Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for luglio 2009

Quando arriva la sera

Posted by Marco su 27 luglio, 2009

l_ee61e94b88b744a5b97eb0ef0ff95ad5

Quando penso ai pittori, ai cineasti, agli scrittori, ai musicisti, penso spesso alla lentezza delle loro vite, alla spropositata quantità di tempo che essi dedicano alla meditazione, all’arte.  I ritmi forsennati e apparentemente insensati della metropoli non lasciano spazio all’arte, non necessariamente intesa come emanazione oggettiva di una capacità, ma anche solo come l’esercitazione della facoltà del pensiero, della riflessione, del guardare con altri occhi il mondo in cui viviamo o tentiamo di vivere. L’arrivismo che doma l’estro, l’abitudine che vince la passione, la noia che sostituisce l’entusiasmo, il raziocinio che irretisce lo spirito.

Far trionfare la voglia di fare arte all’interno di un contesto alienante e indifferente è impresa ardua. Lo sa bene Pierpaolo Lauriola, che con i Pliskin, trio musicale nato a Milano nel 2006, di cui è voce, chitarra e autore dei testi, incide Quando arriva la sera, un album emozionante e sincero. Al di là dell’amicizia che ci lega, Pierpaolo è un musicista vero, che sul palco non si esibisce, ma comunica e esprime. Lo dimostra il suo sguardo basso quando ringrazia al microfono i collaboratori dopo l’ultimo pezzo e la sua aria sempre dimessa nonostante gli applausi. Quando arriva la sera è stato un lavoro molto lungo, che ha richiesto tempo e dedizione. Roberto, il bassista del gruppo, ne parla infatti come di “un cantiere che rischiava di rimanere sempre aperto”. Ogni brano porta con sè un messaggio, una vibrazione, una storia. Nonostante questo sia soltanto il loro primo lavoro, la malinconica energia del rock dei Pliskin mostra una maturità artistica già acquisita. Tracce come Nel disincanto e Quando arriva la sera, che dà il titolo all’album, colpiscono da subito preparando abilmente la strada al viaggio attraverso i brani che seguono.

Il suo proverbiale ‘disincanto’ spinge Pierpaolo a dire che questo disco non ha alcuna ambizione ed è destinato ad una ristretta cerchia di amici. Io spero possa diventare anche qualcosa di più. E’ vero che il settore discografico pullula di artisti emergenti, di gruppi organizzati e finanziati che, mentre Pierpaolo, Luca e Roberto sono dietro una scrivania, si dedicano anima e corpo alla musica con le spalle ben protette, ma se alla musica di qualità si affianca un efficace passaparola, allora forse è lecito sperare in un ‘mattino nuovo’. E, comunque, se anche un solo brano dei Pliskin avrà impedito al rumore delle porte di un treno che si chiudono o al clacson di un auto bloccata nel traffico di spezzare un sogno, un piccolo successo forse sarà già stato raggiunto.

Oltre ad omaggiare un amico, questo post ha lo scopo di aiutare la musica autoprodotta italiana ad avere la diffusione che merita.

Quando arriva la sera dei Pliskin è liberamente scaricabile qui.

Spero che il fuoco duri oltre la fiamma,
prima di scomparire nella polvere della cenere.

Pierpaolo Lauriola, Quando arriva la sera (2009).

Posted in Appunti | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »

Fortapàsc

Posted by Marco su 22 luglio, 2009

fortapasc_loc_max

Giampaolo Siani (Libero de Rienzo) era un giornalista de Il Mattino e faceva il corrispondente per Torre Annunziata, centro nevralgico della camorra napoletana. Correva l’anno 1985. Insieme a Rico, amico-collega con il vizio della droga, Giampaolo girava il paese alla ricerca di scoop. A Torre Annunziata era impossibile però fare il giornalista, raccontare la vita del paese, senza scontrarsi con la camorra, le sue ramificazioni, i suoi affari, i suoi uomini, la sua violenza. Giampaolo Siani voleva descrivere tutto questo. Voleva calarsi nel ‘fango’ della criminalità del suo paese. Perché “la pioggia a Torre diventa subito fango”, diceva. Siani amava il suo lavoro. Guadagnava pochissimo e coltivava il sogno di trasferirsi a Napoli per lavorare nella redazione centrale de Il Mattino. Sogno che presto si avverò premiando la sua passione e la sua tenacia. Prima di allora però, contrariamente alle chiare direttive di Sasà, vivace capo redattore interpretato da un eccellente Ernesto Mahieux, Giampaolo non si limitava a riportare i fatti di cronaca nera del paese, ma era solito indagare, cercare di capire cosa c’era dietro un omicidio o una gara d’appalto truccata, qual’era la rete di alleanze di cui i clan di Valentino Gionta e dei Nuvoletta si servivano. Ma la determinazione e la verginità intellettuale di Giampaolo Siani non potevano convivere con la corruzione di Fortapàsc, come, in un frenetico comizio, il sindaco (Ennio Fantastichini) ebbe a definire il paese di Torre Annunziata. Per questo Siani morì, a soli 26 anni, il 23 settembre 1985, ucciso e ammutolito a colpi di arma da fuoco mentre faceva ritorno a casa.

Prima di vedere il film di Marco Risi non conoscevo la storia di questo ragazzo con la passione per il giornalismo di inchiesta, la cui vicenda ricorda molto da vicino quella di Peppino Impastato, un altro giovane martire della lotta al crimine organizzato. Fortapàsc è passato nelle sale senza fare molto rumore, a differenza del suo ‘cugino’ Gomorra, lungometraggio divenuto in breve popolarissimo varcando i confini nazionali e lanciando persino i suoi attori protagonisti nei reality televisivi. Fortapàsc e Gomorra raccontano la stessa realtà attraverso due punti di vista diversi. Se Fortapàsc punta i riflettori sugli affari della camorra, Gomorra ne studia l’apparato militare affondando le mani nella violenza di quartiere e nel degrado sociale che le fa da sfondo. Sono due lati della stessa medaglia. Una medaglia, però, che stranamente brilla solo da un lato. Dico questo perchè trovo emblematico che Gomorra abbia incassato più di dieci milioni di euro, mentre Fortapàsc si sia fermato a 702 mila euro. Il successo del libro di Saviano non è sufficiente a spiegare questo sbilanciamento di popolarità.

Credo invece che questo caso rientri in una strategia ben definita che ha come obiettivo quello di educare la gente a pensare la mafia e la camorra come semplici fenomeni di deviazione sociale, rappresentati da mitragliette, coppole e arredi kitsch. Per questo in tv e al cinema abbondano storie di criminalità di strada e di violenza tra bande, mentre film come Un eroe borghese o Fortapàsc attraversano i palinsesti e le sale cinematografiche solo in punta di piedi. Per ricordare la mafia oggi resistono solo le commemorazioni delle stragi di Capaci e via d’Amelio, o la vicenda di Peppino Impastato, che ormai sono entrati nella melassa della retorica antimafia che lascia passare il messaggio che la mafia sia un problema ormai risolto, appartenente al passato, indegno di entrare a far parte del dibattito politico. Minima copertura mediatica e nessun dibattito politico invece sulle ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino a proposito del ‘papello’ che Riina consegnò allo Stato dopo le stragi dei primi anni Novanta. Nulla anche sui processi al generale Mori o alla strage di via D’Amelio, in cui fu trafugata la preziosa agenda rossa che Borsellino usava per appuntare i risultati delle sue indagini. Nessuno ha mai sentito parlare dell’agenda rossa di Borsellino, mentre ci hanno tempestato le tempie per anni con il pigiama sporco di sangue della Franzoni. ‘Iceberg‘, trasmissione di Telelombardia condotta da David Parenzo, è stato l’unico programma che ha cercato di approfondire queste tematiche, mentre i grandi canali nazionali sono in stand-by con Porta a Porta Estate sugli ‘amori del secolo’ e Matrix Estate che, chissà, dopo i tormentoni estivi, forse stasera si occuperà delle spiagge più ‘cool’.

Forse ha ragione Sasà, quando dice a Giampaolo Siani in una scena del film: “Questo non è un paese di giornalisti giornalisti, ma solo di giornalisti impiegati”. Voto: 7.

Posted in Cinema | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | 4 Comments »

Guerra e Globalizzazione

Posted by Marco su 9 luglio, 2009

guerra e glob

La piena comprensione della politica di un paese non può prescindere dalla conoscenza del quadro delle relazioni internazionali all’interno del quale esso si colloca. E, soprattutto, è fondamentale prendere piena coscienza degli eventi che hanno condotto alla situazione davanti a cui oggi ci troviamo. I quesiti da porci riguardano, ad esempio, le vere ragioni che hanno spinto gli USA ad entrare in guerra con Iraq e Afghanistan e nei quali sono attualmente coinvolti anche altri Paesi come l’Italia, il ruolo svolto dai servizi segreti americani nelle trame politiche internazionali dagli anni ’80 fino ai giorni nostri; è importante chiederci se lo sdegno derivante dalla morte di 3000 persone nel cuore di New York e l’odio antioccidentale che alimenta Al Quaeda dagli inizi degli anni ’90 sono sufficienti a giustificare un intervento militare che continua a mietere vittime e fomentare rivolte civili anche a distanza di 8 anni dall’inizio delle ostilità e quali sono i retroscena che si nascondono dietro queste operazioni militari.

Michel Chossudovsky tenta di rispondere a tutti questi punti di domanda con un saggio lontano dalla propaganda mediatica occidentale, i cui sforzi sono instancabilmente protesi verso l’esaltazione del mito criminale di Bin Laden cresciuto all’interno di un contesto culturale fortemente arretrato. L’accademico canadese ci aiuta a rileggere i fatti attraverso una lente diversa, puntando i riflettori non già sui terroristi sanguinari con il turbante e la mitraglietta, ma sull’establishment economico e politico americano, su una manica di diplomatici e affaristi che, nascondendosi dietro le maschere di Reagan o Bush Junior, un pò come i rapinatori surfisti di Point Break, hanno finanziato e addestrato per anni le organizzazioni terroristiche che oggi, smesse improvvisamente le vesti di complici, appaiono come crudi e spietati nemici dell’umanità nella secolare ‘Guerra al Terrorismo’.

Guerra e Globalizzazione racconta, ad esempio, la storia degli aiuti che le autorità americane offrirono ai Taliban nel 1996 attraverso la collaborazione tra la CIA e l’ISI, i servizi segreti pakistani, nell’ambito di nuovi accordi per la distribuzione del petrolio nel bacino del Mar Caspio. Dopo l’ascesa al potere del gruppo di studenti fondamentalisti afgani, una sua delegazione si recò infatti a Houston per prendere accordi con la Unocal, multinazionale texana del petrolio, fortemente interessata all’estrazione del greggio nella regione caucasica. Pochi anni dopo, l’amministrazione Bush profittò dell’onda emotiva scaturita dagli attacchi alle Torri per invadere l’Afghanistan e installare strategiche basi militari in una zona dall’importanza geopolitica cruciale. L’Afghanistan, infatti, è al centro di ben cinque potenze nucleari (Russia, Cina, Iran, Kazakistan e Tagikistan) e crocevia di imponenti oleodotti che collegano il Mar Caspio con l’Oceano Indiano. Evidentemente troppo perchè la superpotenza americana non ci mettesse le mani instaurando un governo amico guidato da un certo Karzai, non a caso già a libro paga della Unocal.

Gli interessi economici in quella regione sono pertanto talmente palesi e documentati che è impossibile pensare agli Usa come semplici garanti della sicurezza e della libertà mondiali contro lo spauracchio del terrorismo. Chossudovsky sottolinea inoltre come le menti che decidono le politiche estere degli Stati Uniti sono da rintracciare nelle banche e le istituzioni finanziarie, nelle multinazionali del petrolio e dell’energia e nei magnati della editoria e comunicazione, che edulcorano le notizie al fine di raccontare al mondo le verità più comode.

Molte relazioni dello stesso Congresso americano e reportage giornalistici concordano nell’affermare che le amministrazioni statunitensi e la CIA hanno utilizzato i proventi del narcotraffico e i soldi dei contribuenti americani per ottenere l’appoggio delle milizie islamiche nei conflitti in Bosnia, Kosovo, Macedonia, Cecenia, con il chiaro intento di destabilizzare le politiche dei paesi non allineati con le idee del Libero Mercato e della globalizzazione economica e accaparrarsi militarmente regioni funzionali alle mire di pochi centri nevralgici del potere economico-finanziario internazionale. In questo inquietante quadro, in cui guerra e globalizzazione procedono di pari passo, i politici che tutti noi conosciamo, da Reagan ad Obama, sono semplici maschere holliwoodiane, che spesso dimostrano anche di essere impreparati sui temi di politica estera. Come quando Bush, in risposta ad un giornalista durante la campagna elettorale del 2000, scambiò i Taliban per un gruppo rock.

Seguendo questo filo conduttore, che porta inevitabilmente anche ad approfondire le circostanze dei rapporti diplomatici e di intelligence che precedettero gli attentati al World Trade Center, Michel Chossudovsky firma un lavoro di ricerca di capitale importanza, una lezione di antiretorica da cui tutti dovremmo apprendere, un esempio cristallino di analisi geopolitica lucida e documentata, un resoconto storico lancinante, crudo, realista, un manuale pratico indispensabile per capire il mondo in cui viviamo e in cui faremo vivere i nostri figli.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Tg5 e l’informazione che diventa spot

Posted by Marco su 4 luglio, 2009

mimun_vs_santoro_fermoTg5--400x300

E’ da qualche giorno che mi sento un pò strano: alle otto della sera accendo la tv e guardo il Tg5. Mezz’ora di “notizie” ad un ritmo forsennato, come quegli spot pubblicitari in cui per rientrare nei pochi secondi pattuiti le parole si rincorrono velocemente senza respiro. “Leggere-attentamente-il-foglio-illustrativo-se-i-sintomi-persistono-consultare-un-medico!”. Faccio alcuni esempi. Berlusconi si è recato a Viareggio a ‘prendere in mano la situazione’ dopo l’incendio dalla cisterna di gas nella stazione ferroviaria. Oltre alle solite dichiarazioni rassicuranti del premier e agli sguardi preoccupati di Bertolaso, ci sono stati disordini all’arrivo del presidente del Consiglio nella città toscana. Mentre i siti di informazione parlavano di contestazione a Berlusconi, il Tg5 chiudeva il servizio con una rapida chiosa di una manciata di secondi che suonava più o meno così: “Da-segnalare-la-contestazione-di-un-gruppo-di-facinorosi-al-presidente-del-consiglio-che-è-poi-subito-rientrata!”. Da notare la parola facinorosi. Non persone o contestatori, ma facinorosi, cioè persone dedite alla rissa, violente, ribelli. Sarebbe bene spiegare a Mimun, quello che sostiene di aver dato una notizia anche se questa in realtà viene omessa per dare spazio ai commenti che la riguardano, che definire ‘facinorosi’ persone che protestano contro un rappresentante delle istituzioni alzando la voce e senza menare le mani non è fare una segnalazione giornalistica, ma esprimere una opinione o comunque una interpretazione soggettiva del fatto.

Iran. Ahmadinejad vince le elezioni tra forti proteste popolari e sospetti di brogli. Fino a prova contraria, Ahmadinejad è un leader democraticamente eletto che ha il diritto di governare e ristabilire l’ordine pubblico dopo i disordini seguiti alle elezioni e anche di rispondere alle accuse di brogli sostenendo interferenze occidentali, in particolare di USA e Gran Bretagna, negli affari del suo paese. Il Tg5 però non resiste ancora alla tentazione di forgiare le menti e sospingere i suoi spettatori, ancora troppi purtroppo, a schierarsi dalla parte di Mousavi, il leader sconfitto che dichiara illegittimo e antidemocratico il governo. Allineato alla propaganda occidentale, il secondo, o forse il primo tg nazionale italiano dipinge Ahmadinejad come un dittatore che reprime manifestazioni popolari nel sangue, che minaccia il mondo con il nucleare e trucca le elezioni. Ma non contenti, ecco che arriva la consueta chiosa conclusiva, quella che si ricorda meglio: “Alcune organizzazioni sostengono che alle porte del paese ci sia una guantanamo iraniana dove sarebbero rinchiusi gli oppositori al regime”. Di quali organizzazioni si tratta? Chi le controlla? Gli amici di Mousavi, per caso? Che credibilità hanno queste presunte organizzazioni? Perchè nessun cenno invece alle parole di Paul Craig Roberts, ex assistente del Tesoro americano durante la presidenza Reagan e coeditore del Wall Street Journal, che ricorda quando Mousavi, il nuovo eroe moderno della democrazia, veniva indicato come principale responsabile degli attacchi terroristici alle ambasciate americane e alla base libanese dei marines che costarono la vita a 241 militari e che per questo fu definito ‘il Macellaio di Beirut’? Oppure perchè non citare la denuncia del coraggioso giornalista francesce Thierry Meyssan, che parla di una ‘guida pratica alla rivoluzione iraniana’ diffusa dalla Cia e al controllo dei telefoni cellulari esercitato dalll’intelligence inglese grazie al quale è stato possibile fomentare la rivolta popolare mediante l’invio di SMS nel corso dello spoglio elettorale? Oppure ai dubbi sulla morte di Neda ed alle ombre che avvolgono Arash Hejazi, presunto medico tra i primi a soccorrere la ragazza? Niente di tutto questo nel tg degli spot in apnea. Non è funzionale al pensiero unico che qualcuno ha deciso di imporre. Piuttosto che approfondire la notizia servendosi del lavoro di reporter internazionali o di esperti di affari esteri, meglio vagheggiare di presunte organizzazioni che corroborino la tesi dominante. Che credibilità può avere un telegiornale che, disgraziatamente per tutti noi fa informazione e opinione pubblica, tratta le notizie in questo modo? Il lavorio costante di questo sciagurato giornalismo produce nel tempo un danno irreparabile. Ci abitua a credere ad un mondo in cui la linea di demarcazione tra i buoni e cattivi sia sempre netta e ben visibile. I buoni siamo noi occidentali, civilizzati ed esportatori di democrazia; i cattivi sono loro, arabi, mussulmani, fondamentalisti e tiranni. Un giorno, forse non troppo lontano, i marines che oggi combattono tra le piantagioni di oppio afgane, potrebbero sbarcare in Iran, e noi approveremmo in toto le operazioni anche perchè lacchè del giornalismo come Mimun ci hanno istruito, spot dopo spot, che il cattivo Ahmadinejad minaccia il mondo con il nucleare e che non si può restare a guardare, evitando però di ricordare che l’ultima volta che gli americani hanno attaccato militarmente un paese lo hanno fatto facendo leva sulla bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam. Questa non è informazione, ma corruzione intellettuale.

Anche l’altra sera mi sentivo strano ed ho visto il Tg5. La notizia del giorno era l’approvazione definitiva al Senato del pacchetto sicurezza che, tra le altre cose, prevede il reato di immigrazione clandestina e l’obbligo della denuncia dei clandestini da parte dei pubblici ufficiali. Le scontate reazioni dell’opposizione questa volta hanno trovato sostegno nelle forti critiche del Vaticano, che, per bocca del segretario del Pontificio Consiglio Agostino Marchetto, ha dichiarato che “la nuova legge porterà molti dolori e difficoltà agli immigrati”. I valorosi giornalisti del Tg5 avranno pensato che questa dichiarazione fosse troppo forte per l’ora di cena, per cui hanno deciso di alleggerirla un pò e incastonarla tra maggioranza e opposizione in 4 o forse 5 secondi con la consueta formula pubblicitaria “critiche-dal-Vaticano-che-attraverso-il-monsignor-Marchetto-parla-di-tristezza-e-di non-criminalizzare-l’immigrato!”. Se durante quei secondi ti è scappato uno starnuto, non saprai mai che il Vaticano è contrario alla nuova legge sulla sicurezza.

Vado a riposare. Domani starò meglio.

Consigli per gli acquisti.

Posted in Attualità, Politica e Informazione, Televisione | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »