Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Haiti e la solidarietà postuma

Pubblicato da Marco su 1 febbraio, 2010

La tragedia di Haiti sta lentamente scivolando nell’oblio, come tanti fatti di un mondo che appare sempre più lontano dal virtualismo goliardico a cui siamo abituati. Nei giorni scorsi i media hanno pensato di ‘coprire’ il terremoto di Haiti con un continuo tran tran di notizie di clamorosi salvataggi di neonati e guerriglie in strada per accaparrarsi un pezzo di pane. Fermo restando il diritto all’informazione e il rispetto per le vittime, questo giornalismo ci fa male e non serve a nulla. Per la stessa ragione per la quale, se la nostra casa rischiasse di saltare in aria per una fuga di gas, prima di verificare che il criceto respiri ancora o il cappotto non abbia perso l’odore di tintoria, dovremmo pensare ad aprire la finestra e chiudere la valvola dei fornelli.

Mi spiego. L’opinione pubblica italiana, ma anche il resto dell’Occidente ‘civilizzato’, ha scoperto solo in questi giorni le condizione disumane in cui versavano gli abitanti di Port-au-Prince prima del sisma del 12 gennaio scorso. I reporter ‘alla Toni Capuozzo’ ci hanno raccontato per ore la precarietà delle abitazioni dei terremotati haitiani, indicando questa come la causa principale delle gravissime perdite umane seguite al terremoto. Ma, come accade puntualmente, non si fa mai un passo indietro, non ci si pone mai le domande giuste. Per ignoranza o servilismo, questo ancora non riesco a capirlo. Haiti, come del resto tanti altri paesi poveri e sottosviluppati, è in realtà un paese con un settore agricolo dal potenziale molto alto e situato in una posizione strategicamente importante per gli scambi commerciali. Anni di sfruttamento, dapprima europeo e successivamente americano, hanno però contribuito a conservare l’ex penisola Hispaniola in uno stato di povertà assoluta e di insubordinazione ai poteri forti del Libero Mercato e del predominio militare.

Haiti ha conosciuto le dittature di Duvalier padre e Duvalier figlio (Papa Doc e Baby Doc), uomini al servizio degli interessi americani che negli anni ‘70 e metà anni ‘80 hanno spalancato le porte alla ‘democratizzazione’ voluta dal capitalismo made in USA e Londra. Le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, bracci attuatori dei globalizzatori economici, hanno spinto l’economia di Haiti verso un baratro di fame e miseria, mentre i ‘Totons Macoute’ e le FRAPH, organizzazioni paramilitari addestrate dalla CIA, compivano atroci massacri ai danni della popolazione haitiana sotto la dittatura della dinastia Duvalier. Le FRAPH (Front pour l’avancement et le progrès d’Haiti) erano comandate da Emmanuel Constant, sanguinario terrorista che oggi vive serenamente a Queens, New York, nel paese culla della ‘più grande democrazia del mondo’, patria dei presidenti Clinton e Bush junior che non concessero l’estradizione di Constant, preoccupati di ciò che egli potesse rivelare circa i rapporti tra la CIA e gli stermini haitiani del periodo duvalieriano. Clinton e Bush junior, i due ex presidenti a cui Obama ha deciso di affidare la ricostruzione di Haiti. E’ come lasciare la cura dei propri figli a Marc Dutroux.

Ma questo è un passato che non deve riemergere. E’ una storia che non dev’essere raccontata, anche se Haiti dovesse tornare improvvisamente di attualità. Washington è il Bene, mentre qui parliamo di terrorismo. E nella lotta al Terrore o si è con noi o contro di noi, come soleva ripetere George W. Bush. Il mantra da recitare, per tutti gli appassionati del Tg5 e di Toni Capuozzo, è che i terroristi sono in Yemen e Afghanistan, altro che New York.

Dopo la dittatura dei Duvalier, Haiti ritrovò la speranza nel sacerdote cattolico Jean-Bertrand Aristide, carismatico leader che riuscì a raccogliere il consenso popolare e farsi eleggere democraticamente nel 1991. Tra le prime azioni di Aristide ci fu lo scioglimento degli apparati militari ereditati dalla dittatura, a cui successero una serie di misure a favore del popolo. Questo irritò non poco i fanatici del liberismo senza regole né scrupoli di Washington, che si attivarono presto per destituire Aristide ben due volte (1991, pochi mesi dopo la sua elezione, e 2004), prima di confinarlo definitivamente in Africa. Come spiegano bene i saggi di Andrew Gavin Marshall, il più grande timore degli USA è quello di isolarsi, di non riuscire a far comprendere al mondo i ‘vantaggi’ del mercato libero e la logica dello sfruttamento delle risorse umane. Essi sono disposti ad investire milioni di dollari in ipocriti finanziamenti per la promozione del marchio ‘democrazia&libertà’ e nell’organizzazione di milizie armate con licenza di uccidere pur di evitare che la democrazia, quella vera, del popolo, impedisca l’espandersi dell’influenza americana nei tessuti economici e sociali e l’affermarsi del suo monopolio economico e culturale nei paesi non ancora allineati. Come ricorda Alex Jones nel suo ultimo straordinario documentario Fall of the Republic, a loro non interessa il denaro, ma il potere.

Quando si parla di Haiti, oggi, è doveroso spiegare, con parole chiare e facendo nomi e cognomi, come hanno agito i responsabili della vera distruzione di Port-au-Prince. Non si può non parlare dei programmi di aggiustamento strutturale ordinati dalle alte sfere internazionali del FMI e della BM, che hanno indotto l’economia del paese caraibico a collassare, spingendo le masse popolari che vivevano nelle campagne impoverite verso la capitale alla ricerca di un lavoro, che spesso trovavano nelle fabbriche delocalizzate delle multinazionali, fiore all’occhiello dell’industria globalizzata. Spiega Noam Chomsky: “Nel corso degli anni ‘80, il fondamentalismo del Fondo Monetario Internazionale cominciò ad avere anche ad Haiti i suoi noti effetti: sotto l’impatto dei programmi di aggiustamento strutturale che portarono al declino della produzione agricola insieme a quello degli investimenti, dei commerci e dei consumi, l’economia entrò in una spirale discendente e la povertà si andò diffondendo sempre più. Quando, nel 1986, ‘Baby Doc’ Duvalier fu cacciato, il 60% della popolazione aveva, secondo la Banca Mondiale, un reddito annuale pro capite di 60 dollari”.

Qualche giorno fa, sulla rivista inglese New Statesman, John Pilger, giornalista investigativo e documentarista di fama internazionale ha scritto: “L’ultima volta che andai ad Haiti vidi ragazze molto giovani chine di fronte a macchine saldatrici ronzanti e sibilanti all’interno dello stabilimento Superior Baseball di Port-au-Prince. Molte di loro avevano gli occhi gonfi e le braccia lacerate. Avevo con me una macchina fotografica e mi hanno sbattuto fuori. Haiti è il posto in cui l’America produce le attrezzature per il suo sacro gioco nazionale, a costo praticamente nullo. E’ il luogo in cui la Walt Disney cuce i pigiami di Mickey Mouse, a costo praticamente nullo. Gli Stati Uniti detengono il controllo dei mercati haitiani di zucchero, bauxite e sisal. La coltivazione del riso è stata sostituita dal riso americano d’importazione, provocando l’esodo di massa verso le città all’interno di alloggi fatiscenti”.

La nostra solidarietà arriva sempre in ritardo. Dov’eravamo quando quelle ragazze haitiane si ammazzavano di lavoro davanti alle macchine saldatrici e andavano a dormire all’interno di baracche umide e ammassate della periferia di Port-au-Prince oggi ridotte ad un cumulo di macerie? E, soprattuto, perchè gli Stati Uniti, così bramosi oggi di ‘aiutare e ricostruire’, naturalmente manu militari, pensavano piuttosto ad esportare la democrazia in territori lontani migliaia di miglia, invece di risollevare le sorti di un paese a poche centinaia di km da Miami?

Non lo sapremo mai, se continuiamo a guardare i tg della sera.

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Six Feet Under

Pubblicato da Marco su 13 gennaio, 2010

Il bigottismo o la modernità di una società si misurano anche in base alla qualità dell’intrattenimento che questa si concede. Una fiction televisiva, un reality show, un documentario, un talk show politico, un tg o un semplice cartone animato sono più importanti nella formazione morale e intellettuale di un individuo più di quanto non lo siano lezioni di catechismo o predicozzi paterni. Essenzialmente perchè, se questi occupano momenti isolati della vita di un ragazzo, quelli rappresentano uno sfondo culturale costante che inconsapevolmente creano modelli di riferimento ed ergono muri ideologici che spesso neanche in età adulta si riesce a superare.

Le serie tv italiane traboccano di buonismo e frivolezza. I temi sono ridondanti e logori. Questo però non impedisce loro di riscuotere successo di pubblico, forse per lo stesso principio naturale per cui una pianta attecchisce meglio su un terreno reso fertile dallo sterco. Il cinema non produce idee originali da anni (L’ora di religione di Bellocchio è l’ultimo coraggioso film nostrano che ricordi), ma preferisce puntare sugli stessi argomenti su cui si contorce il piccolo schermo: dalle angosce generazionali ai drammi di coppia, spacciati a volte per temi di ‘attualità’. Al di là delle tematiche però, ciò che sembra stanco è il linguaggio, sempre così misurato e politicamente corretto, mai al di fuori delle righe.

Per prendere una liberatoria boccata di aria fresca si deve andare oltreoceano, negli Stati Uniti, dove si producono continuamente telefilm accattivanti e di qualità. Uno di questi è senza dubbio Six Feet Under. Ambientata a Los Angeles, questa serie tv, andata in onda tra il 2001 e il 2005, narra le vicende della famiglia Fisher, titolare di una impresa funebre (’six feet under’, sei piedi sotto terra, indica la distanza dal suolo a cui è possibile seppellire un corpo in base alla legge federale), alle prese con la gestione dell’azienda lasciata in mano ai figli dopo l’improvvisa morte del padre. Il lutto aiuta però la famiglia a ricompattarsi con il ritorno da Seattle del figlio maggiore Nate (Peter Krause), che decide suo malgrado di entrare nell’impresa di famiglia ed aiutare il fratello David (Michael C. Hall).

La grandezza di Six Feet Under sta nel riuscire laddove un film non può arrivare, raggiungere cioè quel livello di caratterizzazione del personaggio tale da mettere a nudo i sentimenti più nascosti e lancinanti attraverso una serie incredibile di esperienze spesso surreali ma al contempo vere ed esaltanti. Al centro di ogni episodio c’è sempre l’uomo: debole e insicuro come David, alle prese con la sua pavida omosessualità; dolce e rabbioso come Nate, eternamente combattuto tra l’amore e la libertà; ingenuo e appassionato come Claire (Lauren Ambrose), adolescente brillante e ingestibile; isterico e depresso come Ruth (Frances Conroy), madre premurosa e repressa; sarcastico e disincantato come Brenda (Rachel Griffith), contesa tra il desiderio di una vita normale e un passato difficile da dimenticare.

L’autore Alan Ball, che si era già distinto scrivendo il copione di American Beauty, tra i più interessanti film americani degli ultimi anni, arricchisce le scene con dialoghi serrati che spaziano dalla politica all’arte, dalle apocalittiche teorie ambientaliste fino ai riti quaccheri, da divagazioni filosofiche esistenzialiste all’attualità politica, dando sempre la sensazione che le notevoli qualità interpretative degli attori, tra cui molti provenienti dal cinema, non avrebbero valore senza una sceneggiatura all’altezza. La sottile ironia che attraversa ogni puntata mitiga tematiche forti come la morte, mostrata nella sua veste più cruda e umana dall’interno di una camera mortuaria ma sublimata dalla spiritualità del dolore e dal senso di solitudine che inevitabilmente essa porta con sé. Non è impresa facile passare dall’estrazione del sangue di un cadavere prima dell’imbalsamazione ad un amplesso gay senza mai sfiorare il cattivo gusto o la volgarità; oppure penetrare una crisi di coppia e seguire l’evolversi del rapporto madre-figlio scansando luoghi comuni e melensi piagnistei.

Lo sfondo musicale attinto ai Radiohead, Interpol, Coldplay, Sia e altri, completano un capolavoro del piccolo schermo, un fiore all’occhiello della produzione televisiva americana, una lezione di stile, contenuti e tecnica giustamente premiata con un Emmy Award e un Golden Globe nel 2002. Six Feet Under è il modo migliore per fuggire il più lontano possibile dalla tv de I liceali e I Cesaroni. Diciamo che, se produzioni come Tre metri sopra il cielo rappresentano il target commerciale degli autori italiani, il punto più distante in cui rifugiarsi potrebbe essere proprio a sei piedi sotto terra.

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Miracolo di San Silvio

Pubblicato da Marco su 8 gennaio, 2010

L’uomo nella fotografia in alto scattata il 6 gennaio scorso può essere lo stesso che 24 giorni prima ha subito una frattura del setto nasale, rottura di due denti dell’arcata superiore, lacerazione delle labbra e perdita copiosa di sangue tanto da inzupparne una camicia intera?

Se si, è un miracolo.

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America e Russia: La Guerra Fredda è davvero finita?

Pubblicato da Marco su 9 dicembre, 2009

Lo scorso 9 novembre ricorreva il 20esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino, episodio indicato comunemente come la fine della Guerra Fredda. La Guerra Fredda è stato un periodo storico in cui i due colossi mondiali contrapposti, con a capo USA e Unione Sovietica (URSS), si studiavano come due pugili prima di sferrare il primo attacco. Per più di 50 anni non si sono mai tirati un pugno, limitandosi a esibizioni di forza e provocazioni a distanza. La caduta del Muro ha sancito la fine dell’Unione Sovietica, ma non delle tensioni tra Stati Uniti e la Federazione russa. Dai primi anni ‘90 fino ai giorni nostri, gli USA e la NATO, venuto meno il pericolo comunista, hanno attuato una politica estera espansionistica, fatta di minacce e aggressioni, senza mai entrare in aperto conflitto con Mosca. I bombardamenti in Serbia, le guerre in Afghanistan e Iraq, i programmi di difesa missilistica, le continue pressioni sull’Iran perchè ridimensioni i suoi piani di arricchimento dell’uranio, le intrusioni politiche delle fondazioni statunitensi e del Dipartimento di Stato americano nella vita democratica di paesi strategicamenti importanti situati al confine russo rappresentano un affronto al Cremlino e testimoniano che forse quel clima di dialogo col colpo in canna è ancora attuale.

AMERICA E RUSSIA: LA GUERRA FREDDA E’ DAVVERO FINITA?
La dottrina nucleare degli Stati Uniti e l’espansione dei siti di difesa missilistica dell’Europa e della NATO

di Mahdi Darius Nazemroaya

Il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino si sta avvicinando (l’articolo è stato scritto prima del 9 novembre 2009, ndt), ma, dobbiamo chiederci, la guerra fredda è realmente finita? E si tratta davvero del lascito di un passato non troppo distante? Nonostante l’Unione Sovietica non esista più e il Patto di Varsavia sia stato sciolto, molte tracce della Guerra Fredda esistono ancora, come il conflitto tra le due coree, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) ed infine la questione della difesa missilistica. In questi ultimi anni le relazioni tra la NATO e la Federazione russa sono diventati tesi e vengono descritti con toni che ricordano la Guerra Fredda. Tra le questioni più scottanti al centro di questo ‘ritorno al passato’ vi è il progetto degli Stati Uniti di installare uno scudo antimissile nel continente europeo. I russi hanno sempre sostenuto che lo scudo di difesa missilistica, al di sopra ogni altra cosa, è una minaccia nei loro confronti.

L’idea di un progetto di scudo missilistico non è nuova. Già durante la Guerra Fredda, infatti, l’idea era stata promossa da Ronald Reagan come parte di una grande strategia di dispiegamento di missili, attrezzature tecnologiche e basi militari in tutte le parti del mondo e dello spazio, il che ha fatto in modo che al progetto fosse dato il nome di “scudo stellare”. Sin dalla sua inaugurazione, il Pentagono ha investito miliardi di dollari nella ricerca e nello studio per questo progetto. Mentre il governo americano ha affermato che lo scopo di creare uno scudo missilistico è quello di proteggere l’America e l’Europa dalla minaccia della Corea del Nord o da ipotetici attacchi di missili balistici iraniani, il Cremlino considera il progetto di scudo anti-missile una grave minaccia per la sicurezza nazionale della Madre Russia. A Mosca è forte la convinzione che la vera motivazione alla base dell’installazione dello scudo anti-missile è avvicinarsi alla Russia.
Cosa si nasconde dietro le preoccupazioni della Russia? La sua ostilità nei confronti del programma degli Stati Uniti si fonda su una lunga serie di obiettivi strategici americani. Questi obiettivi rientrano nella dottrina militare americana di dominio globale, ovvero una nuova politica di attacco nucleare preventivo che oggi include il concetto di supremazia nucleare, oltre all’espansione della NATO a ridosso dei confini con la Russia, a dispetto delle garanzie in base alle quali l’Alleanza Atlantica non avrebbe dovuto estendersi oltre i confini della Germania.

La politica nucleare degli Stati Uniti è cambiata radicalmente dopo la Guerra Fredda. Nel 2001, il Nuclear Posture Review (NPR) (Rapporto sulle Politiche Nucleari, ndt) per gli Stati Uniti ha riconosciuto che la Russia è un obiettivo per eventuali attacchi nucleari da parte dei militari americani. L’NPR del 2001 può essere riassunto dalla seguente sintesi:

Durante la Guerra Fredda, la Russia [l'Unione Sovietica] è stata la principale minaccia nucleare per gli Stati Uniti. La fine dell’Unione Sovietica ha determinato uno spostamento dei piani di armamento nucleare degli USA lontano dai principali obiettivi russi. Tuttavia, la Russia resta l’unico paese teoricamente in grado di distruggere gli Stati Uniti a causa delle dimensioni del suo arsenale nucleare. Inoltre, l’incertezza circa il futuro corso della politica estera russa spinge gli Stati Uniti a conservare una massiccia riserva di armi nucleari. Per questi motivi, la Russia è ancora presente nella lista dei potenziali obiettivi degli Stati Uniti in caso di guerra nucleare. Inoltre, il nuovo NPR elenca con chiarezza altri sei paesi divenuti nel tempo obiettivi nucleari: Corea del Nord, Iran, Iraq, Siria, Libia, e la Cina. Questo elenco è il risultato dei piani militari delineati dalle precedenti amministrazioni. [1]

La Russia rappresenta un bersaglio nucleare per il Pentagono perché è il principale paese in grado di sfidare gli Stati Uniti, ma questa non è l’unica ragione ad aver irritato Mosca. Nel 2001, l’America annunciò che si sarebbe unilateralmente ritirata dal trattato anti-missili balistici (ABM), che poneva delle limitazioni al numero di sistemi di difesa dai missili balistici in possesso degli Stati Uniti e della Russia. Questa era anche una delle raccomandazioni di Dick Cheney e il think-tank neo-conservatore denominato PNAC, Progetto per un Nuovo Secolo Americano, riportate nel manoscritto ‘Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo’. Nel documento del PNAC, pubblicato nel settembre 2000, si afferma categoricamente che l’America deve “SVILUPPARE E INSTALLARE SISTEMI DI DIFESA MISSILISTICA per difendere la Patria e i suoi alleati, e per fornire sicure basi militari che permettano di allargare l’influenza degli USA nel mondo”. [2] Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM fu poi seguito da ulteriori annunci di cambiamento nella dottrina militare americana, che è stato delineata inizialmente dall’NPR e successivamente dalla Dottrina per le Operazioni Nucleari Congiunte (DJNO) e dal CONPLAN 8022-02, che resero l’attacco nucleare una opzione praticabile in caso di guerra preventiva o convenzionale. [3]
Agli occhi della Russia il progetto di scudo missilistico appare come la volonta dell’America di imporre la propria supremazia nucleare. Con lo scudo antimissile installato, la Russia sarebbe incapace di reagire ad un primo attacco nucleare degli Stati Uniti e l’arsenale nucleare del Cremlino si rivelerebbe quindi praticamente inutile. In altre parole, gli Stati Uniti vorrebbero eliminare la minaccia di ‘mutua distruzione assicurata’ (MAD), presente durante la Guerra Fredda, scongiurando il pericolo di una reazione nucleare di Mosca. Questo inoltre impedirebbe alla Russia di reagire ad un eventuale ‘primo attacco’ degli Stati Uniti. Durante la guerra fredda, i rischi di ritorsione nucleare o di un ’secondo attacco’ e quindi di ‘mutua distruzione assicurata’ erano comunemente visti come i deterrenti principali per lo scoppio di una guerra nucleare globale tra gli Stati Uniti e l’URSS. La supremazia nucleare degli USA, però, cambia tutto questo indebolendo di fatto le capacità difensive della Russia, il che desta le preoccupazioni del Cremlino che vede la Russia e i suoi paesi alleati esposti ai possibili attacchi degli Stati Uniti e della NATO.

La NATO però esiste ancora, nonostante la Guerra Fredda sia finita. L’espansione verso est della NATO e la sua trasformazione da trattato di difesa ad organizzazione interventista hanno irritato la Russia. Il carattere strategico del sistema americano di difesa missilistica, che vizia la parità nucleare tra la Russia e gli Stati Uniti, è ulteriormente accentuato dall’Alleanza Atlantica. Mosca si sente minacciata dagli aspetti offensivi che la strategia militare della NATO ha mostrato dopo la fine della Guerra Fredda, dall’intervento nella ex Jugoslavia alla guerra in Afghanistan, fino alle missioni di sicurezza e addestramento in Medio Oriente e Africa. A questo proposito, il caustico discorso di Vladimir Putin in materia di sicurezza globale non dovrebbe sorprendere. In esso, Putin accusava gli Stati Uniti di perseguire l’obiettivo di imporre un mondo uni-polare attraverso la forza militare:

“Oggi stiamo assistendo ad un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza – la forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta gettando il mondo in un abisso di conflitti permanenti.Come risultato, non abbiamo la forza sufficiente per trovare una soluzione globale ad uno di questi conflitti. Trovare una soluzione politica diventa anche impossibile. Siamo testimoni di un disprezzo sempre maggiore per i principi fondamentali del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti, in verità, si stanno avvicinando sempre più al sistema legale di uno Stato. Uno Stato e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti, che ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo”. [4]

Putin alludeva anche al fatto che l’espansione della NATO è diventata una strategia contraria alla Russia:

“Ritengo sia ormai palese che l’allargamento della NATO non abbia come obiettivo la sua modernizzazione o garantire la sicurezza in Europa. Al contrario, essa rappresenta una grave provocazione che mina la reciproca fiducia. E abbiamo il diritto di chiedere: contro chi è da intendersi questa espansione? E cosa ne è stato delle assicurazioni dei nostri partner occidentali che ci furono rivolte dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma mi permetto di ricordare a questo pubblico cosa si diceva allora. Citerò il discorso del Segretario generale della NATO Woerner a Bruxelles il 17 maggio 1990. Quel giorno egli disse: “La nostra intenzione di non schierare un esercito della NATO al di fuori del territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una ferma garanzia di sicurezza”. Dove sono oggi queste garanzie?”. [5]

Il timore di una guerra incombente è molto concreto tra i russi. Il Cremlino ritiene che sia in corso una costante azione di accerchiamento della Federazione Russa da parte della NATO, con l’installazione di un numero crescente di basi militari e missili americani.

E’ concepibile l’idea di una guerra tra la Russia e l’asse USA-NATO? La guerra del 2008 tra la Georgia e la Russia nel Caucaso ha comportato un simile rischio. La guerra russo-georgiana è stata anche definita dai funzionari russi una guerra per procura. Il Cremlino ha affermato inoltre che Mikheil Saakashvili, il leader della Georgia, rappresenta gli interessi americani nella ex Unione Sovietica. La Georgia in questo senso viene vista come una succursale americana o un cliente di Mosca. [6] I sospetti del Cremlino sono stati ulteriormente confermati nel momento in cui gli Stati Uniti, nel corso della guerra russo-georgiana, dichiararono che il Caucaso è un settore vitale per gli interessi strategici americani. Non è un caso che la Georgia sia uno stato che ha assistito ad uno tra i più rapidi processi di militarizzazione al mondo e figuri tra i principali beneficiari degli aiuti militari americani. Ma l’aspetto più importante della guerra tra Russia e Georgia in Ossezia del Sud è che la Russia ha detto che non avrebbe cambiato il suo atteggiamento anche se la Georgia fosse stato un membro della NATO. Solo questo dimostra che la minaccia di una guerra più ampia che coinvolga la Russia e gli Stati Uniti non è mera illusione.

L’amministrazione Obama ha dunque premuto il pulsante di reset nelle relazioni russo-americane annunciando nel 2009 l’arresto dei piani americani di difesa missilistica in Europa orientale? Il tanto celebrato annuncio del 17 settembre con cui Barak Obama comunicava la decisione di smantellare i missili scudo installati nella Repubblica Ceca vicino al confine con la Russia e in Polonia è fuorviante. Poco dopo, infatti, gli Stati Uniti lanciarono nello spazio due satelliti sperimentali di difesa missilistica da Cape Canaveral, in Florida. [7] Ciò che Obama in realtà intendeva dire non riguardava la demolizione dello scudo missilistico, ma la nascita di uno schermo missilistico ben più ampio ed efficace che si colloca nell’ambito dei piani di revisione che prevedono installazioni navali con sistemi Aegis. [8] Il dispiegamento dello scudo antimissile in realtà è in fase di piena espansione in Europa e nel mondo, dalla Turchia e il Mediterraneo fino al Mar Baltico.

La risposta di un funzionario polacco ai piani di revisione Obama non fa altro che confermare i timori dei russi. Slawomir Nowak, consulente senior del primo ministro polacco Donald Tusk, poco dopo l’annuncio di Obama, informò la TVP INFO Television con queste parole: “Non siamo mai stati realmente minacciati da un attacco missilistico a lungo raggio da parte dell’Iran”. [9] La vera ragione, tra le altre, dello scudo antimissile è stata quindi proteggere la Polonia da una minaccia missilistica iraniana? Il Cremlino risponderebbe di no. A Mosca appare chiaro che i responsabili politici degli Stati Uniti non mettono in relazione lo schieramento di una difesa missilistica globale con una eventuale minaccia iraniana o della Corea del Nord, ma, usando le parole del PNAC, “per offrire una base sicura per l’espansione della potenza degli Stati Uniti in tutto il mondo”. [10] Dobbiamo chiederci allora: la Guerra Fredda è dunque davvero finita? Forse la risposta sta nei preparativi militari da parte della Russia e Bielorussia e nei giochi di guerra bilaterali che questi paesi stanno portando avanti per preparare le forze armate ad un attacco della NATO che preveda una invasione di terra, di mare e aerea. [11]


Fonti:

[1] Charles D. Ferguson, Nuclear Posture Review (Nuclear Threat Initiative, August 2002):
<http://www.nti.org/e_research/e3_15a.html>

[2] The Project for a New American Century (PNAC), Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces, and Resources (PNAC, September 2000), p.v.

[3] William Arkin, “Not Just A Last Resort?: A Global Strike Plan, With a Nuclear Option,” The Washington Post, May 15, 2005:
<http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/05/14/AR2005051400071.html>

[4] Vladimir Putin, Speech and the Following Discussion at the Munich Conference on Security Policy (Address, Munich Conference on Security Policy, Munich, Bavaria: February 10, 2007).

[5] Ibid.

[6] Ian Traynor, “Putin accuses US of starting Georgia crises as election ploy,” The Guardian, August 29, 2008:
<http://www.guardian.co.uk/world/2008/aug/29/russia.georgia>

[7] “US sends 2 missile defense satellites into orbit,” Associated Press (AP), September 25, 2009.

[8] Ian Sample, “US missile system’s track record: test, delays, failed launches, missed targets,”  The Guardian, September 17, 2009:
<http://www.guardian.co.uk/world/2009/sep/17/us-missile-systems-track-record>

[9] Gareth Jones, “Poland sees merit in new Obama missile plan: aide,” Reuters, September 24, 2009:
<http://www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE58N1Z120090924>

[10] PNAC, “Rebuilng America’s Defenses,” Op. cit.

[11] Lucian Kim, “Russian Paratroopers Stage War Games Simulating NATO Attack,” Bloomberg, September 27, 2009:
<http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601085&sid=aiP27dME9EX4>

Mahdi Darius Nazemroaya è Ricercatore Associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) specializzato in questioni geopolitiche e strategiche.

L’articolo originale è consultabile qui.

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Nemico Pubblico

Pubblicato da Marco su 25 novembre, 2009

John Dillinger (Johnny Depp) è un rapinatore di banche. E’ attraente, in gamba e spietato. Ha una sua banda, che lo segue fedelmente, e una donna conquistata senza troppi affanni. La Federal Bureau Investigation, diretta da un impassibile quanto tenace Melvin Purvis (Christian Bale), lo insegue dichiarandolo ‘nemico pubblico’. Sullo sfondo, l’America degli anni ‘30 e una malinconica sensazione di un cinema che vuole essere grande, ma non riesce. La confezione è quella dei grandi film d’autore: i costumi, le scenografie e anche gli attori hanno fatto guadagnare al film lodi sperticate e attenzioni spropositate. Il talento di Michael Mann non è in discussione. Personalmente, considero il suo Heat-La Sfida il miglior film poliziesco degli ultimi 20 anni. Ma ciò che mi preme puntualizzare circa Nemico Pubblico è che arriva tardi e non fa altro che sfruttare consolidati cliché del cinema che neppure a blasonati sex symbols di Hollywood dovrebbe essere affidato il compito di risuscitare. Senza scomodare Humphrey Bogart, viene facile accostare Nemico Pubblico a Heat, lungometraggio girato da Mann nel 1996.

Il poliziesco interpretato da De Niro e Al Pacino rappresentava una superba sintesi di eleganza, azione, suspence, sentimento, ritmo e impatto scenico. I personaggi, tutti, erano caratterizzati con cura. I dialoghi sempre essenziali e spesso intensi. Anche il duro De Niro, omologo del Dillinger dell’ultima fatica di Mann, mostrava un lato umano e sensibile nella sua tormentata relazione sentimentale. Al contrario del volgare e spavaldo protagonista di Nemico Pubblico, che supera le timide resistenze di Billie (Marion Cotillard) gonfiando il petto e brandendo il cappotto. Assolutamente fuori luogo appare anche il parallelo tra l’algida e antipatica sicumera dell’investigatore Bale e il fascino carismatico che caratterizza il tenente della polizia Al Pacino sulle tracce del criminale De Niro.

Nemico Pubblico non coinvolge, né sorprende, né stupisce. I ritmi sono lenti, e l’evolversi della storia è prevedibile, frettolosa, banale. Il punto più basso e direi ridicolo del film viene raggiunto quando Dillinger, ricercato numero uno dopo la morte dei suoi compagni, penetra indisturbato negli uffici dell’FBI mentre gli agenti si trovano radunati attorno alla tv per guardare una partita di football americano. Dillinger osserva in tutta tranquillità le sue foto segnaletiche affisse sulle bacheche, osando addirittura prendersi gioco dei federali chiedendo loro il risultato del match prima di andarsene (sic!).

A guardare il trailer sembra si stia per assistere ad un capolavoro del cinema, mentre in realtà ci si potrebbe fermare lì, perchè il film dimostra che Mann non ha altri ingrediendi da aggiungere alla sua minestra.

Nemico Pubblico non si libererà dall’ombra di Heat, di cui resta solo un patetico tentativo di emulazione.

Voto: 4.

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Le rivoluzioni colorate e le origini della Terza Guerra Mondiale (2 di 3)

Pubblicato da Marco su 22 novembre, 2009

Quando si sente parlare di ‘poteri forti’ molti non hanno un’idea chiara di cosa si tratti. Nonostante certe letture, anche io, annegato nel tram tram informativo dei giornali on-line e dei telegiornali delle notizie ‘pernacchie’, per usare una calzante definizione di Tiziano Terzani, perdo spesso il contatto con gli uomini che contano davvero, con i grandi manovratori che, mentre noi prendiamo il bus per andare al lavoro, ingannano la gente con solenni propagande e piegano il corso degli eventi in funzione dei loro interessi.

La seconda parte del resoconto storico di Andrew Gavin Marshall passa in rassegna i casi eclatanti di ‘rivoluzioni colorate’, termine con il quale si indicano rivolte popolari finanziate e sobillate da centri di potere che, ad un primo sguardo, non presentano alcun legame con i motivi alla base dei movimenti di piazza o con il paese nei quali questi hanno luogo. Ma è solo dopo una attenta analisi delle relazioni internazionali intessute dalle istituzioni del paese in rivolta è possibile interpretare gli eventi con la giusta chiave.

Ciò che segue offre una casistica importante di capovolgimenti al potere avvenuti nei primi anni 2000, che aiuta a capire come si cambia il corso della storia. Chi sono gli attori e qual’è il copione.

A chi ha seguito negli ultimi anni l’evolvere della cosiddetta ‘controinformazione’ che, perlopiù in internet, ha ispirato un crescente senso di insofferenza verso le istituzioni, non sarà sfuggito il nome ‘Freedom House’, un istituto di ricerca americano che stila classifiche sulla libertà di stampa nei paesi del mondo. Il mediocre posizionamento del nostro paese in questa classifica è stato per lungo tempo, e lo è ancora, un forte argomento contro il potere mediatico di Berlusconi in Italia. Che quest’ultimo esista è fuori di dubbio, ma la credibilità che riveste questa associazione è quantomeno discutibile, dal momento che, come emerge dal saggio di Marshall che segue, essa rappresenta uno dei principali erogatori di finanziamenti delle rivoluzioni nei paesi centro-asiatici, nonché una delle innumerevoli facce del potere corporativo di Washington.

Questo è molto preoccupante, poichè rafforza il potere e lo status quo rendendo vani e inefficaci gli sforzi per contrastarlo.

Per approfondire la conoscenza di Freedom House, la Casa della Libertà, quella vera, come Beppe Grillo si è più volte affannato a specificare, segnalo un interessante articolo di Paolo Barnard a questo link.

LE RIVOLUZIONI COLORATE E LE ORIGINI DELLA TERZA GUERRA MONDIALE  (Seconda Parte)

di Andrew Gavin Marshall

Introduzione

A seguito della geo-strategia degli Stati Uniti nella zona che Brzezinski ha definito i “Balcani mondiali”, il governo americano ha lavorato a stretto contatto con le principali ONG per ‘promuovere la democrazia’e ‘la libertà’ nelle ex-repubbliche sovietiche, muovendosi dietro le quinte per fomentare le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’, con l’unico intento di condurre al potere leader fantocci dall’aspetto amichevole, addestrati a favorire unicamente gli interessi dell’Occidente, sia da un punto di vista strategico che economico.

La seconda parte di questo saggio presenta le rivoluzioni colorate come una strategia chiave nell’imporre la guida statunitense nel Nuovo Ordine Mondiale. La rivoluzione ‘colorata’o ‘dolce’ è una pratica politica segreta della NATO e degli Stati Uniti finalizzata ad espandere la loro influenza fino ai confini della Russia e persino della Cina, seguendo uno degli obiettivi primari della politica estera americana del Nuovo Ordine Mondiale: contenere Cina e Russia e impedire il sorgere di potenze in grado di sfidare gli USA.

Le ‘rivoluzioni colorate’ sono dipinte dai media occidentali come democratiche insurrezioni popolari nelle quali la gente chiede di avere un peso maggiore all’interno di vecchi sistemi politici governati da leader dispotici.

Ma la realtà è ben lontana da ciò che questa utopica immagine suggerisce. Le ONG e i media occidentali sono soliti erogare cospicui finanziamenti e organizzare gruppi di opposizione e movimenti di protesta nel corso degli scrutinii elettorali, con lo scopo di creare la percezione che siano in corso dei brogli aizzando così le masse popolari contro le autorità perchè cedano il potere ai ‘loro’ candidati. Per questo motivo avviene spesso che il ‘loro’ candidato sia sempre il preferito dall’Occidente e dagli USA, e che la sua campagna elettorale sia sempre finanziata da Washington e le proposte politiche ed economiche sempre in linea con le dottrine neoliberali degli USA. Alla fine è il popolo a perdere, con le sue legittime speranze di cambiamento e democrazia rese vane dall’influenza che gli USA esercitano sui loro leader politici.

Le rivoluzioni dolci hanno anche l’effetto di instaurare protettorati americani lungo i confini di Cina e Russia, laddove risiedono molti degli ex paesi del Patto di Varsavia alla ricerca di strette collaborazioni politiche, economiche e militari. Questo aggrava quindi la tensione tra l’Occidente e l’asse Cina-Russia, il che, in ultima analisi, porta il mondo più vicino ad un potenziale conflitto tra i due blocchi.

Serbia

La Serbia conobbe la sua ‘rivoluzione colorata’ nell’ottobre del 2000 quando ci fu il rovesciamento del leader serbo Slobodan Milosevic. Come riportato dal Washington Post nel dicembre del 2000, a partire dal 1999 gli Stati Uniti intrapresero un’importante ’strategia elettorale’ per cacciare Milosevic. “Consulenti pagati dagli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante dietro ogni attività anti-Milosevic, dal controllo dei sondaggi alla formazione di migliaia di attivisti dell’opposizione, fino all’organizzazione di un conteggio di voti parallelo che si rivelò cruciale. Gli studenti attivisti vuotarono 5000 barattoli di vernice spray sui muri delle città con graffiti contro Milosevic e attaccarono 2,5 milioni di adesivi con lo slogan ‘Sei Finito’, che poi divenne lo slogan della rivoluzione. E tutto a spese dei contribuenti americani”. Inoltre, secondo quanto scritto da Michael Dobbs sul Washington Post, alcuni tra i “20 leader dell’opposizione serba furono invitati nell’ottobre del 1999 ad un seminario tenutosi al Marriott Hotel a Budapest patrocinato dal National Democratic Institute (NDI) con sede a Washington”.

È interessante notare che “alcuni americani coinvolti nelle azioni anti-Milosevic rivelarono di essere a conoscenza del coinvolgimento della CIA nelle operazioni elettorali, ma non riuscivano a capire cosa volessero ottenere. Qualunque cosa fosse, comunque, conclusero che non avrebbero sortito alcun effetto. Il ruolo principale fu svolto dal Dipartimento di Stato americano e dalla Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ovvero l’agenzia del governo per l’assistenza straniera, due istituzioni che canalizzarono i finanziamenti attraverso i fornitori commerciali e associazioni no-profit, come l’NDI (National Democratic Institute), che rappresenta il partito democratico americano, e l’IRI (International Republican Institute), la sua controparte repubblicana. La NDI “ha lavorato a stretto contatto con i partiti di opposizione serba, l’IRI ha concentrato invece la sua attenzione su Otpor, che fungeva da spina dorsale ideologica e organizzativa della rivoluzione. Nel mese di marzo l’IRI pagò due dozzine di capi di Otpor perchè partecipassero ad un seminario sulla resistenza non violenta presso l’Hotel Hilton a Budapest”. Nel corso del seminario, “gli studenti serbi hanno ricevuto istruzioni su come organizzare uno sciopero, comunicare con i simboli , superare la paura e minare l’autorità di un regime dittatoriale”. [1]

Stando a quanto riportato dal New York Times, Otpor, il principale gruppo di opposizione studentesca, ricevette un flusso costante di denaro proveniente dal National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione finanziata dal Congresso per la ‘promozione della democrazia’. L’Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID) offrì denaro a Otpor, così come fece l’International Republican Institute, un’altra organizzazione non governativa di Washington finanziata in parte dall’USAID”. [2]

Georgia

La Georgia conobbe la sua ‘Rivoluzione Rosa’ nel 2003, con la caduta del presidente Eduard Shevardnadze e l’insediamento di Mikhail Saakashvili dopo le elezioni del 2004. In un articolo del novembre 2003 su The Globe and Mail, è stato segnalato che una fondazione con sede negli Stati Uniti “ha favorito la caduta di Shevardnadze” attingendo ai fondi della sua organizzazione no-profit con l’intente di “inviare un’attivista 31enne di Tbilisi di nome Giga Bokeria in Serbia e incontrare i membri del movimento studentesco Otpor (Resistenza) per apprendere come questi hanno provocato la caduta del dittatore Slobodan Milosevic servendosi di manifestazioni di piazza”. Nel corso dell’estate seguente, “la fondazione pagò il viaggio di ritorno agli attivisti di Otpor dopo che questi avevano tenuto corsi di tre giorni a più di 1.000 studenti in materia di simulazione di una rivoluzione pacifica”.

Questa fondazione con sede americana “ha anche finanziato una popolare stazione televisiva di opposizione che è stata fondamentale nel mobilitare le masse nella cosiddetta ‘rivoluzione di velluto’, e si riporta che ha offerto sostegno finanziario ad un gruppo di giovani che hanno trascinato la protesta in strada”. Il proprietario della fondazione “è in stretti rapporti di amicizia con l’avversario principale di Shevardnadze, Mikhail Saakashvili, un avvocato formatosi a New York che ci si aspetta vinca le elezioni presidenziali in programma per il prossimo 4 gennaio”.

Nel corso di una conferenza stampa, una settimana prima delle sue dimissioni, Shevardnadze affermò che la fondazione degli Stati Uniti “è schierata contro il Presidente della Georgia”. Inoltre, “Giga Bokeria, che tra le fila del Liberty Institute ricevette denaro sia dalla fondazione americana che dall’Istituto per l’Eurasia, sostiene che altre tre organizzazioni hanno svolto un ruolo chiave nella caduta di Shevardnadze: il Partito del Movimento Nazionale di Saakashvili, l’emittente televisiva Rustavi-2 e Kmara! (Basta! in georgiano), un gruppo di ragazzi che ha dichiarato guerra a Shevardnadze in aprile dando inizio ad una campagna denigratoria con manifesti e graffiti sui muri che denunciavano la corruzione nel governo”. [3]

Il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo precedentemente citato, l’autore ha pubblicato un altro articolo su The Globe and Mail, spiegando che la ‘rivoluzione senza spargimento di sangue’ in Georgia “odori maggiormente come un’altra vittoria degli Stati Uniti sulla Russia nella grande scenario internazionale del periodo post-Guerra Fredda”. L’autore, Mark MacKinnon, ha spiegato che dietro la caduta di Eduard Shevardnadze si trova “il petrolio sotto il Mar Caspio, una delle poche grandi risorse di petrolio al mondo relativamente ancora non sfruttate”, e quindi la “Georgia e la vicina Azerbaigian, che si affaccia sul Mar Caspio, presto cominceranno ad essere considerati non solo come paesi di recente indipendenza, ma come parte di un ‘corridoio energetico’ “. Sono stati infatti già definiti dei piani che porteranno alla costruzione di un imponente “oleodotto che attraverserà la Georgia verso la Turchia e il Mediterraneo”.

A questo proposito, vale la pena citare ancora MacKinnon:

“Quando questi piani furono definiti, Shevardnadze era visto favorevolmente sia dagli investitori occidentali e che dal governo degli Stati Uniti. La sua reputazione di uomo che ha contribuito a porre fine alla Guerra Fredda diede agli investitori un senso di fiducia nel paese, e la sua intenzione dichiarata di spostare la Georgia fuori dall’orbita della Russia e verso le istituzioni occidentali come la NATO e la UE non fece altro che aumentare il suo credito presso il Dipartimento di Stato USA.

Gli Stati Uniti si mossero velocemente per offrire sostegno alla Georgia aprendo una base militare nel paese (2001) con lo scopo di formare le milizie georgiane ‘anti-terrorismo’. Questa base divenne il primo insediamento militare americano in una ex repubblica sovietica.

Ad un certo punto, però, Shevardnadze invertì la rotta e decise di abbracciare ancora una volta la Russia. Questa estate, infatti, la Georgia ha firmato un accordo segreto per una fornitura di gas per 25 anni con il colosso energetico russo Gazprom, che diventa così suo unico fornitore. Inoltre, ha di fatto venduto la rete elettrica del paese ad un’altra azienda russa tagliando fuori AES, una società che l’amministrazione USA aveva appoggiato per vincere l’appalto. Shevardnadze attaccò i manager di AES definendoli ‘bugiardi e imbroglioni’. Entrambe le trattative hanno dunque drammaticamente avuto l’effetto di incrementare l’influenza russa a Tbilisi”.

A seguito delle elezioni in Georgia, Mikhail Saakashvili, formatosi negli States e spalleggiato dal governo americano, salì alla presidenza e “vinse la giornata”. [4] Ci troviamo di fronte ad un altro esempio di come la geopolitica del petrolio e la politica estera degli Stati Uniti siano intimamente connesse. La tattica della ‘rivoluzione colorata’ è di vitale importanza nell’ottica degli interessi USA-NATO nella regione: ottenere il controllo sulle riserve di gas dell’Asia centrale ed evitare che la Russia espanda la propria zona d’influenza. Tutto questo deriva direttamente dalla strategia imperiale messa in atto dall’asse USA-NATO per l’instaurazione del nuovo ordine mondiale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. (Questa strategia è stata descritta in dettaglio nella prima parte del presente saggio).

Ucraina

La sua ‘rivoluzione colorata’ l’Ucraina la vide nel 2004 con la ‘Rivoluzione Arancione’, in cui il leader d’opposizione filo-occidentale Viktor Yushchenko divenne presidente sconfiggendo Viktor Yanukovych. Come il Guardian rivelò nel 2004, dopo le elezioni contestate (come accade in ogni ‘rivoluzione colorata’), “i guerrieri della democrazia del movimento giovanile ‘Ukrainian Pora’ hanno già conquistato una importante vittoria – qualunque sia il risultato di questa pericolosa situazione a Kiev”, tuttavia, “tutto questo è opera degli Stati Uniti: un esercizio sofisticato e brillantemente ideato dai geni del marketing globale dell’Occidente, e che è stato utilizzato per nascondere elezioni truccate e rovesciare regimi non graditi in ben quattro paesi in quattro anni”.

L’autore, Ian Traynor, ha spiegato che, “la strategia adottata in Ucraina, finanziata e organizzata dal governo degli Stati Uniti mettendo a disposizione consulenti, sondaggisti, diplomatici, entrambi i grandi partiti americani e le ONG, era già stata utilizzata in Europa a Belgrado nel 2000 per far cadere il regime di Slobodan Milosevic”. Inoltre, “l’NDI del Partito Democratico, l’IRI del Partito Repubblicano, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’USAID sono le principali organizzazioni coinvolte in queste iniziative a favore dei cittadini, così come la ONG Freedom House, oltre agli stessi finanzieri miliardari già coinvolti nella ‘Rivoluzione Rosa’ in Georgia. Nell’attuazione delle strategie di rovesciamento dei regimi, “le opposizioni spesso riottose devono compattarsi dietro un unico candidato, se si vuole avere possibilità di scalzare il regime. Quel leader viene scelto sulla base di criteri di opportunità e di obiettivo, anche se lui o lei è anti-americano”.

“Freedom House e l’NDI del Partito Democratico”, prosegue Traynor, “hanno finanziato e organizzato ‘la più grande operazione di monitoraggio elettorale’ in Ucraina, coinvolgendo più di 1.000 osservatori appositamente istruiti. Essi hanno inoltre eseguito gli exit poll. Nel corso della serata di domenica, quei sondaggi davano Yushchenko in vantaggio di 11 punti prevendendo di fatto quello che sarebbe successo di lì a poco”.

Gli exit poll sono fondamentali dal momento che, comparendo inevitabilmente per primi e ricevendo ampia copertura mediatica, rivestono un ruolo importante nella lotta propagandistica contro il regime e costringono le autorità a dare subito delle spiegazioni.

La fase finale della strategia americana delle ‘rivoluzioni colorate’ prende in considerazione le contromosse da usare quando il leader sconfitto non accetta l’esito delle elezioni  [...] A Belgrado, Tbilisi, e adesso Kiev, dove le autorità hanno inizialmente cercato di restare aggrappati al potere, il consiglio era di rimanere freddi ma determinati e di organizzare manifestazioni popolari di disobbedienza civile, che doveva rimanere comunque pacifica nonostante il rischio di provocare la violenta repressione da parte del regime. [5]

Come descritto in un articolo apparso sul Guardian a firma di Jonathan Steele, il leader dell’opposizione Viktor Yushchenko, che contestò i risultati delle elezioni, “era primo ministro nel governo del presidente uscente Leonid Kuchma e alcuni dei suoi sostenitori sono anche legati ai gruppi industriali senza scrupoli che hanno gestito a loro vantaggio la privatizzazione dell’Ucraina post-sovietica”. Egli ha inoltre spiegato che i brogli elettorali sono fondamentalmente irrilevanti, infatti “la decisione di protestare sembra dettata principalmente da ragioni di realpolitik o dalla natura più o meno ‘filoccidentali’ e a favore degli interessi economici dello sfidante. In altre parole, coloro i quali sosterranno un programma economico neoliberista avranno il sostegno dell’asse USA-NATO, dal momento che il neoliberismo rappresenta il dogma economico internazionale alla base delle loro mire nella regione.

Citando ancora l’articolo di Steel, “in Ucraina, Yushchenko ricevette l’avallo dell’Occidente, oltre ai fiumi di denaro versato dai gruppi che lo sostengono, che vanno dalla organizzazione giovanile, Pora, a vari siti web di opposizione. In pratica, gli Stati Uniti e le altre ambasciate occidentali pagarono per avere quegli exit poll”. Questo chiarisce bene le idee circa l’importanza strategica dell’Ucraina per gli Stati Uniti, ‘che rifiuta di abbandonare la sua politica di guerra fredda per il contenimento della Russia cercando di attirare dalla sua parte tutte le repubbliche ex-sovietiche”. [6]

Un commentatore del Guardian descrive così l’ipocrisia dei media occidentali: “Due milioni di manifestanti anti-guerra che invadono le strade di Londra vengono politicamente ignorati, mentre poche decine di migliaia di persone nel centro di Kiev diventano ‘il popolo’ e la polizia ucraina, i tribunali e le istituzioni governative gli strumenti di oppressione”. Inoltre si rivela che, “enormi manifestazioni sono state organizzate a Kiev a sostegno del primo ministro, Viktor Yanukovich, ma in tv questo non è mai stato mostrato: se si parla dei sostenitori di Yanukovich è solo per ridicolizzarli, ad esempio per essere giunti in autobus. Le manifestazioni a favore di Viktor Yushchenko hanno invece luci laser, schermi al plasma, sofisticati sistemi audio, concerti rock, tende da campo ed enormi quantità di indumenti arancioni; ma nonostante questo continuiamo ad illuderci che si tratta di semplici manifestazioni spontanee.[7]

Nel 2004, la Associated Press riportò che, “l’amministrazione Bush negli ultimi due anni ha speso più di 65 milioni dollari in aiuti alle organizzazioni politiche in Ucraina, denaro che è servito a portare il leader dell’opposizione Viktor Yushchenko ad incontrare i leader degli Stati Uniti e organizzare exit poll che indicassero Yushchenko come vincitore delle elezioni”. Il denaro, affermano, “è stato incanalato attraverso organizzazioni come la Fondazione Eurasia o attraverso gruppi allineati con i Repubblicani e i Democratici del Congresso, i quali hanno organizzato le sessioni di training per gli elettori insieme alle associazioni per i diritti umani e le testate di informazione indipendente”. Tuttavia , anche i funzionari dil governo “riconoscono che parte del denaro è servito ad aiutare i gruppi e i singoli individui che si opponevano al candidato di governo spalleggiato dalla Russia”. 

Il rapporto afferma che alcune grandi fondazioni internazionali finanziarono gli exit poll, che secondo il presidente in carica furono ‘asimmetrici’. Tra queste fondazioni ci sono “la NDI (National Endowment for Democracy), che riceve i soldi direttamente dal Congresso, la Fondazione Eurasia, finanziata dal Dipartimento di Stato, e la Fondazione Rinascimento”, che riceve denaro dagli stessi facoltosi finanzieri, oltre che dal Dipartimento di Stato americano. Il coinvolgimento del Dipartimento di Stato americano dimostra che questi finanziamenti rientrano nei piani di politica estera degli Stati Uniti. “Altri paesi offrirono la loro collaborazione in queste operazioni. Tra questi troviamo Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svizzera, Canada, Norvegia, Svezia e Danimarca”. In alcuni gruppi di finanziamento e attività in Ucraina furono coinvolti anche l’International Republican Institute e il National Democratic Institute, quest’ultimo presieduto in quel momento dall’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Madeline Albright. [8]

Nel 2004, Mark Almond scrisse per il Guardian dell’avvento del ‘Potere del Popolo’, descrivendolo in funzione di ciò che stava accadendo in Ucraina. In particolare Almond scrisse che “i disordini in Ucraina sono presentati dai media come una lotta tra il popolo e le vecchie strutture di potere sovietiche. Il ruolo delle organizzazioni dell’Europa occidentale risalenti al periodo della Guerra Fredda è invece tabù. Se provi ad interessarti dei finanziamenti piovuti sulla sensazionale messa in scena di Kiev, le grida di rabbia che sentirai ti dimostreranno che hai toccato un punto nevralgico del Nuovo Ordine Mondiale”.

Continua Almond: “Attraverso tutti gli anni ‘80, nella organizzazione delle rivoluzioni di velluto fino al 1989, un piccolo esercito di volontari – e, per dirla con franchezza, spie – ha collaborato alla promozione di quello che divenne il Potere del Popolo. Una galassia di fondazioni interconnesse tra loro e associazioni di beneficenza che spuntavano come funghi per trasferire milioni di dollari ai dissidenti. Il denaro proveniva prevalentemente dai paesi NATO e da finti alleati come la ‘neutrale’ Svezia. [...] La sbornia del Potere del Popolo è una terapia d’urto. Ogni aggregazione civile viene descritta dalle testate giornalistiche ‘indipendenti’ occidentali come una rappresentazione della prosperità della regione euro-atlantica, purché la gente scenda in strada a manifestare. Nessuno si sofferma sulla disoccupazione di massa, il crescente abuso di informazioni riservate, l’aumento della criminalità organizzata, la prostituzione e l’impennata dei tassi di mortalità tra la popolazione degli stati dove vige il Potere del Popolo.

Usando una certa eleganza, Almond spiega: “Il Potere del Popolo si rivela essere più favorevole ad una società chiusa che aperta. Si chiudono le fabbriche, ma, peggio ancora, le menti. I suoi sostenitori richiedono libero mercato su tutto, ma non sulle opinioni. L’ideologia corrente tra i pensatori del New World Order, molti dei quali sono ex comunisti, è il Leninismo di Mercato – cioè la combinazione tra un modello dogmatico economico e metodi machiavellici di afferrare le leve del potere”. [9]

Come riportato da Mark MacKinnon su The Globe and Mail, anche il Canada sostenne il gruppo di giovani attivisti ucraini denominato Pora, finanziando il movimento per ‘il potere democratico del popolo’. MacKinnon osserva che: “L’amministrazione Bush era particolarmente ansiosa di vedere un presidente filo-occidentale con l’obiettivo di assicurarsi il controllo su un importante oleodotto che va da Odessa, sul Mar Nero, a Brody, sul confine polacco”. Tuttavia, “il presidente uscente, Leonid Kuchma, aveva da poco invertito il flusso in modo che l’oleodotto trasportasse il greggio russo verso sud, invece di aiutare i produttori degli Stati Uniti nella regione del Mar Caspio trasportando i loro prodotti verso l’Europa”. Dall’analisi di MacKinnon emerge che i primi finanziamenti occidentali provennero dal Canada, anche se successivamente furono di gran lunga superati dagli stanziamenti statunitensi.

Andrew Robinson, ambasciatore del Canada in Ucraina in quel periodo, cioè nel 2004, “organizzava incontri mensili segreti con gli ambasciatori occidentali, dirigendo quello che lui chiamò ‘il coordinamento dei donatori’, costituito dai 28 paesi interessati a vedere Yushchenko presidente dell’Ucraina. Ma, alla fine, Robinson agì come semplice portavoce del gruppo diventando uno dei principali critici del governo Kuchma”. Il Canada inoltre, “finanziò dei discussi exit poll, realizzati il giorno stesso delle elezioni dal Razumkov Centre dell’Ucraina e altri gruppi, che mettevano in dubbio i risultati ufficiali mostrando la vittoria di Yanukovich”. Non appena il nuovo governo filo-occidentale si insediò, “fu annunciata l’intenzione di invertire il flusso dell’oleodotto Odessa-Brody”. [10]

Analogamente a quanto accaduto in Georgia, questo dimostra ancora una volta quali sono i reali interessi che gli USA e i paesi della NATO proteggono attraverso le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’: contenere l’espansione russa aumentando la propria influenza sulla regione, nonché imporre il controllo da parte degli Stati Uniti e della NATO sulle maggiori risorse e i corridoi di trasporto della regione.

Daniel Wolf scrisse sul Guardian che: “Per la maggior parte delle persone che si sono radunate nella piazza dell’Indipendenza di Kiev, la manifestazione era sentita come spontanea. Essi avevano tutte le ragioni per impedire al candidato Viktor Yanukovich di arrivare al potere e non fecero altro che cogliere l’occasione che è stato offerta loro. Ma attraversando a piedi gli accampamenti nel dicembre scorso, era difficile non notare la precisione con cui erano state preparate le cucine, le tende per i dimostranti e i concerti, la professionalità delle cronache televisive e la capillare diffusione dei loghi arancioni che si potevano ammirare ovunque”. Wolf sostiene che, “gli eventi di piazza furono il risultato di un’attenta e segreta pianificazione resa possibile da una cerchia ristretta di uomini di Yushchenko nel corso di anni. La vera storia della rivoluzione arancione è molto più interessante della favola comunemente accettata“.

Roman Bessmertny, responsabile della campagna elettorale di Yushchenko, due anni prima delle elezioni del 2004, “organizzò corsi di formazione, seminari, lezioni pratiche condotte da esperti di legge e comunicazione per circa 150 mila persone”.

La “Rivoluzione del Tulipano” in Kirghizistan

Nel 2005, il Kirghizistan ebbe la sua “Rivoluzione del Tulipano”, in cui il presidente in carica venne sostituito dal candidato filo-occidentale attraverso un’altra ‘rivoluzione popolare’. Come riportava il New York Times nel marzo del 2005, poco prima della elezioni, “un giornale di opposizione ha pubblicato alcune foto che ritraevano un palazzo residenziale destinato al presidente della nazione Askar Akayev, in quel momento fortemente impopolare, suscitando una profonda indignazione e una rivolta popolare”. Tuttavia, va segnalato che “questo giornale ha ricevuto notevoli sovvenzioni dal governo degli Stati Uniti ed era stampato da una tipografia finanziata dal governo americano e gestita da Freedom House, un’organizzazione statunitense che si presenta come ‘una voce chiara in favore della democrazia e della libertà in tutto il mondo”.

Gli altri paesi che hanno “contribuito a sottoscrivere programmi per lo sviluppo della democrazia e della società civile” in Kirghizistan sono stati la Gran Bretagna, i Paesi Bassi e la Norvegia. Questi paesi “hanno svolto un ruolo fondamentale nel preparare il terreno per l’insurrezione popolare che ha portato al potere i politici dell’opposizione”. La maggior parte del denaro proveniva dagli Stati Uniti, in particolare attraverso il National Endowment for Democracy (NED), nonché “la Freedom House o le traduzioni per il Kirghizistan di Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente filo-democratica”. Il National Democratic Institute ha anche svolto un ruolo di primo piano nell’erogazione di finanziamenti, per i quali uno dei principali beneficiari disse, “sarebbe stato assolutamente impossibile avere successo senza aiuti esterni”.

Il Times riporta ancora che: “Il denaro americano contribuisce a finanziare in tutto il paese i centri della società civile, in cui gli attivisti e i cittadini possono incontrarsi, ricevere una formazione, leggere giornali indipendenti e persino guardare la CNN o navigare in Internet. La sola  NDI (National Democratic Institute) gestisce 20 centri che offrono flash giornalistici in russo, kirghizo e uzbeko. Gli Stati Uniti sponsorizzano l’American University in Kirghizistan, la cui missione dichiarata è, in parte, promuovere lo sviluppo della società civile, e finanzia programmi di scambio culturale attraverso i quali studenti e leader di organizzazioni governative vengono mandati negli Stati Uniti. Il nuovo ministro del Kirghizistan, Kurmanbek Bakiyev, è stato uno di loro. Tutto questo denaro e le risorse umane impiegate hanno favorito la crescita delle forze di opposizione in Kirghizistan offrendo loro sostegno morale nel corso degli ultimi anni, oltre ad aver messo a disposizione le infrastrutture necessarie a comunicare le proprie idee al popolo kirghizo”.
Per coloro “che non conoscevano il russo o non avevano la possibilità di leggere il giornale potevano ascoltare una sintesi dei principali articoli pubblicati in lingua kirghiza su Radio Azattyk, un’emittente locale che fa capo al franchise di Radio Free Europe/Radio Liberty, broadcast finanziato dal governo USA”. Ma anche altri media cosiddetti ‘indipendenti’ sono stati sostenuti finanziariamenti per gentile concessione del Dipartimento di Stato USA. [12] Come il Wall Street Journal rivelò prima delle elezioni, i gruppi di opposizione, le ONG e i media ‘indipendenti’ del Kirghizistan ricevevano ingenti contributi finanziari americani da Freedom House, oltre che dalla Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Il Journal riportò che, “per evitare di provocare la Russia e violare le norme diplomatiche, gli Stati Uniti non possono sostenere direttamente i partiti d’opposizione. Possono però organizzare una influente rete di ONG schierate a favore della libertà di stampa, lo stato di diritto e elezioni pulite, quasi sempre in contrasto con gli interessi consolidati dei vecchi regimi autocratici”.

Riprendendo ancora le parole del Wall Street Journal, il Kirghizistan “occupa una posizione strategica. Sia gli Stati Uniti che la Russia hanno infatti basi militari nella regione. I cinque milioni di cittadini, in gran parte mussulmani, che popolano il paese, si trovano costretti in una zona molto calda compresa tra il Kazakistan, ricco di petrolio e governato da un regime che tollera poco il dissenso politico, il dittatoriale Uzbekistan, che ha posto un freno agli aiuti esteri e il povero Tagikistan”.

Una delle principali ONG di opposizione è la Coalizione per la Democrazia e i Diritti Civili, che riceve denaro “dall’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Esteri, una fondazione no-profit con sede a Washington finanziata dal governo degli Stati Uniti, e dall’USAID”. Altre fondazioni che risultano coinvolte, sia attraverso il finanziamento che la promozione tecnico-ideologica (vedi: propaganda), sono il National Endowment for Democracy (NED), l’Albert Einstein Institute, Freedom House, e il Dipartimento di Stato USA [13].

Il Presidente del Kirghizistan Askar Akayev aveva infatti parlato di una ‘terza forza’ che stava conquistando il potere nel suo paese. Il termine è stato preso in prestito da uno dei più importanti think tank statunitensi, per il quale la ‘terza forza’ è definita come “… quella forza che fa in modo che le organizzazioni non governative sostenute dall’Occidente (ONG) favoriscano i regimi e cambino la politica in tutto il mondo. La ripetizione regolare di una terza rivoluzione del ‘potere del popolo’ nell’ex Unione Sovietica in poco più di un anno – dopo gli eventi analoghi avvenuti in Georgia nel novembre 2003 e in Ucraina nel Natale scorso – significa che oggi la zona ex sovietica somiglia all’America Centrale negli anni ‘70 e ‘80, quando una serie di colpi di stato guidati dagli Stati Uniti consolidarono il controllo americano  sull’emisfero occidentale”.

Come il Guardian infatti riporta: “Molti operatori di governo americani degli Stati Uniti, che avevano lavorato in America Latina, hanno effettuato scambi commerciali nell’Europa orientale durante l’amministrazione di George Bush. In particolare Michael Kozak, ex ambasciatore americano in Bielorussia, che su queste pagine nel 2001 si vantava di star facendo in Bielorussia quello che già aveva fatto in Nicaragua: ’sostenere la democrazia’ “.

Ancora dal Guardian: “Il caso di Freedom House è particolarmente clamoroso. Presieduta dall’ex direttore della CIA James Woolsey, Freedom House è stata uno degli sponsor principali della rivoluzione arancione in Ucraina. Nel novembre 2003 aprì a Bishkek una tipografia che stampava 60 riviste di opposizione. Anche se viene dipinta come stampa ‘indipendente’, l’ente che la possiede è presieduto dal bellicoso senatore repubblicano John McCain, mentre l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale Anthony Lake fa parte del consiglio di amministrazione. Gli Stati Uniti sostengono inoltre le radio e le TV di opposizione locali”. [14]

E così che, ancora una volta, la stessa formula è stata riproposta nelle repubbliche centro-asiatiche dell’ex Unione Sovietica. Questa politica estera americana di promozione delle ‘rivoluzioni dolci’ è gestita da un network di ONG statunitensi e internazionali, nonché think tanks (letteralmente ’serbatoi di pensiero’). Essa persegue in quella regione gli interessi della NATO, ma soprattutto degli Stati Uniti.

Conclusione

Le rivoluzioni dolci o ‘rivoluzioni colorate’ rappresentano una strategia chiave del Nuovo Ordine Mondiale, che mette in atto, attraverso manipolazioni e inganni, l’obiettivo cruciale di contenere la potenza russa e mantenere il controllo delle risorse chiave. Questa strategia è fondamentale per comprendere la natura imperialistica del Nuovo Ordine Mondiale, soprattutto quando si tratta di riconoscere quando essa viene utilizzata, come ad esempio nelle ultime elezioni iraniane del 2009. La prima parte di questo saggio illustrava la strategia imperiale messa in atto dall’asse USA-NATO per costruire un Nuovo Ordine Mondiale, in seguito allo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. Si è detto che l’obiettivo primario era circondare la Russia e la Cina per prevenire il sorgere di una nuova superpotenza. In tutto questo il compito degli Stati Uniti era quello di agire come potenza egemone imperiale con lo scopo di servire gli interessi finanziari internazionali nell’imporre il Nuovo Ordine Mondiale. La seconda parte del saggio si è invece occupata della pratica imperiale americana delle ‘rivoluzioni colorate’, organizzate per promuovere gli interessi degli USA nell’Asia centrale e orientale, seguendo le linee politiche generali, già discusse nella prima parte, di prevenire che la Russia e la Cina espandano la loro zona di influenza e accedere alle principali risorse naturali.

La terza e ultima parte di questo saggio si occuperà della natura della strategia imperiale di costruire un Nuovo Ordine Mondiale, focalizzando l’attenzione sui conflitti crescenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, America Latina, Europa Orientale e Africa, e le possibilità che questi conflitti possano porre le basi per una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia. In particolare, essa analizzerà quanto accaduto negli ultimi anni, ponendo l’accento sulla natura crescente dei conflitti in corso e il rischio che si verifichi una ‘Nuova Guerra Mondiale per un Nuovo Ordine Mondiale’.


Riferimenti

[1] Michael Dobbs, U.S. Advice Guided Milosevic Opposition. The Washington Post: December 11, 2000: http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn/A18395-2000Dec3?language=printer

[2] Roger Cohen, Who Really Brought Down Milosevic? The New York Times: November 26, 2000: http://www.nytimes.com/2000/11/26/magazine/who-really-brought-down-milosevic.html?sec=&spon=&pagewanted=1

[3] Mark MacKinnon, Georgia revolt carried mark of Soros. The Globe and Mail: November 23, 2003: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_georgia3.html

[4] Mark MacKinnon, Politics, pipelines converge in Georgia. The Globe and Mail: November 24, 2003: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_georgia2.html

[5] Ian Traynor, US campaign behind the turmoil in Kiev. The Guardian: November 26, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/nov/26/ukraine.usa

[6] Jonathan Steele, Ukraine’s postmodern coup d’etat. The Guardian: November 26, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/nov/26/ukraine.comment

[7] John Laughland, The revolution televised. The Guardian: November 27, 2004: http://www.guardian.co.uk/media/2004/nov/27/pressandpublishing.comment

[8] Matt Kelley, U.S. money has helped opposition in Ukraine. Associated Press: December 11, 2004: http://www.signonsandiego.com/uniontrib/20041211/news_1n11usaid.html

[9] Mark Almond, The price of People Power. The Guardian: December 7, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/dec/07/ukraine.comment

[10] Mark MacKinnon, Agent orange: Our secret role in Ukraine. The Globe and Mail: April 14, 2007: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_ukraine4.html

[11] Daniel Wolf, A 21st century revolt. The Guardian: May 13, 2005: http://www.guardian.co.uk/world/2005/may/13/ukraine.features11

[12] Craig S. Smith, U.S. Helped to Prepare the Way for Kyrgyzstan’s Uprising. The New York Times: March 30, 2005: http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9806E4D9123FF933A05750C0A9639C8B63&sec=&spon=&pagewanted=all

[13] Philip Shishkin, In Putin’s Backyard, Democracy Stirs — With U.S. Help. The Wall Street Journal: February 25, 2005: http://www.iri.org/newsarchive/2005/2005-02-25-News-WSJ.asp

[14] John Laughland, The mythology of people power. The Guardian: April 1, 2005: http://www.guardian.co.uk/world/2005/apr/01/usa.russia

Andrew Gavin Marshall è un Ricercatore Associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (CRG). Attualmente si occupa dello studio di Politica Economica e Storia presso la Simon Fraser University.

L’articolo originale potete trovarlo qui:

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15767

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Una strategia imperialista per un Nuovo Ordine Mondiale: Le Origini della Terza Guerra Mondiale (1 di 3)

Pubblicato da Marco su 27 ottobre, 2009

Restando sulla scia di quanto detto a proposito del libro di Marco Pizzuti Rivelazioni non autorizzate, la storia del nostro tempo non viene mai completamente narrata alla gente, che ne è la vera protagonista. In tv la storia ha i colori bianco e nero dei documentari dell’Istituto Luce, come se quello che accade in questi anni non fosse degno di essere un giorno ricordato con gli stessi toni solenni con cui oggi si racconta l’invasione polacca del Terzo Reich. Sui giornali la storia, intesa come storia della politica internazionale, è solo cronaca, priva di quelle dettagliate analisi che invece abbondano quando si discute di scandali sessuali o beghe di partito. In questi giorni si rincorrono notizie di morte in Pakistan, Iran e Iraq. I media le diffondono sottoforma di estemporanei flash giornalistici per lasciare spazio sufficiente al delitto di Garlasco o al caso Marrazzo. Nessun esperto prova a fare dei collegamenti, ad alzare lo sguardo sulla situazione geopolitica delle regioni mediorientali e dell’Asia Centrale chiedendosi a chi possa giovare una tale situazione e a quali sviluppi futuri andiamo incontro.

Al di là della solita scontata retorica filoamericana e antiterrorismo, esiste a mio avviso un buio informativo di una gravità assoluta. Un buio da illuminare, prima che il soffitto di casa nostra crolli all’improvviso sulle nostre menti distratte, senza che ce ne accorgiamo.

Pubblico la traduzione di un articolo di Andrew Gavin Marshall, che in realtà è un saggio storico diviso in tre parti (qui, per ora, troverete solo la prima), in cui si analizzano i passaggi attraverso i quali si è giunti all’assetto geopolitico attuale a partire dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1989. Troverete i nomi, i fatti e le circostanze che hanno portato gli Stati Uniti e la NATO a dominare l’Europa e i Balcani, e i piani futuri di predominio euroasiatico che prendono le mosse dall’11 settembre 2001 e minacciano di trascinare il mondo in un terzo conflitto mondiale.

Il vasto corollario di fonti permette al lettore di verificare quanto scritto nell’articolo ed eventualmente continuare il lavoro di ricerca e affinamento dell’informazione. Il video pubblicato in cima al post mostra un’intervista a Webster Tarpley, coraggioso giornalista e storico americano, in cui svela le trame di potere che si celano dietro l’immagine ‘pacifica’ e conciliatrice di Barack Obama, descritto come un ‘puppet’ dei poteri forti. Rintracciare le analogie tra quanto scritto nell’articolo seguente e le tesi di Tarpley è un esercizio molto interessante.

L’atteggiamento che dovrebbe avere chiunque si accosti allo studio o alla lettura di un argomento è ben riassunto dalle parole di Paolo Barnard: “Ogni volta che voi pubblico ascoltate o leggete il lavoro di chi vi informa, dovete imporvi di pensare che si tratta solo di fonti, non di oracoli, ma fonti da ascoltare a debita distanza, fra le tante altre fonti che ascolterete. Dovete arrivare al punto dove non esista più la relazione col giornalista ‘personaggio/divo/esperto’, che va visto sempre come un vostro consulente fra i tanti”.

UNA STRATEGIA IMPERIALISTA PER UN NUOVO ORDINE MONDIALE: LE ORIGINI DELLA TERZA GUERRA MONDIALE (Prima Parte)

di Andrew Gavin Marshall

Introduzione

A fronte del totale collasso economico globale, le probabilità che si verifichi una massiccia guerra internazionale sono in aumento. Storicamente, i periodi di declino imperiale e crisi economica sono contrassegnati da un aumento della violenza internazionale e della guerra. Il crollo dei grandi imperi europei è stato segnato dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Grande Depressione che ebbe luogo tra i due conflitti. Attualmente, il mondo sta assistendo al declino dell’impero americano, a sua volta nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Come dominatore imperiale del dopoguerra, l’America creò l’attuale sistema monetario e rivestì il ruolo primario di arbitro della politica economica globale. Per gestire la politica economica mondiale, gli Stati Uniti hanno creato la più grande e potente forza militare della storia. Non è possibile mantenere il controllo dell’economia globale senza una costante presenza e azione militare.

Ora che sia l’impero americano che l’economia politica globale sono in crisi e in procinto di collassare, la prospettiva di una fine violenta per l’era imperiale dell’America si fa drammaticamente concreta. Questo saggio è suddiviso in tre parti distinte. La prima parte riguarda la strategia geopolitica USA-NATO dopo la fine della guerra fredda e all’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, che delinea la politica imperiale dell’occidentale che ha spianato la strada alla guerra in Jugoslavia e la “guerra al terrore”. La seconda parte analizza le origini delle “rivoluzione dolci” o “rivoluzioni colorate” nella strategia imperiale degli Stati Uniti, concentrandosi sulla creazione di egemonia nell’Europa orientale e nell’Asia centrale. La terza parte analizza la natura della strategia imperiale di costruire un nuovo ordine mondiale, con particolare attenzione ai conflitti crescenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, America Latina, Europa Orientale e Africa, e la possibilità che questi focolai di guerra hanno di scatenare una nuova guerra mondiale con la Cina e la Russia.

Definizione di una Nuova Strategia Imperiale

Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la politica estera dell’asse USA-NATO ha dovuto ripensare il suo ruolo nel mondo. La guerra fredda è servita come un mezzo per giustificare l’espansione imperialista degli Stati Uniti in tutto il mondo con lo scopo di “contenere” la minaccia sovietica. La NATO stessa è stata creata ed esiste solo allo scopo di formare una alleanza anti-sovietica. Dopo la dissoluzione dell’URSS, la NATO non aveva più alcun motivo di esistere. Gli Stati Uniti hanno dovuto quindi trovare un nuovo scopo per la loro strategia imperialista nel mondo. Nel 1992, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sotto la direzione del Segretario della Difesa Dick Cheney (che in seguito diventerà vice-presidente di George Bush Jr.) e del sottosegretario del Pentagono alla Difesa per la politica Paul Wolfowitz (che sarà Vice Segretario della Difesa durante l’amministrazione di Bush Jr. e presidente della Banca mondiale), scrisse un documento di difesa che divenne la guida della politica estera americana nel dopo-guerra fredda, comunemente denominato “Nuovo Ordine Mondiale”.

Il documento, intitolato ‘Defense Planning Guidance’, fu rilasciato nel 1992, e rivelò che “In una estesa dichiarazione per una nuova politica, che è nella sua fase finale di stesura, il Dipartimento della Difesa afferma che la missione politica e militare degli Stati Uniti nel post-guerra fredda sarà assicurare che a nessuna superpotenza rivale sia permesso di emergere in Europa Occidentale, Asia o nei territori dell’ex Unione Sovietica”, e che “Il documento riservato delinea i confini di un mondo dominato da un’unica superpotenza, la cui posizione può essere perpetuata da un comportamento costruttivo e un controllo militare sufficiente a scoraggiare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni contesti la supremazia americana. Inoltre, “il nuovo progetto tratteggia un mondo in cui esiste una potenza militare dominante i cui leader hanno il compito di ‘instaurare dei meccanismi di dissuasione per i potenziali concorrenti, o per chiunque aspiri ad un ruolo locale o globale più rilevante’ ”. Tra le sfide necessarie per la supremazia americana, il documento “richiede guerre contro l’Iraq e la Corea del Nord” ed ha individuato nella Cina e la Russia le principali minacce. Il documento inoltre “suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero anche prendere in considerazione l’ipotesi di estendere le operazioni di ‘contenimento’ alle nazioni dell’Europa centrale e orientale, analogamente a quanto avviene per i paesi dell’Arabia Saudita, Kuwait e altri paesi arabi lungo il Golfo Persico”[1].

NATO e Yugoslavia

Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e l’allargamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto all’ombra del dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno studiato un piano di prestiti erogati dal FMI e dalla Banca Mondiale, che presero il nome di Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che aveva raggiunto la cifra di 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, hanno provocato “uno sconvolgimento economico e politico del paese…La crisi economica ha messo a rischio la stabilità politica…ed ha inoltre minacciato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2] (Per maggiori informazioni circa i SAPs, consiglio la lettura di Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale di Michel Chossudovsky, nda)

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente repubblica jugoslava. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, il programma finanziario patrocinato da Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale ebbe inizio, con il risultato che le spese dello stato jugoslavo furono dirette esclusivamente al rimborso del debito contratto. Come risultato, i programmi sociali furono smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi rimasero congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici nonché le divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, il che portò al distaccamento della Croazia e la Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, la comunità di intelligence degli Stati Uniti rilasciò un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, nel quale venivano previsti la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo la responsabilità dei successivi disordini al presidente serbo Slobodan Milosevic [4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò l’indipendenza. Nel 1992 si giunge però ad un cessate il fuoco. Ma nonostante ciò, i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 entrando anche nel conflitto in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, con lo scopo di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “consolidare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti appoggiarono queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni segrete alle forze croate che provocando tra 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte scacciati dalle loro terre uccidendo, saccheggiando case, incendiando villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]

L’esercito croato fu addestrato addestrato da consiglieri americani, mentre tutte le operazioni furono supportate personalmente dagli uomini della CIA [6]. L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 al gennaio 1996 c’è stato un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani hanno contribuito a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia a combattere con i musulmani contro i serbi, ‘i guerrieri sacri’ provenienti dall’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani ad esacerbare le tensioni e sostenere le ostilità. Rispondendo alle richieste delle repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – indebolirono le strutture di governo in Jugoslavia accrescendo le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Offrendo sostegno logistico alle varie parti in guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione di alleggerire l’embargo militare disposto dalle Nazioni Unite in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere letta in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “è stato messo in atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia. Questo traffico è stato organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele sono stati impegnati nell’armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’agenzia di intelligence tedesca BND favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione, in una grande varietà di modi. Come l’Observer riportò nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso il “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia formata da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che MPRI stava addestrando i Croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, l’Olanda “era certa del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per definire una “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono stati quindi mandati in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e inseriti nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti incontrarono i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante della guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, tra cui vi era anche Osama bin Laden. [13] Nel 1997, l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi, addestramento e sostegno dagli Stati Uniti e la NATO, mentre il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, coltivava strette relazioni politiche con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono i terroristi dell’UCK in Jugoslavia, prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999. Il BND era in contatto con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden nei campi di addestramento in Afghanistan. Anche l’ONU ha dichiarato che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo vennero giustificati col pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, che è stato definito un genocidio. L’amministrazione Clinton ha dichiarato che almeno 100.000 albanesi del Kosovo sono dispersi e “potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temevano fino a 500.000 albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10.000, tuttavia, dopo gli opportuni accertamenti, è stato rivelato che ai serbi poteva essere attribuita la morte di meno di 2.500 albanesi. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 ei 1.500 civili serbi rimasero uccisi, trasformando quelle operazioni militari in crimini di guerra, compresi il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]

Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, in collaborazione con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza sulla integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Se la conferenza chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, era palese ormai che la guerra in Jugoslavia era stata condotta con l’obiettivo di allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi finalizzata al contenimento della Russia [21].

La questione fondamentale è che “la guerra ha posto le basi per la sopravvivenza della NATO nel post-guerra fredda, dal momento che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “Mentre i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, la NATO non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una controversia interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stato visto dalla Russia come una grande minaccia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni trae origine proprio dalla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”. [22]

La Guerra al Terrore e il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)

Quando Bill Clinton divenne Presidente, i falchi neo-conservatori (chiamati anche ‘neocon’, nda) che già avevano lavorato nell’amministrazione di George H.W. Bush formarono un think tank, ovvero una corrente di pensiero, chiamato il ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, o PNAC. Nel 2000 pubblicarono una relazione dal titolo ‘Ricostruire la Difesa dell’America: Strategia, Forze e Risorse per un nuovo secolo’. Traendo spunto dal ‘Defense Policy Guidance’, essi affermano che “gli Stati Uniti devono mantenere forze sufficienti in grado di organizzare in breve tempo e vincere guerre multiple e simultanee su larga scala”. [23] E ancora, “è necessario mantenere forze di combattimento sufficienti a combattere e trionfare sui più teatri di guerra contemporaneamente” [24] e che “è importante che il Pentagono inizi a calcolare le forze necessarie per proteggere, senza alcun aiuto esterno, gli interessi americani in Europa, Asia orientale e Golfo Persinco in ogni momento”.[25 ]

È interessante notare che il documento afferma che “gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una sostanziale presenza di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.[26] Tuttavia, nel sostenere un massiccio incremento delle spese federali per la difesa e l’ampliamento dell’impero americano in tutto il mondo, compresa la distruzione forzata di numerosi paesi attraverso le principali guerre, il rapporto afferma che, “il processo di trasformazione, sebbene conduca a cambiamenti rivoluzionari, sarà probabilmente lungo e potrebbe comprendere anche un evento catastrofico e catalizzante – come una nuova Pearl Harbor”.[27] Quell’evento si verificò un anno dopo, esattamente l’11 settembre 2001. Molti tra gli autori di quel rapporto e i membri del PNAC lavoravano nell’amministrazione Bush, trovandosi dunque nella migliore posizione per mettere in atto il loro “Progetto” dopo aver ottenuto la loro “nuova Pearl Harbor”.

I propositi di guerra erano “già in fase di sviluppo negli anni Novanta da parte dei think tanks di estrema destra, organizzazioni in cui militavano i guerrieri della guerra fredda provenienti dal cuore dei servizi segreti, delle chiese evangeliche, delle multinazionali produttrici di armamenti e delle compagnie petrolifere, che mettevano a punto progetti impensabili per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale”. Per fare questo, “gli Stati Uniti avrebbero bisogno di usare tutti i mezzi – diplomatici, economici e militari, anche guerre di aggressione – per garantirsi la possibilità di avere il controllo permanente delle risorse del pianeta e la capacità di controllare ogni possibile rivale, anche debole”.

Tra le persone coinvolte nel PNAC e nei piani per l’impero vi erano, “Dick Cheney – Vice President, Lewis Libby – capo dello staff di Cheney, Donald Rumsfeld – Ministro della Difesa, Paul Wolfowitz – vice di Rumsfeld, Peter Rodman – responsabile in materia di Sicurezza Globale, John Bolton – Segretario di Stato per il controllo degli armamenti, Richard Armitage – Vice Ministro degli Esteri, Richard Perle – ex Vice Ministro della Difesa sotto Reagan, oggi capo del Defense Policy Board, William Kristol – capo del PNAC e consigliere di Bush, noto come il cervello del presidente, Zalmay Khalilzad, che divenne successivamente ambasciatore in Afghanistan e in Iraq in seguito ai cambiamenti di regime in quei paesi”. [28]


La “Grande Scacchiera” di Brzezinski

Il falco e stratega Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, ex consigliere alla Sicurezza nazionale e il personaggio più decisivo nella politica estera dell’amministrazione di Jimmy Carter, ha scritto un libro sulla geostrategia americana. Brzezinski è anche un membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Gruppo Bilderberg, ed è stato membro del consiglio di Amnesty International, il Consiglio Atlantico e il National Endowment for Democracy. Attualmente ricopre l’incarico di amministratore fiduciario e consulente presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), il più importante organismo politico americano. Nel suo libro pubblicato nel 1997, il Grande Scacchiere Brzezinski delineò una strategia per l’America nel mondo. Egli scrisse, “Per l’America, l’obiettivo geopolitico principale è l’Eurasia. Per mezzo millennio gli affari del mondo sono stati dominati da potenze eurasiatiche e da popoli che hanno combattuto l’uno contro l’altro per il dominio regionale tentando anche di conquistare il potere mondiale”. Inoltre, “La maniera con cui l’America ‘controlla’ l’Eurasia è di fondamentale importanza. L’Eurasia è il continente più grande del mondo e geopoliticamente assiale. Un potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre più avanzate ed economicamente produttive regioni del mondo. Un semplice sguardo alla cartina suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa”. [29]

Brzezinski continua a delineare una strategia per l’impero americano affermando che “è imperativo che non emerga nessuno sfidante euroasiatico in grado di dominare l’Eurasia e quindi di competere con l’America. La formulazione di una geostrategia eurasiatica globale e integrata è dunque lo scopo di questo libro”.[30] L’ex consigliere della Sicurezza nazionale spiega inoltre che, “Due passi fondamentali sono quindi necessari: in primo luogo, identificare gli stati eurasiatici geostrategicamente dinamici e in grado di provocare un cambiamento potenzialmente importante nell’equilibrio internazionale del potere e capire gli obiettivi esterni principali delle loro èlite politiche e le probabili conseguenze che un loro eventuale raggiungimento comporterebbe. In secondo luogo, formulare specifiche politiche per gli Stati Uniti con lo scopo di compensare, cooptare e/o controllare quanto detto”. [31]

Questo significa che è fondamentale in primo luogo identificare gli stati potenzialmente in grado di uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e successivamente “compensare, cooptare e/o controllare” tali stati e i contesti in cui essi agiscono. Uno stato che certamente rientra in questa definizione è l’Iran. L’Iran, infatti, è uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e si trova in una posizione strategicamente molto importante lungo l’asse di Europa, Asia e Medio Oriente. L’Iran potrebbe essere in grado di alterare l’equilibrio dei poteri in Eurasia, stringendo accordi commerciali con la Russia o la Cina, o entrambi,  per ingenti forniture di petrolio e allo stesso modo esercitare una notevole influenza sul Golfo Persico mettendo in seria discussione l’egemonia americana in quella regione.

Brzezinski a questo punto rimuove ogni sotterfugio verbale rivelando chiaramente i suoi progetti imperiali, scrivendo, “Per dirla usando una terminologia che richiama il periodo più violento degli antichi imperi, i grandi imperativi della geostrategia imperiale sono impedire i consociativismi, assicurarsi sudditanza da parte dei vassalli, garantire i flussi tributari ed evitare alleanze tra i barbari”. [32]

Brzezinski definisce le repubbliche dell’Asia Centrale i ‘Balcani Euroasiatici’, scrivendo, “Inoltre, esse (le repubbliche dell’Asia Centrale), dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche, sono importanti almeno quanto tre dei loro più potenti paesi confinanti, vale a dire la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Cina che si sta facendo notare per un crescente interesse politico nella regione. Ma i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale vantaggio economico. In quelle regioni si trova infatti una concentrazione enorme di gas naturale e di riserve di petrolio, oltre a importanti minerali, compreso l’oro”. [33] Il fondatore della Commissione Trilaterale ha inoltre scritto che, “Ne consegue che l’interesse primario dell’America è quello di contribuire a far sì che nessuna singola potenza arrivi a controllare questo spazio geopolitico e che la comunità mondiale possa godere in quelle terre del libero accesso finanziario ed economico”. [34] Questo è un chiaro esempio del ruolo che l’America ricopre come motore dell’impero; con una politica estera imperiale pensata per mantenere gli USA in una posizione strategicamente molto importante, ma soprattutto è “infinitamente più importante” garantire “un vantaggio economico” per “la comunità internazionale”. In altre parole, gli Stati Uniti è una potenza egemone imperiale che lavora per soddisfare interessi economici sovranazionali.

Brzezinski inoltre avverte che, “per gli Stati Uniti può divenire necessario determinare il modo di far fronte a coalizioni regionali che cerchino di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status di potenza mondiale dell’America” [35] e egli “ipotizza concessioni a chiunque manovri e manipoli al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile in grado di sfidare il primato degli Stati Uniti”. Quindi, “La prima azione da compiere è quello di assicurarsi che nessuno stato o una combinazione di stati conquisti la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire significativamente il suo ruolo decisivo di arbitro”. [36]

La Guerra al Terrore e all’Eccesso di Imperialismo

Nel 2000 il Pentagono rilasciò un documento denominato ‘Joint Vision 2020′, che descriveva le linee guida di un piano per realizzare quello che fu chiamato, ‘Full Spectrum Dominance’, e cioè un progetto futuro per il Dipartimento della Difesa per il futuro. “Con ‘Full-Spectrum Dominance’ si intende la capacità delle forze militari Usa, che operino da soli o con gli alleati, di sconfiggere ogni avversario e di controllare qualsiasi situazione che rientri in tutta la gamma di possibili operazioni militari”. Il rapporto “indirizza la ‘Full-Spectrum Dominance’ verso ogni tipologia di conflitto militare, dalla guerra nucleare alle guerre su scala minore. Esso si rivolge anche alle situazioni amorfe, come le operazioni di peacekeeping e interventi umanitari”. Inoltre, “Lo sviluppo di una rete globale di informazione fornirà l’ambiente ideale per godere di credito nel momento di importanti decisioni”. [37]

Da economista politico, Ellen Wood chiarisce che, “Il dominio senza confini di una economia globale e degli stati che la gestiscono richiede un’azione militare senza fine, in termini di tempo e obiettivi “. [38] Inoltre, “Il dominio imperiale in una economia capitalista globale richiede un delicato e contraddittorio equilibrio tra il controllo forzato della concorrenza e il mantenimento di condizioni di competitività economica tali da stimolare i mercati e generare profitti. Questa è una delle contraddizioni più importanti del nuovo ordine mondiale”. [39]

Dopo l’11 settembre 2001, la “dottrina Bush” è stata messa in atto e stata definita “un diritto unilaterale ed esclusivo di attacco preventivo, in qualsiasi momento, ovunque, svincolata da eventuali accordi internazionali, al fine di garantire che le (nostre) forze militari siano abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di superare o eguagliare la potenza degli Stati Uniti”. [40].

La NATO ha messo in atto la prima invasione terrestre della sua storia ai danni di un’altra nazione quando prese parte all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001. La guerra in Afghanistan è stata di fatto prevista prima degli eventi dell’11 settembre 2001, con gli accordi intrapresi tra le grandi compagnie petrolifere occidentali e i talebani in merito all’oleodotto transafgano. La guerra è stata pianificata durante l’estate del 2001 con l’obiettivo di entrare in guerra a metà ottobre [41].

L’Afghanistan è un paese estremamente importante dal punto di vista geopolitico. “Il trasporto di tutto il combustibile fossile del bacino del Caspio attraverso la Russia o l’Azerbaigian aumenterebbe notevolmente il controllo politico ed economico della Russia sulle repubbliche dell’Asia centrale, che è precisamente ciò che l’Occidente ha cercato di evitare negli ultimi 10 anni. D’altro canto, il trasporto attraverso l’Iran arricchirebbe un regime che gli Stati Uniti cercano di isolare. Il passaggio attraverso la Cina, indipendentemente da considerazioni strategiche, avrebbe invece costi proibitivi. Controllare gasdotti passanti attraverso l’Afghanistan permetterebbe dunque agli Stati Uniti e di perseguire l’obiettivo di “diversificazione dell’approvvigionamento energetico” e di penetrare all’interno dei mercati più redditizi del mondo”. [42]

Come il San Francisco Chronicle ha segnalato solo due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, “Dietro la determinazione americana a stanare gli autori degli attentati, al di là del rischio di lunghe ed estenuanti battaglie con numerose morti civili nei mesi e anni a venire, la posta in gioco nascosta della guerra contro il terrorismo può essere riassunta in una sola parola: petrolio”. E ancora, “La mappa dei santuari del terrorismo e degli obiettivi in Medio Oriente e nell’Asia Centrale coincide, con uno straordinario grado di approssimazione, con la mappa delle principali fonti energetiche del mondo nel 21 ° secolo. La difesa di tali risorse energetiche – piuttosto che un semplice ’scontro di civiltà’ tra Islam e Occidente – sarà il principale oggetto del contendere del conflitto globale per i decenni a venire”.

Tra i molti importanti stati dove coesistono terrorismo e riserve energetiche vitali per gli USA e l’Occidente troviamo l’Arabia Saudita, Libia, Bahrein, Emirati del Golfo, Iran, Iraq, Egitto, Sudan e Algeria, Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian, Cecenia, Georgia e Turchia orientale. In particolare, “questa regione rappresenta oltre il 65 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale”. Inoltre, “E’ inevitabile che la guerra contro il terrorismo sarà percepita da molti come una guerra in nome della Chevron, ExxonMobil e Arco, per l’America; TotalFinaElf per la Francia; British Petroleum, Royal Dutch Shell e altri colossi multinazionali, che hanno investito nella regione centinaia di miliardi di dollari”. [43]

Non è un segreto che la guerra in Iraq ha molto a che fare con il petrolio. Nell’estate del 2001, Dick Cheney convocò una task force per l’Energia, che si è sviluppata in una serie di riunioni altamente segrete in cui è stata decisa la politica energetica per gli Stati Uniti. Nel corso di questi incontri e attraverso altri mezzi di comunicazione, Cheney e i suoi collaboratori hanno incontrato alti funzionari e dirigenti della Shell Oil, British Petroleum (BP), Exxon Mobil, Conoco e Chevron. [44] Durante meeting, tenutosi prima dell’11 settembre e prima che si facesse alcuna menzione alla guerra contro l’Iraq, furono presentati e discussi documenti relativi ai giacimenti petroliferi, oleodotti, raffinerie e terminali iracheni, e “documenti altrettanto significativi riguardanti l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nei quali figurava una mappa con ogni giacimento petrolifero, oleodotto, raffineria e terminale cisterna del paese”.[45] Da quel momento in poi Royal Dutch Shell e British Petroleum hanno siglato i contratti più redditizi per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni. [46]

La guerra in Iraq, così come la guerra in Afghanistan, sono funzionali soprattutto agli interessi americani e, più in generale, agli interessi strategico-imperiali dell’Occidente. In particolare, le guerre sono state strategicamente progettate con lo scopo di eliminare, minacciare o contenere le potenze regionali, come pure installare direttamente decine di basi militari nella regione, il che sancisce fermamente una presenza imperiale. L’obiettivo di queste politiche è soprattutto quello di precludere alla Russia ed alla Cina l’accesso al petrolio ed alle riserve di gas. L’Iran è ora circondata, con l’Iraq da un lato e l’Afghanistan dall’altro.

Note conclusive

La prima parte di questo saggio ha illustrato la strategia imperiale dell’asse USA-NATO per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale in seguito allo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. L’obiettivo primario è stato stabilito nel contenere la Russia e la Cina prevenendo il sorgere di una nuova superpotenza. Gli Stati Uniti sono stati designati per agire come potenza egemone imperiale e servire gli interessi finanziari internazionali imponendo così un Nuovo Ordine Mondiale. La prossima parte di questo saggio prende in esame le rivoluzioni ‘colorate’ in tutta l’Europa orientale e Asia centrale, continuando la politica degli Stati Uniti e della NATO di contenimento della Russia e della Cina e controllando l’accesso alle principali riserve di gas naturale e delle rotte di trasporto. Le ‘rivoluzioni colorate’ sono state fondamentali nella strategia geopolitica imperiale dell’Occidente, e la loro analisi è la chiave per comprendere il Nuovo Ordine Mondiale.


Riferimenti

[1]        Tyler, Patrick E. U.S. Strategy Plan Calls for Insuring No Rivals Develop: A One Superpower World. The New York Times: March 8, 1992. http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm

[2]        Louis Sell, Slobodan Milosevic and the Destruction of Yugoslavia. Duke University Press, 2002: Page 28

Michel Chossudovsky, Dismantling Former Yugoslavia, Recolonizing Bosnia-Herzegovina. Global Research: February 19, 2002: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

[3]        Michel Chossudovsky, Dismantling Former Yugoslavia, Recolonizing Bosnia-Herzegovina. Global Research: February 19, 2002: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=370

[4]        David Binder, Yugoslavia Seen Breaking Up Soon. The New York Times: November 28, 1990

[5]        Ian Traynor, Croat general on trial for war crimes. The Guardian: March 12, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/12/warcrimes.balkans

[6]        Adam LeBor, Croat general Ante Gotovina stands trial for war crimes. The Times Online: March 11, 2008: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article3522828.ece

[7]        Brendan O’Neill, ‘You are only allowed to see Bosnia in black and white’. Spiked: January 23, 2004: http://www.spiked-online.com/Articles/0000000CA374.htm

[8]        Richard J. Aldrich, America used Islamists to arm the Bosnian Muslims. The Guardian: April 22, 2002: http://www.guardian.co.uk/world/2002/apr/22/warcrimes.comment/print

[9]        Tim Judah, German spies accused of arming Bosnian Muslims. The Telegraph: April 20, 1997: http://www.serbianlinks.freehosting.net/german.htm

[10]      Charlotte Eagar, Invisible US Army defeats Serbs. The Observer: November 5, 1995: http://charlotte-eagar.com/stories/balkans110595.shtml

[11]      Gary Wilson, New reports show secret U.S. role in Balkan war. Workers World News Service: 1996: http://www.workers.org/ww/1997/bosnia.html

[12]      IAC, The CIA Role in Bosnia. International Action Center: http://www.iacenter.org/bosnia/ciarole.htm

[13]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1996-1999: Albanian Mafia and KLA Take Control of Balkan Heroin Trafficking Route. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[14]      History Commons, Serbia and Montenegro: 1997: KLA Surfaces to Resist Serbian Persecution of Albanians. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[15]      History Commons, Serbia and Montenegro: February 1998: State Department Removes KLA from Terrorism List. The Center for Cooperative Research: http://www.historycommons.org/topic.jsp?topic=country_serbia_and_montenegro

[16]      Marcia Christoff Kurop, Al Qaeda’s Balkan Links. The Wall Street Journal: November 1, 2001: http://www.freerepublic.com/focus/fr/561291/posts

[17]      Global Research, German Intelligence and the CIA supported Al Qaeda sponsored Terrorists in Yugoslavia. Global Research: February 20, 2005: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=431

[18]      Michel Chossudovsky, Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime. Global Research: February 12, 2008: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8055

[19]      Andrew Gavin Marshall, Breaking Yugoslavia. Geopolitical Monitor: July 21, 2008: http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-07-21/breaking-yugoslavia/

[20]      AEI, Is Euro-Atlantic Integration Still on Track? Participant List. American Enterprise Institute: April 28-30, 2000: http://www.aei.org/research/nai/events/pageID.440,projectID.11/default.asp

[21]      Aleksandar Pavi, Correspondence between German Politicians Reveals the Hidden Agenda behind Kosovo’s “Independence”. Global Research: March 12, 2008: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8304

[22]      Stephen Zunes, The War on Yugoslavia, 10 Years Later. Foreign Policy in Focus: April 6, 2009: http://www.fpif.org/fpiftxt/6017

[23]      PNAC, Rebuilding America’s Defenses. Project for the New American Century: September 2000, page 6: http://www.newamericancentury.org/publicationsreports.htm

[24]      Ibid. Page 8

[25]      Ibid. Page 9

[26]      Ibid. Page 14

[27]      Ibid. Page 51

[28]      Margo Kingston, A think tank war: Why old Europe says no. The Sydney Morning Herald: March 7, 2003: http://www.smh.com.au/articles/2003/03/07/1046826528748.html

[29]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Pages 30-31

[30]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page xiv

[31]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 41

[32]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 40

[33]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 124

[34]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 148

[35]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 55

[36]      Brzezinski, Zbigniew. The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives. Basic Books, 1997: Page 198

[37]      Jim Garamone, Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance. American Forces Press Service: June 2, 2000:
http://www.defenselink.mil/news/newsarticle.aspx?id=45289

[38]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 144

[39]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 157

[40]      Ellen Wood, Empire of Capital. Verso, 2003: page 160

[41]      Andrew G. Marshall, Origins of Afghan War. Geopolitical Monitor: September 14, 2008:
http://www.geopoliticalmonitor.com/content/backgrounders/2008-09-14/origins-of-the-afghan-war/

[42]      George Monbiot, America’s pipe dream. The Guardian: October 23, 2001:
http://www.guardian.co.uk/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11

[43]      Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war. San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL

[44]      Dana Milbank and Justin Blum, Document Says Oil Chiefs Met With Cheney Task Force. Washington Post: November 16, 2005:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/11/15/AR2005111501842_pf.html

[45]      Judicial Watch, CHENEY ENERGY TASK FORCE DOCUMENTS FEATURE MAP OF IRAQI OILFIELDS. Commerce Department: July 17, 2003: http://www.judicialwatch.org/printer_iraqi-oilfield-pr.shtml

[46]      TERRY MACALISTER, Criticism as Shell signs $4bn Iraq oil deal. Mail and Guardian: September 30, 2008: http://www.mg.co.za/article/2008-09-30-criticism-as-shell-signs-4bn-iraq-oil-deal

Al-Jazeera, BP group wins Iraq oil contract. Al Jazeera Online: June 30, 2009: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/06/200963093615637434.html

Andrew Gavin Marshall è un Ricercatore Associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (CRG). Attualmente si occupa dello studio di Politica Economica e Storia presso la Simon Fraser University.

L’articolo originale potete trovarlo qui:

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15686

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Pillole di satira_004

Pubblicato da Marco su 19 ottobre, 2009

satira

Giappone, la first lady: “Ho volato su un UFO”. Cresce l’attesa per la presentazione del nuovo aereo presidenziale.

Via libera nel CDM alla Finanziaria ‘light’. Tremonti assicura che con questa legge molti italiani perderanno peso.

Una donna saudita chiede il divorzio perchè suo marito aveva memorizzato sul cellulare il suo numero con il nome ‘Guantanamo’. Al processo si presenterà con la tuta arancione.

Influenza A, muore un bambino. Aveva la meningite.

Camorra, sparito il baby-testimone che aveva assistito ad un delitto. I carabinieri pensano ad una fuga d’amore.

Barack Obama vince il Nobel per la pace. La Casa bianca: “Wow!”. Berlusconi: “Gulp!”. Borghezio: “Prrrr!”.

Musica: si sciolgono gli A-ha. E-eh?

Jenson Button campione mondiale di F1. Gli ufficiali di gara: “Non può esserci ancora ufficialità fino a quando Badoer non taglia il traguardo del Gran Premio del Belgio”.

Due minorenni uccidono 59enne e lo sezionano «Volevamo vedere gli organi interni». Ai miei tempi si usavano le lucertole.

Cecchi Paone sfiora la rissa nella trasmissione Domenica Cinque condotta da Barbara D’Urso. Pare che la lite sia scoppiata mentre si discuteva dell’influenza dadaista nella pittura di Dalì.

Una donna saudita chiede il divorzio perchè suo marito aveva memorizzato sul cellulare il suo numero con il nome ‘Guantanamo’. L’uomo ha dichiarato: “Mi dispiace, ma non ne potevo più delle sue scoregge notturne che mi privavano del sonno”.

Tremonti: “Credo nel posto fisso. Ma ho un’erezione tutte le volte che vedo la Gelmini sparare cazzate per giustificare i miei tagli”.

Confalonieri: «Berlusconi ottimo padre, forse non un buon marito». Di certo, un eccellente puttaniere.

Ex pugile olimpico rubava i portafogli ai turisti in Vaticano. Quando è stato fermato sembrava talmente rapito da quello che faceva che i carabinieri per farlo smettere hanno dovuto suonare la campana.

A Herta Müller il Nobel per la letteratura. A noi il piacere di scoprire chi è.

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Rivelazioni non autorizzate

Pubblicato da Marco su 13 ottobre, 2009

rivelazioni-non-autorizzate

La responsabilità di chi scrive i programmi didattici per le scuole e redige i libri di testo sono enormi. Fatta eccezione per la grammatica, la matematica e la geografia, materie ‘dimostrabili’, la Storia può essere soggetta a manipolazioni pericolose. Cresciamo con l’idea che esistano verità inconfutabili per il solo motivo che così ci è sempre stato detto e insegnato. Dopo la scuola difficilmente si va ad approfondire ciò che si è imparato tra i banchi. Spesso si impara un mestiere e dell’Unità d’Italia non ci frega più nulla. Oppure si continua a studiare la Storia all’università, ma su libri spesso scritti dal docente che tiene il corso o comunque imposti dalla programmazione d’istituto. Per chi non ha voglia di sgobbare sui libri, ci sono invece i documentari televisivi e i film storici, in larga parte americani, prodotti che spesso non fanno altro che corroborare le nostre convinzioni, i nostri dogmi culturali. Basta pensare alla sterminata filmografia sulla Shoah, la guerra in Vietnam o l’attacco a Pearl Harbour. Questi film sono stati le nostre lezioni di storia, con Spielberg e Stone a farci da insegnanti, trasformando le sale cinematografiche e i salotti domestici in aule scolastiche.

Rivelazioni non autorizzate si pone come un efficace antidoto contro le ‘imposture’ della Storia, per dirla con Roberto Scarpinato, a cui la nostra società ci ha abituato. Questo libro passa in rassegna la storia dei popoli e dei suoi momenti cruciali negli ultimi tre secoli, svelando al lettore le macchinazioni occulte che hanno influenzato in maniera determinante gli eventi che tutti conosciamo. Con rigorosa precisione nel citare le fonti ed incalzante ritmo narrativo, l’autore Marco Pizzuti ci spiega perchè la Storia che ci è stata tramandata non è il semplice risultato di spontanee iniziative dei popoli o gesti isolati inattesi e fuori controllo, ma l’incredibile prodotto dei piani di dominio di una ristrettissima èlite di uomini potenti, provenienti dal mondo della finanza e dell’industria, e accomunati dall’appartenenza a quella Massoneria presente ormai troppo spesso quando si discute dell’origine delle nostre infrastrutture economiche e societarie.

Accompagnati dalla consapevolezza di rivedere in toto le nostre convinzioni, la lettura di queste pagine ci fa ripercorrere gli anni della guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti, della Rivoluzione Bolscevica, della Rivoluzione Francese, delle guerre mondiali, fino al conflitto israelo-palestinese ed alla recente guerra al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti, spalleggiati da altre potenze occidentali, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001. Pizzuti riscrive la Storia con analisi impietose e radicali, povere di opinioni personali ma fertili di dati e documenti facilmente rintracciabili. La grande verità che emerge dalla sterminata mole di nozioni presente nel libro è una sola, e sferza le nostre vite, il nostro passato e il nostro futuro, con la mannaia della consapevolezza e dell’informazione: le unioni europee, le unità nazionali, le propagandate guerre di religione e le rivoluzioni ideologico-popolari non sono appannaggio esclusivo del nostro attivismo politico, ma rispondono a precisi progetti premeditati da coloro i quali detengono il potere economico, e cioè dalle lobbies finanziarie, per lo più di origine ebrea, e dalle multinazionali. Questi uomini non hanno credi religiosi. Il loro unico dio è il profitto e non si riconoscono in nessuna ideologia politica che non rechi loro vantaggio personale. Sono al di sopra di esse, mentre lasciano che gli uomini dibattano e si infervorino sulla politica quel tanto che basta per tenerli all’oscuro della grande scacchiera su cui essi vengono inconsapevolmente movimentati.

L’èlite striscia silenziosa all’interno di organizzazioni come il Bohemian Club o il Bilderberg Group e di società segrete massoniche. Tra queste la più importante è la setta degli Illuminati di Baviera, bollata come eretica dalla Chiesa, ma successivamente risorta e tramandata alle aristocrazie internazionali. L’èlite congiura per sfinire l’umanità e asservirla ai suoi interessi. Non fanno appello ad alcuna moralità o senso civico. Non rispettano le identità culturali dei popoli e i loro desideri di autodeterminazione. Fomentano guerre finanziando entrambi i fronti di battaglia. Come avvenne nel secondo conflitto mondiale, in cui i tedeschi non avrebbero mai conquistato mezza Europa se non avessero ricevuto ingenti carichi di armamenti di provenienza americana e britannica, ossia da quei paesi entrati in conflitto proprio contro il Terzo Reich. Il partito nazionalsocialista di Hitler, racconta Pizzuti, fu finanziato da Wall Street e la sua cerchia di banchieri, tra cui figurano i soliti nomi: Rothschild, Rockefeller, Warburg e Morgan. Tutto questo mentre in patria, nel cosiddetto ‘mondo libero’ a stelle e strisce, la propaganda nazionale tracciava il profilo del folle dittatore tedesco e preparava la strada ad un’entrata in guerra che di lì a poco la vicenda Pearl Harbour avrebbe propiziato.

La lettura di Rivelazioni non autorizzate offre la possibilità di capire cosa ha reso possibile lo scoppio delle guerre e il nascere delle rivoluzioni che hanno sconvolto gli assetti sociali fino ai giorni nostri. Apprendere che Stalin e Lenin erano massoni di origine ebraica che stringevano accordi con le lobbies affinchè si ingannasse la popolazione russa con la falsa utopia comunista, o che Prescott Bush, capostipite di una famiglia che ha generato due presidenti degli Stati Uniti, era in affari con Hitler da cui ricevette anche un riconoscimento ufficiale per la collaborazione offerta, notizie queste incredibilmente e colpevolmente trascurate dai testi storici ufficiali, è fondamentale per comprendere e decifrare la geopolitica attuale.

Il libro di Pizzuti descrive un modus operandi, un copione cioè sempre uguale a se stesso, che un gruppo elitario di uomini estremamente facoltosi attua da secoli per guadagnarsi la supremazia mondiale sulle genti e le risorse dei territori. L’elemento essenziale del potere dell’èlite è il controllo esercitato sulla emissione del denaro, attraverso ad esempio la pratica del signoraggio bancario, e sulle coscienze, attraverso la propaganda mediatica diffusa da organi di informazione al servizio del sistema. Il controllo del denaro garantisce la possibilità di generare crisi finanziarie laddove è necessario creare disagio sociale e quindi possibilità di intervento, mentre disporre dei mezzi di comunicazione consente di ottenere il sostegno dell’opinione pubblica su ogni operazione militare e sociale che le lobbies decidono di mettere in pratica.

Le tematiche trattate in Rivelazioni non autorizzate riconducono per molti versi alla Geometria del Male raccontata da Sigismondo Panvini, che affronta l’argomento ponendo però l’accento non già sui principali avvenimenti storici guidati dalla Massoneria, ma sulla natura esoterica e simbolica delle èlite di potere internazionali. Come spesso sono solito ricordare, libri come questo non devono essere il punto di partenza e di arrivo del nostro studio, ma semplici stazioni di passaggio, o stanze intermedie le cui porte possono condurci ad approfondire le nostre conoscenze e confrontare diverse fonti per verificare l’attendibilità delle tesi riportate.

Nonostante timidi e sporadici segnali di coscienza proveniente dalla politica attuale, come l’interrogazione parlamentare sul signoraggio dell’on. Buontempo, siamo purtroppo ancora molto lontani dal capire le circostanze che hanno portato l’umanità a vivere condizioni di ingiusta sperequazione delle ricchezze e soprattutto dal conoscere e riconoscere i responsabili.

“Quel che accade nel mondo non avviene per caso. Sono eventi fatti succedere, sia che abbiano a che fare con questioni nazionali o commerciali; e la maggioranza di questi eventi sono inscenati da quelli che maneggiano i soldi”. (Denis Healey, Ministro della Difesa britannico dal 1960 al 1974).

“L’individuo e’ talmente in difficolta’ quando viene faccia a faccia con una cospirazione cosi enorme che non puo’ credere che esista”. (Edgar Hoover, direttore dell’FBI dal 1924 al 1972).

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Cui prodest?

Pubblicato da Marco su 26 settembre, 2009

Qualche anno fa vedere in tv le esequie di Stato per i soldati morti in guerra mi commuoveva. Trovavo giusto onorare la memoria dei caduti, abbracciare le vedove e avvolgere le bare nel tricolore. I libri, i film e le medaglie del nonno ci hanno da sempre abituato a considerare la guerra un’arte nobile e una pratica inevitabile. Uno scotto da pagare per la libertà e il benessere. Poi si cresce e nascono i dubbi sul senso della guerra o delle cosiddette ‘missioni di pace’. L’Italia non ha dichiarato guerra a nessuno e non deve guardarsi da nessuna minaccia diretta, eppure i nostri soldati continuano a morire in territori di guerra, e lo Stato continua a spendere soldi pubblici per sostenere l’industria delle armi e finanziare le sue missioni.

Dal sito del Ministero della Difesa si legge che dal 1 gennaio 2008 fino al 31 ottobre 2009 lo Stato ha destinato più di 800 milioni di euro per le missioni ISAF e EUPOL AFGHANISTAN, operazioni di sostegno al governo ed alla polizia afgane. Un sostegno che in realtà non ci è stato mai chiesto, ma che noi offriamo lo stesso. Ovviamente a spese dei contribuenti, che vengono quotidianamente rabboniti con la retorica guerrafondaia mascherata da volontariato internazionale, una retorica tanto forte quanto falsa e dannosa. Da quando quelle stramaledette torri sono crollate, i grandi media non hanno fatto altro che diffondere l’idea che fosse giusto invadere l’Afghanistan per liberare i cittadini dalla minaccia talebana, per aiutare le donne islamiche ad emanciparsi o semplicemente catturare il grande terrorista Bin Laden. Dopo otto anni di guerra, nessuno di questi risultati è stato raggiunto. I Talebani continuano a padroneggiare, il commercio dell’oppio è più fiorente che mai, Bin Laden non ancora si trova, e per giunta migliaia di innocenti civili afgani sono caduti, e continuano a cadere, sotto i colpi dei caccia militari americani e della NATO. Sangue e instabilità sociale sono gli unici risultati realmente apprezzabili che oggi si possono ammirare in Afghanistan e in Iraq, due stati illegittimamente occupati dagli eserciti occidentali in nome della lotta al terrorismo. Ma anche due stati di straordinaria importanza dal punto di vista strategico. E allora la domanda è scontata. Perchè tutto questo? Cui prodest? Perchè lo Stato italiano si ostina a spendere centinaia di milioni di euro per sostenere guerre ingiuste, mentre si tagliano fondi alla scuola lasciando senza futuro migliaia di giovani precari e le piccole imprese elemosinano soldi alle banche per tirare a campare? Forse nel mirino dei signori della guerra non c’è soltanto la stabilità sociale dei paesi occupati, ma anche quella dei paesi che la guerra la finanziano.

La guerra o le missioni di pace sono come un vecchio giocattolo nelle mani della propaganda mediatica. Giovani meridionali che si arruolano perchè l’Esercito paga bene e c’hanno famiglia. Se poi cadono in disgrazia le televisioni indugiano sul bambino col basco per strappare la lacrimuccia e lo Stato li celebra come eroi della Patria, come se esistessero ancora valori nazionali in cui credere, che non siano quelli del profitto e del potere. Tutto ciò è disgustoso e diseducativo, perchè il bambino col basco da grande si arruolerà per vendicare il padre, senza preoccuparsi delle ragioni della guerra.

Pubblico la traduzione di un articolo apparso sul magazine inglese New Statesman e scritto da John Pilger, giornalista australiano e video-documentarista riconosciuto a livello internazionale.

La miglior reazione alle morti in guerra è la giusta informazione, non lacrime ipocrite.

PER MOLTI INGLESI, IL GIOCO DEI PARTITI E’ FINITO

di John Pilger

Nel giorno in cui Gordon Brown pronuncia il suo ‘massimo discorso politico’ sull’Afghanistan, ripetendo il suo surreale dogma in base al quale, se l’esercito britannico non combattese i cavernicoli Pashtun nella loro terra, dovrebbe combatterli qui da noi, la puzza di carne bruciata si diffonde lungo le rive del fiume Kunduz. Gli aerei da combattimento della NATO hanno fatto a pezzi i più poveri tra i poveri. Erano afgani che si precipitavano a prelevare carburante da due autobotti in stallo nel fiume. Molti di loro erano solo bambini che trasportavano secchi d’acqua e utensili da cucina. ‘Almeno’ 90 di loro sono rimasti uccisi, nonostante la NATO preferisca non contare i suoi nemici civili. “Sembrava l’inferno”, racconta Mohammed Daud, un testimone. “Mani, gambe e brandelli umani erano sparsi dappertutto”. Ma non c’è stata nessuna parata per loro in Wiltshire Street.

Ho visto qualcosa di simile nel sud-est asiatico. Una bomba incendiaria aveva raso al suolo più di un villaggio di paglia, e resti umani carbonizzati venivano appesi alle reti da pesca. Quelli ancora integri ma anneriti venivano distesi sulle reti, come grandi ragni neri. Non credevo che per comprendere il crimine fosse necessario esserne testimone. La questione morale è un problema per tutti, ma non per l’uomo moralmente corrotto e potente.

Subito dopo l’ennesima dimostrazione di quanto sia inopportuna la presenza delle truppe occidentali in Afghanistan, frutto di un piano ordito lontano da quel povero paese sofferente, Brown “autorizzava” nel luogo dell’attacco Nato un salvataggio in stile Rambo di Stephen Farrel, giornalista di nazionalità inglese e irlandese. Ma è stata un’impresa finita male. A rimetterci la vita sono stati un soldato inglese e la guida di Farrell, un giornalista afgano di nome Sultan Munadi, che, al contrario del giornalista, è stato abbandonato sul campo e poi ucciso. La famiglia di Munadi adesso ha imparato che una vita inglese vale di più di una afgana.

Durante i massacri della Grande Guerra, il Primo Ministro Lloyd George riferì: “Se la gente davvero sapesse [la verità], la guerra finirebbe domani. Ma naturalmente nessuno sa, e nessuno è in grado di sapere”. E’ vero allora che i cadaveri di un secolo fa non sono serviti a nulla se ancora oggi persone come Gordon Brown negano i loro bugiardi sotterfugi? La guerra in Afghanistan è una frode. Tutto è iniziato come una vendetta privata dell’America per gli attacchi dell’11 settembre 2001,  nei quali non un solo afgano fu coinvolto. Prima di allora, i Talebani, che sono afgani, non avevano alcun contrasto con gli americani, anzi, trattavano in segreto con l’amministrazione Clinton per un oleodotto di importanza strategica. Essi avrebbero acconsentito all’arresto di Osama Bin Laden ed al suo processo, ma la proposta fu rifiutata.

L’instaurazione di una presenza permanente USA/NATO all’interno di una regione ricca di risorse e di importanza strategica è la ragione principale della guerra. L’esercito inglese è in Afghanistan per volere di Washington. L’idea di prevenire l’attacco dei Talebani alle nostre città ricorda da vicino le parole di Lyndon B. Johnson quando disse: “Dobbiamo fermare i comunisti in Vietnam o ci ritroveremo presto a combatterli in California”.

Ma c’è una differenza. Rifiutando di ritirare le truppe, Brown rischia di scatenare una rivolta tra i musulmani inglesi che vedono la guerra come una crociata occidentale; e il sentiero imbroccato di recente dalla Corte della Corona lo spiega chiaramente. Così come gli è stato confermato dai servizi segreti e per la sicurezza della Corona inglese. E lo stesso è stato dichiarato pubblicamente dal consigliere per la sicurezza personale di Gordon Brown. Analogamente a Tony Blair per le bombe del 7 luglio 2007, ormai è solo di Brown la responsabilità della violenza e del dolore provocato alla sua gente.

Più delle spese eccessive dei suoi parlamentari, è proprio questa corruzione e banalizzazione della vita e della morte che caratterizza meglio il ‘modernizzato’ Partito Laburista, o il partito della guerra criminale. I delegati che stanno preparando le celebrazioni annuali del partito a Brighton lo capiranno? E’ comunque già abbastanza significativo che la maggior parte dei parlamentari del partito non si sia mai pronunciata sullo spargimento di sangue di Blair in Iraq mentre non esitarono a tributargli una standing ovation quando se ne andò. Solo una timida mozione della ‘gente comune’ potrebbe essere accolta. Questa afferma che “la maggioranza del popolo ritiene che la guerra in Afghanistan sia impossibile da vincere”. Non c’è in essa alcuna indicazione che la guerra sia sbagliata, immorale o basata su bugie analoghe a quelle che hanno giustificato l’uccisione di milioni di iracheni, “evento che ha prodotto più vittime del genocidio ruandese”, secondo una stima scientifica.

Questo è il principale motivo per cui il gioco dei politici è finito per molti inglesi, specie i giovani. Nel 2005, un sistema asservito ha permesso a Blair di vincere le elezioni con meno voti popolari rispetto alla catastrofica tornata elettorale dei Tory nel 1997. Il principale risultato del Nuovo Partito Laburista è la più bassa affluenza alle urne registrata dall’introduzione del suffragio universale. Oggi gli elettori vedono Brown regalare miliardi di sterline di denaro pubblico alle banche-casinò senza chiedere nulla in cambio,  dopo aver riconosciuto le loro pratiche come un esempio ‘per l’intera economia mondiale’. In occasione del recente G20 tenutosi a Londra, Brown si è distinto per essersi opposto, e aver cassato, una modesta proposta franco-tedesca per porre un limite ai bonus e alle sanzioni per le imprese che falliscono. Il gap tra i ricchi e i poveri in Gran Bretagna è oggi il più ampio dal 1968.

Gli effetti della politica del Nuovo Partito Laburista vanno dalla perdita del lavoro, dell’istruzione e della speranza per un giovane su cinque ai 12 milioni di sterline che Blair guadagna in un anno, “consigliando” i ricchi (dopo l’abbandono della carica di premier inglese Blair è stato consulente della JP Morgan, nda) e tenendo conferenze da 157 mila sterline. Tra i più radicali nelle fila dei consiglieri e cortigiani delle amministrazioni Brown e Blair, come Peter Mandelson, che ha avuto la sfortuna di lavorare con entrambi i premier, è forte la convinzione che il più importante traguardo raggiunto dal New Labour è quello di posizionarsi alla destra dei Tories, sebbene sia più corretto affermare che i due partiti maggiori sostengano le stesse posizioni, ad esempio minacciando tagli ai servizi pubblici per foraggiare le banche e i signori dell’oppio di Kabul. Senza contare i miliardi di tagli per finanziare la costruzione dei sommergibili nucleari Trident progettati per la vecchia guerra fredda.

Il gioco è finito. Il corporativismo e un militarismo rinvigorito si sono finalmente impadroniti della democrazia parlamentare realizzando uno storico cambiamento. Per gli afgani esplosi in mille pezzi nel nostro nome, la sola codarda mozione presentata durante la conferenza dei Labour è ormai tardiva.  Ma almeno la componente popolare del partito potrebbe chiedersi perchè.

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