Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

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Il paradosso nucleare

Posted by Marco su 6 maggio, 2010

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnP) è un accordo stipulato nel 1970 a cui aderiscono 189 paesi. Praticamente tutti, eccetto Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Lo scopo del trattato è il progressivo smantellamento delle testate nucleari esistenti e la promozione di un utilizzo pacifico del nucleare, fermo restante il divieto di condurre nuovi progetti di sviluppo di armi atomiche. Questo scopo, nobile e condivisibile sulla carta, inevitabilmente comporta che una mancata ratifica del trattato equivale a dichiarare guerra al resto del mondo o comunque a non condividerne le spinte pacificatrici. Con le dovute eccezioni, però. Dal momento che possiede testate nucleari e non ha ratificato il TnP, Israele dovrebbe infatti figurare nel novero degli ‘stati canaglia’ e meritare lo sdegno del segretario di Stato Hillary Clinton. Ma questo non accade, perchè Israele, nonostante tutto (inclusi gli insediamenti coloniali e le continue vessazioni ai danni dei palestinesi), è il partner storico degli USA e suo principale avamposto nel ricco Medio Oriente. Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente. Il vero paradosso si manifesta quando la disapprovazione degli USA e di altri paesi occidentali (tra cui l’Italia), i cui delegati hanno abbandonato la sala del Palazzo di Vetro dell’ONU in segno di protesta per le parole di Ahmadinejad, si riversa nei confronti di un paese che ha ratificato il TnP e che non possiede alcuna testata nucleare, cioè l’Iran.

La situazione è dunque la seguente: da un lato abbiamo un paese, gli Stati Uniti, che dichiarano di avere 5513 testate nucleari sul suo territorio, a cui si aggiungono altre in giro per il mondo, tra cui 480 solo in Europa; dall’altro l’Iran, un paese di cui non si ha notizia circa la detenzione di armi nucleari, che possiede uranio arricchito al 3% (20% è il limite per usi civili, più del 90% per usi militari) ed ha dichiarato più volte di portare avanti i suoi progetti nucleari per scopi esclusivamente civili (approvigionamento energetico), che ha acconsentito alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ed ha aderito al TnP. Ma, nonostante le evidenti disparità di condizioni, incredibilmente sono gli USA a fare la voce grossa all’indirizzo dell’Iran, colpevole di ‘non valorizzare il trattato di non proliferazione’. Un trattato che gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali hanno invece dimostrato di valorizzare mandando solo delegati o segretari all’assemblea ONU, al contrario dell’Iran, di cui Ahmadinejad era l’unico capo di Stato presente tra i paesi che lo hanno ratificato.

Qual’è la colpa di Ahmadinejad che starebbe per portare la corazzata moralizzatrice della c.d. comunità internazionale ad infliggere nuove sanzioni all’Iran? E’ tutto nelle parole pronunciate dal leader ayatollah davanti all’assemblea ONU, che potete ascoltare nel video in alto o leggere integralmente qui.

In sintesi, Ahmadinejad chiede che, unitamente alla non proliferazione nucleare, gli stati si impegnino sul disarmo, cioè sulla distruzione delle armi atomiche attualmente a disposizione negli arsenali; che l’AIEA espella dal suo interno gli Stati Uniti, perchè è irragionevole pensare che paesi che considerano le armi atomiche motivo di superiorità e arma di ricatto verso stati più deboli e che hanno già fatto uso della bomba atomica in Giappone e di uranio impoverito in Iraq possano autodisarmarsi ed essere credibili ed affidabili nel processo di non proliferazione nucleare; che gli USA ritirino le armi atomiche americane dal Giappone, Italia (50 ad Aviano, 40 a Ghedi Torre), Olanda e Germania; l’attuazione della risoluzione della conferenza del 1995 sulla Free Nuclear Zone in Medioriente (attualmente l’unica potenza nucleare del Medioriente è Israele, con più di 400 testate atomiche).

Inoltre, l’Iran ha accettato la proposta dell’AIEA di scambiare con l’estero materiale nucleare arricchito al 20% con materiale al 3%, per fugare i timori di quanti pensavano che lasciare la repubblica islamica arricchire l’uranio in casa propria costituisse una minaccia alla sicurezza globale. L’unica condizione che Ahmadinejad ha chiesto è stata che questo scambio avvenisse sul territorio iraniano, e non altrove, per consentire un migliore controllo. Mi sembra un atteggiamento collaborativo e ragionevole, che certo non viola i principi del TnP, ma che fa a pugni con l’idea artatamente costruita dai media che vuole un Iran alacremente al lavoro per costruire in gran segreto la bomba atomica e distruggere Israele. Le dichiarazioni di Obama e del suo segretario di Stato Hillary Clinton, che si sono affrettati a richiamare Ahmadinejad al “rispetto degli obblighi internazionali”, pena isolamento internazionale e diminuzione di sicurezza (sic) e prosperità (sanzioni, embarghi), accusandolo “di fare di tutto per distrarre l’attenzione dalle sue responsabilità mettendo a rischio il TnP”, sono da inquadrare proprio nell’ottica di conservazione di questa immagine posticcia, che ha come obiettivo l’accentuazione della contrapposizione fra Iran, libero e indipendente, e il resto del mondo globalizzato (leggi USA) in vista della prossima patetica guerra nella terra degli scià.

Fino a quando gli Stati Uniti non faranno i conti con il loro passato non potranno mai avere la presunzione nonché l’autorità morale di dettare il presente e pianificare il futuro di altri paesi, e l’unica cosa che saranno in grado di fare è abbassare la testa ed abbandonare la sala.

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Un sistema da ricostruire

Posted by Marco su 29 agosto, 2009

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Resto sempre più sconvolto dalla leggerezza con cui le istituzioni, microfonate dai soliti media acritici ed inultilmente enfatici, rilasciano dichiarazioni fasulle e di facciata. Trovo snervante e offensivo sentir continuamente usare parole come “timida ripresa economica”, “deboli segnali di ripresa”, “ripresa: si, ma dal 2010”. Non ha alcun significato dire che il paziente forse guarirà senza specificare quale malattia lo ha colpito e in quali circostanze l’ha contratta. Ci si sente colti e informati oggi a parlare di crisi economica. “Si sente la crisi?” e “Non si sente la crisi?” sono diventate le domande più gettonate dell’informazione di massa. Ma si sente cosa? Di cosa parliamo davvero? Draghi, invece di spiegare cosa ha provocato la crisi economica attuale e rivelare chi sono i responsabili, ha da poco dichiarato: “Il peggio è passato. Ora rischi per le imprese”. Se le imprese che chiudono e i lavoratori con famiglie a carico restano a casa, con tutti i disagi che ne derivano, non sono il ‘peggio’ che possa capitare ad una società civile, allora cosa lo è, secondo il governatore della Banca d’Italia? Un amico banchiere che smette di giocare con i derivati perchè va in bancarotta e torna a casa con una liquidazione milionaria, forse? Se queste sono le parole del massimo esponente di una istituzione che dovrebbe garantire solidità alla nostra economia, e quindi il nostro benessere, siamo messi davvero male.

Napolitano, che di economia forse non ne sa più di me, pochi giorni fa ha invitato tutti a leggere costantemente la Costituzione. Ma è una Costituzione che non ha più senso, perchè violata in numerosi suoi punti. All’articolo 5, la Carta recita che l’Italia è una e indivisibile, ma oggi è governata da uomini che vorrebbero dividerla e, accanto alla parola “Carta”, scriverebbero volentieri “Igienica”, e non “Costituzionale”. L’articolo 1 afferma che il popolo è sovrano, ma la sovranità monetaria, parte integrante della sovranità popolare, il potere cioè di battere moneta e reggere le redini dell’economia del Paese, è affidata alle banche private, che creano denaro dal nulla senza controllo, allargando a dismisura la base monetaria in cambio di semplici promesse di pagamento di ignari cittadini o imprenditori bisognosi di credito. Da sempre mi chiedo da dove provengano tutti i soldi che le banche prestano. Oggi ho la risposta: nascono e basta, e su questo le banche lucrano gli interessi violando così un altro principio della Costituzione, sempre all’articolo 1, cioè quello secondo cui la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, e non su una posizione di privilegio che offre la prerogativa di creare moneta. Per non parlare del famigerato Lodo Alfano, che annulla l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, baluardo dello stato di diritto. Non rileggerò quindi la Costituzione, caro Napolitano. Sarebbe come sfogliare un numero di Tv Sorrisi e Canzoni di 10 anni fa.

In Italia c’è forte bisogno di parlare di problemi seri, concreti, con cui la gente deve gioco forza confrontarsi per garantire un futuro dignitoso a loro stessi e ai propri figli.

Sui blog infuria da anni un dibatto sulla questione monetaria e il signoraggio bancario. La materia economia ci è sempre stata presentata come ostica e inaccessibile per chi non ha studiato. Ma non è così. Con un pò di pazienza e buone letture facilmente reperibili in Rete è possibile farsi un’idea, più o meno esaustiva, del signoraggio bancario e di come un gruppo di banchieri privati abbia il potere di decidere di gettare sul lastrico una famiglia o un’impresa. Per iniziare, si possono vedere interessanti documentari video americani come Zeitgeist o Money as Debt, oppure ascoltare le parole di esperti come Della Luna, Saba o Benetazzo, seguire le interessanti lezioni del compianto prof. Auriti, che mise in atto un rivoluzionario esperimento monetario nel suo paese natale in Abruzzo riscuotendo un grande successo prima di essere inspiegabilmente bloccato dalla Guardia di Finanza, si può studiare la citazione per danni nei confronti di Bankitalia da parte dell’avvocato Arrigo Molinari, che morì poco dopo in una pozza di sangue, o semplicemente affidarsi alle parole di Alessandro Bono, 27enne laureato in economia che spiega il signoraggio bancario partendo dai testi didattici ufficiali. In Rete sono presenti svariate discussioni sull’argomento nelle quali è possibile trovare anche tesi definite impropriamente ‘anti-complottiste’ o argomentazioni moderate e autoreveli, come quelle dell’economista Lino Rossi. Ognuno può quindi farsi una sua libera opinione e condividerla con altri, per affinarla e consolidarla, o eventualmente cambiarla. Questo ruolo potrebbe svolgerlo anche la tv, con maggiore efficacia e capillarità, se solo favorisse dibattiti più reali e meno anacronistici. In tv ho visto parlare di signoraggio solo nella trasmissione Rebus di Maurizio Decollanz in onda su OdeonTv, un programma che attinge alla Rete a piene mani. Rebus, però, a differenza di Ballarò e Porta a Porta, è poco conosciuto. Non fa opinione pubblica e per giunta rischia di chiudere i battenti.

La questione monetaria è fondamentale per comprendere il significato del denaro che usiamo quotidianamente, cioè il frutto del nostro lavoro, la nostra vita. E il lavoro è un altro argomento che latita nei dibattiti cosiddetti politici o culturali. Quest’anno, ad esempio, i tagli alla scuola produrrano una riduzione di organico di 42100 unità, fino ad arrivare a 87000 l’anno prossimo. Questo significa che quasi 90000 insegnanti, che oggi lavorano, domani potrebbero non farlo più, anche se in possesso di lauree, specializzazioni e corsi speciali, come il salatissimo quanto inutile F.O.R.C.O.M. Chi lo spiega ad Antonella Zaccaria, insegnante precaria, che lo Stato deve risanare i conti pubblici, a spese sue, dei suoi figli e dei suoi sogni? Migliaia di insegnanti hanno passato tutta l’estate con gli occhi puntati sulle diaboliche graduatorie e l’angoscia di non avere una cattedra per il prossimo anno accademico. Avrei voluto vedere un dibattito pubblico, magari in tv al posto di una replica della replica del Maresciallo Rocca, tra la Gelmini, Tremonti, Berlusconi e Napolitano, da una parte, e una delegazione di docenti precari incazzati dall’altra. Si tratta del popolo sovrano che chiede il lavoro su cui si fonda la nostra Repubblica. Dovrebbero suonare familiari queste parole a Napolitano. Ma la tv era in ferie, insieme ai nostri presidenti e ministri, e gli unici spazi informativi erano tutti per la love story dell’estate tra George Clooney e Elisabetta Canalis e quel dannato montepremi del superenalotto.

Dopo i soldi e il lavoro, gli altri temi che a mio avviso dovrebbero essere snocciolati continuamente da tutti i principali organi di informazione sono la salute e l’energia.

Cosa ne è dell’influenza suina? Quanti sono i morti? Non si capisce più nulla. Michel Chossudovsky, docente universitario canadese ed analista politico internazionale, di cui già si è già parlato su questo blog, avverte che l’OMS sta barando sui dati epidemiologici dell’influenza H1N1 e afferma che essa fa parte di una strategia globale mirata a distrarre la popolazione dalle indigenze che la crisi economico-sociale di questi mesi sta causando. La giornalista investigativa austriaca Jane Burgermeister, collaboratrice di riviste di scienza come Nature e British Medical Journal, ha invece denunciato all’FBI, l’OMS, l’ONU e numerosi funzionari e rappresentanti di governo per aver messo in atto politiche bioterroristiche sostenendo, tra altri capi d’accusa, di avere le prove che l’OMS spedì alla nota casa farmaceutica Baxter, nella sua sede in Austria, il virus vivo dell’influenza aviaria, che poi è stato mandato in giro per il mondo senza le necessarie misure di sicurezza rischiando una pandemia. Ci sarebbe materiale sufficiente a mettere in dubbio tutto ciò che è stato detto finora sull’ultima presunta emergenza sanitaria. Ma non ci è dato sapere nulla. E’ già deciso che nel prossimo autunno in Italia partiranno le vaccinazioni contro l’influenza suina. Big Pharma ringrazia. Punto.

Capitolo energia. Nel 1987 ci fu un referendum con cui gli italiani rinunciarono al nucleare. Oggi, insieme alla Costituzione di Napolitano, quella libera espressione del popolo è stata dimenticata dal Governo, che ha firmato un accordo con i russi per l’apertura a breve di nuove centrali nucleari. Ma l’uranio non rinnovabile quanto ci costerà quando diventerà rarissimo? E le scorie? Non ricordo nessun responsabile di governo che abbia offerto una chiara spiegazione in merito. Nè i giornalisti l’hanno mai chiesta. E’ così e basta. In Rete però, Claudio Messora ha realizzato una interessante intervista a Michele Boato, esperto di energie rinnovabili, che si dice sorpreso di come proprio l’Italia, il ‘paese del sole’, non investa sul fotovoltaico, che potrebbe soddisfare facilmente gran parte del nostro fabbisogno energetico e senza costi esorbitanti per i cittadini. A differenza dell’Italia, Danimarca, Svezia, Austria, Spagna e Germania hanno già rinunciato al nucleare per il rinnovabile. Per il Bene Comune, un partito piccolo con un programma moderno, ha indetto una petizione popolare contro il ritorno al nucleare.

Ma cos’è PBC? Dunque, PD non può essere. PDL, neanche. Ah, già! Dev’essere il solito guastafeste Di Pietro. No, ma lui è di IDV. Mah, non saprei.

Tutte queste informazioni sono presenti quasi esclusivamente in internet. Se riempissero i programmi di approfondimento, i tg o i giornali, si potrebbe assistere forse ad un cambiamento radicale di prospettive da parte dell’elettore, che ad un tratto non proverebbe più alcuna attrazione verso il mito di plastica del ‘self made man’ o dell’ideale di sinistra, ma sentirebbe spontaneamente il bisogno di affidare il voto ad un partito il cui programma includa soluzioni ai problemi di cui sopra.

Secondo Claudio Messora, che ha messo in piedi un blog talmente interessante che la Polizia Postale vuole sequestrarglielo, tra 3 o 5 anni i blog (e non Facebook) saranno la principale fonte di informazione, in luogo della stampa e della tv. Non so se ha ragione. Quello che so è che tra i blog e i comuni organi di informazione le differenze diventano sempre più marcate e il contrasto più aspro. Da una parte un torrente di informazioni, inchieste, scoperte ed elaborazioni concettuali mai banali, realizzate da utenti quasi sempre non iscritti a nessun albo professionale, giovani e determinati a capire i meccanismi politici ed economici che governano la società. Dall’altra una pletora starnazzante di testate giornalistiche che si fanno la guerra tra loro, spesso finanziate con denaro pubblico e divise da interessi privati e vecchie ideologie. I giornali e telegiornali fanno a gara nello screditare la Rete, parlandone solo a proposito di pedofilia on line, di maniaci della chat, truffe delle carte di credito, violazioni di copyright oppure, come va di moda oggi, dei famosi gruppi di Facebook che inneggiano alla mafia o all’odio razziale, accrescendo così il partito di chi pensa ad internet solo come ad un covo di delinquenti, cazzeggiatori e pervertiti.

E’ evidente che esiste la volontà di mantenere in vita un sistema che tenga all’oscuro la gente sulle questioni più importanti, che la metta nelle condizioni di dover lavorare tutto il giorno per avere una vita dignitosa, che neutralizzi il pensiero deviandolo su futili distrazioni come le lotterie e il gossip, che considera un obiettivo il risanamento dei conti pubblici a spese dei giovani insegnanti precari.

E’ un sistema malato, da ricostruire.

Vediamo oggi quali sono gli argomenti del giorno. Berlusconi e Bertone non ceneranno insieme, Berlusconi querela La Repubblica, Il Giornale litiga con Avvenire, laicità dello Stato, testamento biologico e etica.

Per carità, l’etica è importante. Ma chi ha messo in piedi questo sistema, che ne sa di etica?

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Chi è il razzista?

Posted by Marco su 1 maggio, 2009

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I temi di politica internazionale sono totalmente assenti da quello che noi chiamiamo dibattito politico. Ci riempiamo la bocca di paroloni come ‘crisi dei mercati’, ‘globalizzazione’, ‘congiuntura economica’, senza avere la minima idea di quel che accade nel mondo. I media italiani sono come casalinge: si dedicano per lo più alle faccende di casa, quali celebrazioni per la Patria, beghe di partito, nomine Rai, emergenza criminalità, cronaca nera, ecc. Latitano quasi del tutto i grandi fatti di politica estera. Non si approfondiscono i rapporti di forza tra gli stati, gli accordi intrapresi, lo stato delle guerre, i flussi monetari, le condizioni di vita dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, le economie locali, ecc. Non si conoscono i protagonisti che operano nei teatri internazionali, nè i reporter freelance che rischiano la vita per raccontare il mondo o esperti di affari internazionali. La tv non fa che propinarci i soliti giornalisti-opinionisti alla Massimo Giannini o Antonio Polito, che al di là delle scaramucce tra Berlusconi e Franceschini non sanno spingersi. Eppure siamo il paese di Ilaria Alpi, Italo Toni, Graziella de Palo e Tiziano Terzani. Quando è stato eletto Obama, i salotti televisivi tracimavano di retorica e analisi generiche. Nessuno si è preso la briga di indagare sui componenti dello staff presidenziale, i loro precedenti incarichi e le loro estrazioni culturali. Ci si è limitati a soddisfare la sete onirica dell’opinione pubblica con il mito del ‘presidente venuto dal basso’, scimmiottando il lavoro dei cineasti di Hollywood. Oltre a non informare, questo contribuisce ad alimentare una cultura del nulla, superficiale, che impedisce di capire il sistema che regola le cose. Io stesso non ci capisco ancora niente. Ma almeno ho la consapevolezza di non capire abbandonando la presunzione di intendermi di politica solo perchè conosco a memoria i nomi dei ministri e i temi del prossimo referendum. Prendiamo ad esempio il recente discorso del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad durante la conferenza ONU sul razzismo. Le sue parole hanno suscitato reazioni in tutto il mondo, mentre in Italia, per due giorni consecutivi, i principali programmi di informazione politica si occupavano insieme di terremoto e cronaca nera con le solite facce a riempire i vuoti tra uno spazio pubblicitario e l’altro. I tg, invece, riprendevano la notizia, dando però particolare risalto alle accuse di antisemitismo contro Ahmadinejad e alla plateale protesta di alcune delegazioni europee che hanno abbandonato la sala durante l’intervento del leader iraniano. L’immagine che ne deriva è quella di un leader esaltato che vuole cancellare uno stato democratico e nega l’esistenza dell’Olocausto, che odia l’America e minaccia guerra. Un nemico, insomma. La verità, però, è come sempre un’altra. Al contrario delle mitizzazioni mediatiche, il discorso di Ahmadinejad è condivisibile. E’ un discorso duro e accusatorio, ma allo stesso tempo di pace e amichevole. E l’assenza degli Stati Uniti è significativa, e grave. Per capire cosa è successo a Durban, bisogna partire dalle parole di Ahmadinejad, e non dai commenti che hanno suscitato, come suole fare la tv. Ecco alcuni passaggi cruciali del discorso di Ahmadinejad davanti alle Nazioni Unite (o quasi): “Quali sono le cause profonde dell’ attacco statunitense all’Iraq o dell’invasione dell’Afghanistan? C’è stata altra motivazione all’invasione dell’Iraq, oltre alla tracotanza della precedente amministrazione americana e alle crescenti pressioni da parte dei detentori di potere e ricchezza, intenzionati ad espandere la loro sfera di influenza, impegnati a rincorrere gli interessi dei giganti produttori di armi a danno di una nobile cultura con un bagaglio storico di migliaia di anni, e nello tempo tempo ad eliminare le minacce reali e potenziali al regime Sionista provenienti dai Paesi musulmani, conquistando il controllo e lo sfruttamento delle risorse energetiche del popolo iracheno? […] E perché i miliardi di dollari di queste azioni militari devono essere pagati dai cittadini americani? Non è vero che l’azione militare contro l’Iraq è stata pianificata dai Sionisti e dai loro alleati all’interno della precedente amministrazione statunitense con la complicità dei Paesi produttori di armi e dei detentori della ricchezza? […] Gli Stati Uniti e i loro alleati non solo hanno fallito nel ridurre la produzione di oppio in Afghanistan, ma la sua coltivazione si è addirittura moltiplicata nel corso dell’occupazione. L’interrogativo fondamentale allora è – qual è stata la responsabilità e il ruolo svolto dall’amministrazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati? Erano lì in rappresentanza degli altri Paesi del mondo? Hanno ricevuto un mandato da essi? Sono stati autorizzati dai popoli del mondo ad interferire ovunque, e naturalmente soprattutto nella nostra regione? Oppure le iniziative intraprese sono un chiaro esempio di egocentrismo, di razzismo, di discriminazione o di violazione della dignità e dell’indipendenza delle nazioni?”. Gli interrogativi di Ahmadinejad trovano conferma nel pensiero di tanti analisti e intellettuali al di fuori da ogni sospetto o accusa di antisemitismo o razzismo. Basta leggere Noam Chomsky o Norman Filkenstein per capirlo. Quest’ultimo non è un musulmano jihadista o filoiraniano, ma un ebreo. I suoi genitori sono scampati all’Olocausto e non avrebbe nessun interesse a criticare lo Stato di Israele se questo non fosse responsabile di continue atrocità ai danni dei palestinesi di Gaza. Anche riguardo alle denunce sull’inefficacia dell’azione militare statunitense in Afghanistan, le parole di Ahmadinejad sono avallate da una indagine dell’UNODC, nella quale si legge che la produzione di oppio in Afghanistan è raddoppiata dopo l’attacco americano del 2001. Dall’analisi delle parole del leader iraniano emerge chiaramente come le sue accuse siano rivolte non agli ebrei, ma ai sionisti, riferendosi ai cartelli di potere con sede a Londra e Washington che, muovendo dalle tesi partorite da Theodor Hertzl e poi ufficializzate nel Congresso sionista di Basilea del 1897, hanno pianificato e poi attuato il lento sterminio del popolo palestinese, sulle cui spoglie è sorto poi lo Stato di Israele. Tutto questo è confermato da una enorme mole di dichiarazioni, testimonianze e documenti ufficiali, meticolosamente elencati ad esempio da Paolo Barnard nel suo illluminante saggio ‘Perchè ci odiano’. Gli USA e la Gran Bretagna, spalleggiati da altri stati europei, come l’Italia, da anni conducono una politica estera imperialista con l’unico obiettivo di estendere il loro dominio sugli stati e le loro risorse. Con il pretesto di esportare la democrazia ed appropriandosi di una autorità morale mai conferita loro da alcuno, hanno fomentanto dissidi e rivoluzioni finanziando organizzazioni terroristiche che oggi fingono di combattere. I palestinesi sono solo le ultime vittime dei progetti globalisti di Washington. A Gaza la popolazione muore di fame e di stenti abbandonata da tutti. Perfino il Papa lesina parole di conforto nei confronti dei palestinesi, mentre annuncia visite ad Israele e riconoscimenti per lo Stato ebraico, legittimando di fatto uno tra gli stati più militarizzati al mondo, che ha violato 72 risoluzioni dell’Onu, che impedisce a più di un milione di uomini, donne e bambini ammassati in 140 miglia quadrate di ricevere farmaci e viveri. Allora chi è razzista? Un uomo a capo di un paese tutt’altro che modello, ma che denuncia queste aberrazioni umane e ipocrisie di stato e auspica che i palestinesi esercitino la loro libertà di scegliere il proprio governo, o chi difende uno stato nato sul sangue dei palestinesi deportati e sterminati dalle bande armate Irgun e Stern e che vanta nella sua storia primi ministri come Menachem Begin o David Ben Gurion, che non esitavano a definire i palestinesi ‘bestie con due gambe’ e istigare all’odio ed alla pulizia etnica della popolazione araba?

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