dell’ozono?

Il Protocollo di Montreal del 1987 che vieta i clorofluorocarburi (CFC) è considerato un caso emblematico in cui la scienza e la governance globale raggiunsero un accordo per il bene della Terra e i suoi abitanti. Ma quante volte questo accade per davvero?

Proprio in concomitanza con la scadenza del brevetto Du Pont per la produzione di freon (TM), il refrigerante più utilizzato del mondo, i media principali iniziarono a raccogliere osservazioni scientifiche altrimenti arcane e ipotesi circa la concentrazione di ozono negli strati alti dell’atmosfera al di sopra dei poli.

Questo ha portato ad una mobilitazione internazionale per criminalizzare i CFC, mentre DuPont sviluppava e brevettava un refrigerante sostitutivo che fu prontamente certificato per l’uso.

Nel 1995 fu assegnato un premio Nobel per la chimica a seguito di un esperimento di laboratorio che provava l’influenza dei CFC sulla riduzione del buco dell’ozono nell’atmosfera. Nel 2007 è stato dimostrato che questo esperimento era gravemente viziato da una sovrastima del tasso di riduzione pari ad un ordine di grandezza invalidando quindi il modello.[3] Senza considerare che qualsiasi esperimento di laboratorio non tiene in considerazione le particolari condizioni che si creano realmente nelle zone più alte dell’atmosfera. Possiamo dunque affermare che i meccanismi di assegnazione del Nobel sono influenzati dai mezzi di comunicazione e dai particolari interessi delle lobby?

Ma c’è di più. Si scopre che il nuovo refrigerante non è, come si temeva, inerte, caratteristica che invece il freon possedeva. Esso quindi corrode i componenti del ciclo frigorifero ad un ritmo molto più veloce di quanto non facesse il gas vietato. Frigoriferi e congelatori che un tempo duravano per sempre, ora diventano inutilizzabili dopo circa otto anni, riempiendo ad un ritmo vertiginoso le discariche di tutta l’America del nord; questo è avvenuto anche grazie al sostegno della propaganda verde per il risparmio energetico con il frigo chiuso (in condizioni di non utilizzo).

Inoltre, non abbiamo perso tempo a rinunciare al sole per paura che i raggi UV possano provocare il cancro, restando così dipendenti da soluzioni mediche come le creme solari, un mercato creato di recente. I ricercatori chimici più brillanti sono infatti già al lavoro per scoprire la molecola che sarà in grado di bloccare il sole e che sarà presto brevettata da Big Pharma. Non appena questo accadrà, già prevedo un forte aumento di interviste ad esperti che metteranno in guardia sul rischio di cancro alla pelle…

Pioggia acida sulla foresta boreale

Negli anni Settanta c’erano le piogge acide. Migliaia di scienziati di tutto il mondo (emisfero settentrionale) si sono occupati della “questione ambientale più urgente del pianeta”. La foresta boreale è il più grande ecosistema della Terra e si diceva che i suoi milioni di laghi correvano il rischio di essere distrutti dall’acido proveniente dal cielo.

A causare le piogge acide erano le ciminiere degli impianti a carbone che vomitavano solfuri nell’atmosfera causando le precipitazioni nocive. In teoria, la pioggia acida interessava le terre e i laghi della foresta boreale, ma l’acidificazione era praticamente impossibile da individuare. I laghi incontaminati nel cuore dei parchi nazionali dovevano essere studiati per decenni nel tentativo di individuare una acidificazione statisticamente rilevante.

Nel frattempo, i laghi ed i loro bacini idrografici sono stati distrutti dall’artigianato, dall’agricoltura, dalle foreste, dalle miniere, dalla pesca intensiva e dal turismo. Nessuno di questi disastri locali è stato studiato e diffuso. Gli scienziati, invece, hanno preferito rivolgere la loro attenzione agli impianti di combustione del carbone ubicati in siti a grande distanza, all’inquinamento atmosferico e alle reazioni chimiche che si verificano nelle goccioline di pioggia. Uno studio ha trovato che le uova di una particolare specie di pesce depositate in un acquario sono estremamente sensibili all’acidità (pH). Sono stati scritti lunghi trattati a proposito dell’equilibrio e del trasporto dei cationi nell’atmosfera spostando l’attenzione dalla distruzione del suolo causata da sfruttatori privati facilmente identificabili verso complicati processi chimici dell’atmosfera frutto del progresso e della industrializzazione.

Come fisico e scienziato della Terra divenuto in seguito esperto ambientale, ho personalmente letto praticamente tutte le pubblicazioni scientifiche che si occupavano di piogge acide e non, e non ho mai trovato un esempio dimostrato di impatto negativo su laghi o foreste dovuto alle piogge acide. A mio avviso, contrariamente a quanto più volte sostenuto dagli scienziati autori di queste pubblicazioni, la ricerca sulle piogge acide dimostra che con ogni probabilità la pioggia acida non era un problema.

Questo schema messo in atto da gruppi organizzati di finti ricercatori dell’ambiente sarà applicato in scala molto maggiore solo decenni più tardi con la teoria del riscaldamento globale.


Il Riscaldamento Globale come una minaccia al genere umano

Nel 2005 e 2006, molti anni prima che lo scandalo Climategate nel novembre 2009 incendiasse i media che sospinsero l’opinione pubblica verso l’accettazione del sistema cap&trade dei crediti di carbonio e il relativo trilione di dollari di generosi finanziamenti che aspettano ancora l’approvazione, parlai della truffa del riscaldamento globale in un saggio che Alexander Cockburn definì su The Nation “uno dei migliori saggi sul mito dell’effetto serra visto da una prospettiva di sinistra”. [4] [5] [6]

Il mio saggio indusse David F. Noble a studiare il problema e scrivere The Corporate Climate Coup, un libro che descrive come i media avevano accolto favorevolmente l’idea che la finanza potesse ottenere ricavi senza precedenti dalla causa ambientalista.[7]

I paragrafi introduttivi di Global Warming: Truth or Dare? sono i seguenti [4]:

“Parlai in anticipo delle forti motivazioni sociali, istituzionali e psicologiche che hanno contribuito a costruire e conservare il mito della minaccia dominante del riscaldamento globale (il mito del riscaldamento globale, in breve). Descrivo queste motivazioni partendo dai meccanismi di funzionamento della professione scientifica e della rete globale del mondo imprenditoriale e finanziario insieme ai suoi governi ombra”.

“La mia opinione è che la forza di gran lunga più distruttiva del pianeta è rappresentata dai finanzieri assetati di potere e dalle corporazioni orientate esclusivamente al profitto e dai loro cartelli sostenuti dalle forze militari; e che il mito del riscaldamento globale è un elemento di distrazione che contribuisce a nascondere questa verità. A mio parere, attivisti che, usando altri argomenti, alimentano il mito del riscaldamento globale sono stati in realtà cooptati dal sistema, o al massimo neutralizzati “.

Altri passaggi che approfondiscono questa tesi [4]:
“Scienziati ambientali e agenzie governative sono pagati per studiare e monitorare problemi che non mettono a rischio alcun interesse corporativo e finanziario. Non sorprende quindi che essi abbiano preferito criticare la devastazione del pianeta dovuta all’estrazione delle risorse parlando delle emissioni di CO2. Il problema principale di questa teoria è che non si può controllare un mostro affamato chiedendogli di cagare meno”.

“Il riscaldamento globale è sostanzialmente un falso problema creato dalla classe media del cosiddetto Primo Mondo. Nessun altro si preoccupa del riscaldamento globale. Gli operai sfruttati nel Terzo Mondo non si preoccupano del riscaldamento globale. I bambini iracheni nati con malformazioni genetiche a causa delle bombe a uranio impoverito non si preoccupano del riscaldamento globale. E neanche l’annientamento delle popolazioni aborigene in tutto il mondo può essere ricondotto al fenomeno del riscaldamento globale, fatta eccezione forse per il fatto che gli aborigeni potrebbero essere gli unici a comprenderci”.

“Non si tratta di risorse limitate. ["La quantità di denaro speso ogni anno in cibi per animali domestici negli Stati Uniti ed Europa sarebbe sufficiente a fornire cibo e assistenza sanitaria di base a tutta la popolazione dei paesi poveri, e ne avanzerebbe anche una discreta somma" (Human Development Report delle Nazioni Unite , 1999)] Parliamo di sfruttamento, oppressione, razzismo, potere e avidità. Giustizia economica, umana e animale portano a sostenibilità economica, che a sua volta è sempre basata su pratiche rinnovabili. Riconoscere i diritti fondamentali dei popoli nativi porta inevitabilmente ad estrarre risorse in maniera più oculata e nel rispetto degli habitat naturali. Impedendo le guerre e gli interventi imperialisti si abbatte automaticamente lo sfruttamento delle nazioni. Un vero controllo democratico sulla politica monetaria conduce nel lungo termine alla rimozione del sistema basato sul debito “.

Esiste anche una critica approfondita che definisce la scienza come un carrozzone starnazzante interessato solo ad ingannare se stesso [4]. Il Climategate conferma ciò che dovrebbe essere scontato per ogni scienziato: la scienza, quando non aiuta a dormire, è una mafia.

Conclusioni

E’ tutto questo continua anche oggi. Ai giorni nostri, cosa non è una bugia?

Guardate la recente truffa del virus H1N1, un altro esempio da manuale. E’ pazzesco quanto a lungo durino queste messe in scena: gel antisettici pronti in ogni angolo in un batter d’occhio; studenti delle scuole superiori che si sballano bevendo l’alcol contenuto nei gel; cessazione della diffusione del ceppo virale prima che i vaccini già pagati siano prodotti in massa; nessun obbligo per le case farmaceutiche di provarne l’efficacia; garanzie pubbliche ai produttori di vaccini in caso di contenziosi legali intentati dagli acquirenti; addetti della sicurezza sanitaria nelle università che insegnano agli studenti a tossire correttamente, ecc…

Pura follia. Da cosa scaturisce questa stupidità così radicata nel Primo Mondo? Fa parte del nostro cammino verso il fascismo [8]?

Qui c’è un’altra cosa da dire: gli educatori diffondono le menzogne che noi impariamo perché ci vengono insegnate. Questa falsa educazione viene spesso direttamente denunciata dagli stessi educatori più radicali [9] [10].

I professori universitari preparano i piani di studio come se gli studenti realmente imparassero tutto ciò che viene loro consegnato, mentre la verità è che gli studenti non imparano tutto ma solo ciò che devono imparare. Invertire l’ordine dei corsi non farebbe alcuna differenza sul numero degli studenti che imparano. Gli studenti possono anche consegnare delle sciocchezze e i professori non se ne preoccuperebbero. L’obbedienza e l’indottrinamento è tutto ciò che importa, e l’unico requisito richiesto è saper imbrogliare. Gli studenti lo sanno e coloro che non sanno ciò che devono sapere non conoscono neanche loro stessi. [8] [9] [10]

Ogni opinione di esperto o paradigma dominante fa parte di questo inganno.

Ci rifiutiamo di conoscere la verità perchè ci fa orrore.

Denis G. Rancourt è stato professore di ruolo presso l’Università di Ottawa in Canada. Si è formato come fisico e praticò la fisica, le scienze della Terra e ambientali, settori nei quali ricevette finanziamenti da un’agenzia nazionale esercitando in un laboratorio riconosciuto a livello internazionale. Ha pubblicato oltre 100 articoli sulle principali riviste scientifiche. Ha tenuto lezionii di attivismo popolare e fu un aperto critico dell’amministrazione universitaria e un difensore dei diritti dei palestinesi. E’ stato licenziato per la sua dissidenza nel 2009. [Cfr. http://www.academicfreedom.ca

L’articolo originale è qui.

Note

[1] “No Ivory Tower – book” by Ellen W. Schrecker.
[2] Radio interview with Dr. Barbara Starfield: CHUO 89.1 FM, Ottawa; January 21, 2010.
[3] Nature 449, 382-383 (2007).
[4] “Global Warming: Truth or Dare? – essay” by Denis G. Rancourt.
[5] “Questioning Climate Politics – Denis Rancourt says the ‘global warming myth’ is part of the problem”; April 11, 2007, interview in The Dominion.
[6] Climate Guy blog.
[7] “The Corporate Climate Coup – essay” by David F. Noble.
[8] “Canadian Education as an Impetus towards Fascism – essay” by Denis G. Rancourt.
[9] “Pedagogy of the Oppressed – book” by Paulo Freire.
[10] “The Ignorant Schoolmaster – book” by Jacques Rancière.

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Il Club Bilderberg

Pubblicato da Marco su 5 giugno, 2010

E’ da ingenui pensare che ministri e presidenti decidano i cambi di governo, gli accordi economici, i trattati internazionali; ed è difficile dare un nome a chi lo fa al posto loro, nascondendosi dietro a fondazioni o istituzioni di facciata. Da alcuni mesi ormai, in Italia, stanno iniziando a trapelare alcune notizie strane. La mafia ha smesso di recitare la parte del mostro cattivo e solitario (anche se la tv si ostina rappresentarla come tale) per lasciare il posto ad apparati statali, istituzioni, servizi segreti deviati, ‘centri oscuri’, come Walter Veltroni, gasato dai suoi ultimi successi (?) editoriali, va dicendo in tv da qualche tempo. Le stragi del ’92-’93 è probabile dunque che non siano solo opera di picciotti con la coppola, ma abbiano goduto della ispirazione di ‘menti raffinatissime’, che di certo non potevano abitare in fatiscenti casolari periferici e non parlavano con l’accento siciliano. Finalmente, dunque, le denunce che da anni uomini coraggiosi come Roberto Scarpinato e Salvatore Borsellino portano avanti pressoché inascoltati iniziano a trovare conferma.

Per fortuna, di uomini coraggiosi in grado di guardare al di là della realtà più ovvia e comoda da accettare ce ne sono anche all’estero. Uno di questi è Daniel Estulin. Estulin è un giornalista investigativo che da 15 anni concentra i suoi sforzi sul club Bilderberg, un gruppo esclusivo di uomini di potere internazionali rappresentanti del mondo dell’industria, dell’economia, della politica, dell’editoria e della finanza. Nel suo libro Il Club Bilderberg, best seller tradotto in 50 lingue, Daniel Estulin racconta che il Gruppo Bilderberg è stato fondato dal principe dei Paesi Bassi Bernhard nel 1954, anno in cui si tenne la prima riunione del gruppo nell’Hotel Bilderberg a Oosterbeek, in Olanda. Da allora, ogni anno gli uomini più influenti del pianeta si incontrano segretamente per discutere di questioni internazionali. E, al contrario delle irritanti fiere delle buone intenzioni come G8, G20 e summit di varia natura in giro per il mondo, al Bilderberg si prendono decisioni e si cambia il corso della storia. Questo può accadere per la semplice ragione che i partecipanti alle blindatissime riunioni del Bilderberg Group non sono meri rappresentati del Potere, ma sono il Potere. Al Bilderberg il conflitto di interesse non è una violazione dei principi democratici, ma la regola. Se le decisioni prese non riguardano i tuoi affari, la tua presenza non è gradita. Idem se non svolgi una professione che in qualche modo può servire gli interessi dei bilderbergers.

Ecco i nomi di alcuni dei più illustri partecipanti alle riunioni del Bilderberg:

- David Rockefeller (ex direttore generale e presidente della JP Morgan Chase Bank e membro fondatore del Bilderberg)

- Zbigniew Brzezinski (ex consulente per la sicurezza nazionale di Carter e stratega ispiratore delle politche espansioniste degli USA)

- Henry Kissinger (ex segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, inviato di Obama in Russia e tra i fondatori del Bilderberg)

- Etienn Davignon (ex vice presidente della Commissione Europea e presidente onorario del Bilderberg)

- Jean-Claude Trichet (Presidente della Banca Centrale Europea)

- Paul Volcker (ex presidente della Federal Reserve e attuale presidente del comitato esecutivo dell’Economic Recovery Advisory Board)

- Peter Sutherland (ex direttore generale dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), primo direttore del WTO, attuale presidente della British Petroleum e della Goldman Sachs)

A questi si aggiungono tanti altri, anche italiani (Gianni Agnelli, Franco Bernabè, Romano Prodi, Mario Monti).

Con un abile lavoro di  spionaggio, forse ereditato da suo nonno ex agente del Kgb, Daniel Estulin è riuscito in questi anni a carpire informazioni sensibili circa l’agenda segreta degli uomini del Bilderberg, i quali, allungando le mani sulle politiche monetarie, sulla finanza, sull’economia, sulle politiche sociali dei paesi, sui media, sui servizi segreti e sugli ambienti militari, dispongono di un potere totale e incontrollabile dalle masse, tenute completamente all’oscuro o distratte con falsi problemi. Controllando i cartelli del petrolio, ad esempio, essi possono decidere gli aumenti del costo unitario del barile, causando a cascata danni enormi all’economia reale delle imprese e i dei consumatori; invitando alle riunioni strateghi militari e CEO di multinazionali nel campo dell’estrazione delle materie prime, decidono guerre e invasioni militari allo scopo di impossessarsi delle ricchezze dei paesi; controllando le banche centrali (Trichet e Volcker, e quest’anno il Bilderberg ospita anche Bernanke e Draghi) detengono il controllo dell’emissione del denaro e quindi dei cicli economici; avendo al loro interno i vertici dell’intelligence possono ottenere qualsiasi tipo di informazione e destabilizzare stati interi per piegarli alle richieste del Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, laboratori delle idee elaborate al Bilderberg, di cui sono propaggini. Ma è solo grazie al controllo della stampa e dei principali media al mondo che gli uomini del Bilderberg riescono a far accettare alla gente le loro decisioni, diffondendo con enfasi tesi inverosimili per giustificare atti estremi.

Gli uomini del Bilderberg, che spesso figurano anche tra i membri di altre organizzazioni internazionali come la Trilateral Commission (TC), il Council of Foreign Relationships (CFR) e la Royal Institute of International Affairs (RIIA), sono accomunati tutti dall’obiettivo ultimo di creare un ordine mondiale centralizzato, compatto, verticistico. Un ordine unipolare, in cui a contare saranno solo gli interessi di pochi attori, e non delle nazioni e le loro identità. A dispetto della natura cinica e criminale del piano mondialista, le parole magiche con cui questi affaristi assetati di potere stanno lentamente ottenendo i loro obiettivi hanno un suono conciliante: libero mercato, liberalizzazioni, liberismo, globalizzazione, area di libero scambio, deregulation. Parole che oggi pesano come macigni sulle spalle di chi le accolse con speranza, e sui loro figli che non ancora si sono accorti di quello che sta accadendo.

I fatti, le situazioni e le prospettive future raccontate nel saggio investigativo di Estulin Il Club Bilderberg aiutano a spostare l’attenzione e concentrare gli sforzi intellettuali di ognuno di noi sul Potere vero che agisce su scala globale, abbandonando per un attimo il cortiletto della politica nazionale, comunque importante, ma da inquadrare in un contesto più ampio e internazionale. Questo sforzo di astrazione dall’ultima querelle di partito verso una visione più allargata degli eventi sarà ripagato dalla scoperta di interessanti chiavi interpretative relative ai fatti più importanti della politica interna italiana, dall’assassinio Moro a Mani Pulite.

Il Bilderberg 2010 è in corso proprio in questi giorni a Sitges, in Spagna, e durerà fino al 6 giugno. Gli invitati di quest’anno li trovate qui. Martedì scorso Daniel Estulin è stato convocato al Parlamento Europeo per tenere una conferenza sul club Bilderberg e i suoi piani rispondendo ad un iniziativa dell’eurodeputato britannico Nigel Farage e del leghista italiano Mario Borghezio (si, proprio lui).

Nonostante Vespa, nel bel mezzo di crisi diplomatiche e sociali, continui ad ospitare cuochi e ballerine, grazie a giornalisti come Daniel Estulin qualche verità sta ora venendo alla luce.

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Il paradosso nucleare

Pubblicato da Marco su 6 maggio, 2010

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnP) è un accordo stipulato nel 1970 a cui aderiscono 189 paesi. Praticamente tutti, eccetto Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Lo scopo del trattato è il progressivo smantellamento delle testate nucleari esistenti e la promozione di un utilizzo pacifico del nucleare, fermo restante il divieto di condurre nuovi progetti di sviluppo di armi atomiche. Questo scopo, nobile e condivisibile sulla carta, inevitabilmente comporta che una mancata ratifica del trattato equivale a dichiarare guerra al resto del mondo o comunque a non condividerne le spinte pacificatrici. Con le dovute eccezioni, però. Dal momento che possiede testate nucleari e non ha ratificato il TnP, Israele dovrebbe infatti figurare nel novero degli ‘stati canaglia’ e meritare lo sdegno del segretario di Stato Hillary Clinton. Ma questo non accade, perchè Israele, nonostante tutto (inclusi gli insediamenti coloniali e le continue vessazioni ai danni dei palestinesi), è il partner storico degli USA e suo principale avamposto nel ricco Medio Oriente. Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente. Il vero paradosso si manifesta quando la disapprovazione degli USA e di altri paesi occidentali (tra cui l’Italia), i cui delegati hanno abbandonato la sala del Palazzo di Vetro dell’ONU in segno di protesta per le parole di Ahmadinejad, si riversa nei confronti di un paese che ha ratificato il TnP e che non possiede alcuna testata nucleare, cioè l’Iran.

La situazione è dunque la seguente: da un lato abbiamo un paese, gli Stati Uniti, che dichiarano di avere 5513 testate nucleari sul suo territorio, a cui si aggiungono altre in giro per il mondo, tra cui 480 solo in Europa; dall’altro l’Iran, un paese di cui non si ha notizia circa la detenzione di armi nucleari, che possiede uranio arricchito al 3% (20% è il limite per usi civili, più del 90% per usi militari) ed ha dichiarato più volte di portare avanti i suoi progetti nucleari per scopi esclusivamente civili (approvigionamento energetico), che ha acconsentito alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ed ha aderito al TnP. Ma, nonostante le evidenti disparità di condizioni, incredibilmente sono gli USA a fare la voce grossa all’indirizzo dell’Iran, colpevole di ‘non valorizzare il trattato di non proliferazione’. Un trattato che gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali hanno invece dimostrato di valorizzare mandando solo delegati o segretari all’assemblea ONU, al contrario dell’Iran, di cui Ahmadinejad era l’unico capo di Stato presente tra i paesi che lo hanno ratificato.

Qual’è la colpa di Ahmadinejad che starebbe per portare la corazzata moralizzatrice della c.d. comunità internazionale ad infliggere nuove sanzioni all’Iran? E’ tutto nelle parole pronunciate dal leader ayatollah davanti all’assemblea ONU, che potete ascoltare nel video in alto o leggere integralmente qui.

In sintesi, Ahmadinejad chiede che, unitamente alla non proliferazione nucleare, gli stati si impegnino sul disarmo, cioè sulla distruzione delle armi atomiche attualmente a disposizione negli arsenali; che l’AIEA espella dal suo interno gli Stati Uniti, perchè è irragionevole pensare che paesi che considerano le armi atomiche motivo di superiorità e arma di ricatto verso stati più deboli e che hanno già fatto uso della bomba atomica in Giappone e di uranio impoverito in Iraq possano autodisarmarsi ed essere credibili ed affidabili nel processo di non proliferazione nucleare; che gli USA ritirino le armi atomiche americane dal Giappone, Italia (50 ad Aviano, 40 a Ghedi Torre), Olanda e Germania; l’attuazione della risoluzione della conferenza del 1995 sulla Free Nuclear Zone in Medioriente (attualmente l’unica potenza nucleare del Medioriente è Israele, con più di 400 testate atomiche).

Inoltre, l’Iran ha accettato la proposta dell’AIEA di scambiare con l’estero materiale nucleare arricchito al 20% con materiale al 3%, per fugare i timori di quanti pensavano che lasciare la repubblica islamica arricchire l’uranio in casa propria costituisse una minaccia alla sicurezza globale. L’unica condizione che Ahmadinejad ha chiesto è stata che questo scambio avvenisse sul territorio iraniano, e non altrove, per consentire un migliore controllo. Mi sembra un atteggiamento collaborativo e ragionevole, che certo non viola i principi del TnP, ma che fa a pugni con l’idea artatamente costruita dai media che vuole un Iran alacremente al lavoro per costruire in gran segreto la bomba atomica e distruggere Israele. Le dichiarazioni di Obama e del suo segretario di Stato Hillary Clinton, che si sono affrettati a richiamare Ahmadinejad al “rispetto degli obblighi internazionali”, pena isolamento internazionale e diminuzione di sicurezza (sic) e prosperità (sanzioni, embarghi), accusandolo “di fare di tutto per distrarre l’attenzione dalle sue responsabilità mettendo a rischio il TnP”, sono da inquadrare proprio nell’ottica di conservazione di questa immagine posticcia, che ha come obiettivo l’accentuazione della contrapposizione fra Iran, libero e indipendente, e il resto del mondo globalizzato (leggi USA) in vista della prossima patetica guerra nella terra degli scià.

Fino a quando gli Stati Uniti non faranno i conti con il loro passato non potranno mai avere la presunzione nonché l’autorità morale di dettare il presente e pianificare il futuro di altri paesi, e l’unica cosa che saranno in grado di fare è abbassare la testa ed abbandonare la sala.

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Tony Blair indiziato per crimini di guerra

Pubblicato da Marco su 28 aprile, 2010

Se l’Iran di Ahmadinejad invadesse un paese africano uccidendo 600 mila civili in meno di 3 anni senza una motivazione suffragata da prove, cosa direbbe oggi la nostra c.d. comunità internazionale? Come verrebbe definito il presidente iraniano dagli editorialisti nostrani? Probabilmente, prima ancora di dargli una definizione, i caccia della NATO avrebbero già raso al suolo Teheran e impiccato Ahmadinejad. Ma se al posto di Ahmadinejad ci fosse un premier occidentale, più ‘civile’ e democratico, il discorso cambia. Il paese africano diventa uno stato canaglia, l’attacco militare senza giustificazione una guerra legittima, le seicentomila vittime civili un prezzo accettabile.

L’ex premier britannico Blair, oggi inviato per la pace in Medio Oriente, si è recato in Malesia in occasione di un convegno su questioni internazionali. L’accoglienza che gli è stata riservata non gli avrà certamente ricordato quella che ebbe in Vaticano quando si recò in visita a Papa Ratzinger.

Il solito Chossudovsky ci racconta quanto successo.

TONY BLAIR  INDIZIATO PER CRIMINI DI GUERRA

di Michael Chossudovsky

Nel corso di una conferenza organizzata in Malesia dal Success Resources Company, l’ex premier britannico Tony Blair è stato al centro di una forte manifestazione di protesta che chiedeva la sua incriminazione per Crimini di Guerra.
Questa non è una contestazione come le altre. L’atto di accusa per crimini di guerra rivolta nei confronti di Tony Blair è stato ufficialmente formalizzato da una iniziativa legale promossa dall’ex primo ministro malese, il Dr. Mahathir Mohamad.
Il Tribunale e la Commissione per i Crimini di Guerra sono organismi che si avvalgono del contributo dei più importanti giuristi. Le prove documentali a sostegno dell’accusa a Bush e Blair sono state accuratamente selezionate e raccolte a partire dal 2006.  L’iniziativa è guidata da alcuni degli avvocati più in vista della Malesia.

In una pubblica dichiarazione Mahathir ha espresso disgusto per le società che hanno sponsorizzato la visita di Blair in Malesia. ‘Come potete fare pubblicità ad un bugiardo e ascoltarne i consigli? Avete intenzione di gestire con la menzogna anche i vostri affari?’, si domanda.

Piuttosto che confondersi con i delegati presenti, Blair ha preferito nascondersi nella sala VIP del Kuala Lumpur Convention Center, circondato dal personale di sicurezza inglese e malese. Al momento dell’ingresso nella sala principale del convegno, Tony Blair ha rischiato seriamente di ricevere un formale atto di accusa per crimini di guerra:

Zainur Zakaria, presidente della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur, l’avvocato Matthias Chang, procuratore capo della Commissione, Ram Karthigasu e Christopher Chang, membri della Perdana Global Peace Organization, un rappresentante   dell’Associazione malese Siew Kwong  e due rappresentanti della Comunità irachena in Malesia hanno eluso la sicurezza registrandosi come delegati.

Alle 08:30, alcuni membri delle ONG si sono riuniti all’ingresso del centro congressi per protestare contro la visita del criminale di guerra Blair. Gruppi di attivisti in incognita si sono posizionati davanti ai tre ingressi della sala per affrontare e tentare di consegnare a Blair l’atto di accusa. Ma l’ex premier inglese non poteva essere visto entrare nel centro congressi. L’ex premier inglese, infatti, era già entrato e si nascondeva in una sala VIP al di sopra della sala convegni dove si è tenuta la conferenza. Originariamente l’evento era programmato alle dieci del mattino, anche se gli organizzatori hanno negato l’esistenza di un programma.

Agenti di sicurezza inglesi e malesi pattugliavano i corridoi senza mai perdere di vista i sette delegati che attendevano Blair. Ad un certo punto è iniziata a circolare la voce che Blair non avrebbe parlato quel giorno, il che destò stupore tra i delegati. Era chiaro che si cercava di far passare la notizia che Blair avrebbe parlato solo domenica, nella speranza che i sette delegati abbandonassero il loro appostamento.

Ma alle 11:25 i sette delegati hanno scoperto che Blair si trovava nella stanza VIP appena sopra la sala congressi decidendo così di posizionare tre di loro per scattare delle fotografie.
Alle 11:30 Blair e la sua squadra di sicari hanno abbandonato la sala VIP per guadagnare l’entrata della sala congressi.

In quel momento Matthias Chang e Zainur Zakaria si sono precipitati a consegnare a Blair l’atto d’accusa, mentre i rappresentanti iracheni gli urlavano a gran voce e ripetutamente: “Assassino di massa, criminale di guerra, vergognati!”. Blair, palesemente turbato, mostrava sorrideva imbarazzato.

A Chang e Zakaria alla fine è stato impedito di consegnare l’accusa a Blair da più di 30 addetti inglesi e malesi al personale di sicurezza. Entrambi sono comunque riusciti ad urlare nell’orecchio di Blair le parole: “Criminale di guerra, vergognati! Assassino di massa!”

Zainur Zakaria ha protestato contro gli agenti di sicurezza della Malesia chiedendo a gran voce: “Perché proteggete un criminale di guerra?”. Gli agenti di sicurezza non potevano che rispondere con una espressione stupita.

Dopo aver dichiarato con arroganza nell’ambito dell’inchiesta Chilcot a Londra che non aveva rimorsi per aver invaso l’Iraq nonostante non ci fossero armi di distruzione di massa, Blair ma mostrato la sua codardia di fronte a soltanto sette delegati.

La Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur ha affermato che questo è solo l’inizio di una campagna globale di lotta contro i criminali di guerra come Bush e Blair ed è importante che il mondo inizi ad adottare campagne simili contro Bush e Blair.
Mentre questi eventi sono stati riportati dalla stampa malese, nel Regno Unito la visita di Tony Blair in Malesia è passata praticamente inosservata. In realtà, al di fuori della Malesia, la notizia non ha avuto alcuna copertura mediatica.

Silenzio assordante e complicità dei media britannici? Sono certo che alla Gran Bretagna interesserebbe sapere cosa è successo a Tony Blair a Kuala Lumpur.

Michel Chossudovsky è professore di Economia, Direttore del Center for Research on Globalization (CRG), Membro della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur e firmatario dell’iniziativa 2005 Kuala Lumpur per Criminalizzare la Guerra.

L’articolo originale è qui.

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