Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for aprile 2010

Tony Blair indiziato per crimini di guerra

Posted by Marco su 28 aprile, 2010

Se l’Iran di Ahmadinejad invadesse un paese africano uccidendo 600 mila civili in meno di 3 anni senza una motivazione suffragata da prove, cosa direbbe oggi la nostra c.d. comunità internazionale? Come verrebbe definito il presidente iraniano dagli editorialisti nostrani? Probabilmente, prima ancora di dargli una definizione, i caccia della NATO avrebbero già raso al suolo Teheran e impiccato Ahmadinejad. Ma se al posto di Ahmadinejad ci fosse un premier occidentale, più ‘civile’ e democratico, il discorso cambia. Il paese africano diventa uno stato canaglia, l’attacco militare senza giustificazione una guerra legittima, le seicentomila vittime civili un prezzo accettabile.

L’ex premier britannico Blair, oggi inviato per la pace in Medio Oriente, si è recato in Malesia in occasione di un convegno su questioni internazionali. L’accoglienza che gli è stata riservata non gli avrà certamente ricordato quella che ebbe in Vaticano quando si recò in visita a Papa Ratzinger.

Il solito Chossudovsky ci racconta quanto successo.

TONY BLAIR  INDIZIATO PER CRIMINI DI GUERRA

di Michael Chossudovsky

Nel corso di una conferenza organizzata in Malesia dal Success Resources Company, l’ex premier britannico Tony Blair è stato al centro di una forte manifestazione di protesta che chiedeva la sua incriminazione per Crimini di Guerra.
Questa non è una contestazione come le altre. L’atto di accusa per crimini di guerra rivolta nei confronti di Tony Blair è stato ufficialmente formalizzato da una iniziativa legale promossa dall’ex primo ministro malese, il Dr. Mahathir Mohamad.
Il Tribunale e la Commissione per i Crimini di Guerra sono organismi che si avvalgono del contributo dei più importanti giuristi. Le prove documentali a sostegno dell’accusa a Bush e Blair sono state accuratamente selezionate e raccolte a partire dal 2006.  L’iniziativa è guidata da alcuni degli avvocati più in vista della Malesia.

In una pubblica dichiarazione Mahathir ha espresso disgusto per le società che hanno sponsorizzato la visita di Blair in Malesia. ‘Come potete fare pubblicità ad un bugiardo e ascoltarne i consigli? Avete intenzione di gestire con la menzogna anche i vostri affari?’, si domanda.

Piuttosto che confondersi con i delegati presenti, Blair ha preferito nascondersi nella sala VIP del Kuala Lumpur Convention Center, circondato dal personale di sicurezza inglese e malese. Al momento dell’ingresso nella sala principale del convegno, Tony Blair ha rischiato seriamente di ricevere un formale atto di accusa per crimini di guerra:

Zainur Zakaria, presidente della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur, l’avvocato Matthias Chang, procuratore capo della Commissione, Ram Karthigasu e Christopher Chang, membri della Perdana Global Peace Organization, un rappresentante   dell’Associazione malese Siew Kwong  e due rappresentanti della Comunità irachena in Malesia hanno eluso la sicurezza registrandosi come delegati.

Alle 08:30, alcuni membri delle ONG si sono riuniti all’ingresso del centro congressi per protestare contro la visita del criminale di guerra Blair. Gruppi di attivisti in incognita si sono posizionati davanti ai tre ingressi della sala per affrontare e tentare di consegnare a Blair l’atto di accusa. Ma l’ex premier inglese non poteva essere visto entrare nel centro congressi. L’ex premier inglese, infatti, era già entrato e si nascondeva in una sala VIP al di sopra della sala convegni dove si è tenuta la conferenza. Originariamente l’evento era programmato alle dieci del mattino, anche se gli organizzatori hanno negato l’esistenza di un programma.

Agenti di sicurezza inglesi e malesi pattugliavano i corridoi senza mai perdere di vista i sette delegati che attendevano Blair. Ad un certo punto è iniziata a circolare la voce che Blair non avrebbe parlato quel giorno, il che destò stupore tra i delegati. Era chiaro che si cercava di far passare la notizia che Blair avrebbe parlato solo domenica, nella speranza che i sette delegati abbandonassero il loro appostamento.

Ma alle 11:25 i sette delegati hanno scoperto che Blair si trovava nella stanza VIP appena sopra la sala congressi decidendo così di posizionare tre di loro per scattare delle fotografie.
Alle 11:30 Blair e la sua squadra di sicari hanno abbandonato la sala VIP per guadagnare l’entrata della sala congressi.

In quel momento Matthias Chang e Zainur Zakaria si sono precipitati a consegnare a Blair l’atto d’accusa, mentre i rappresentanti iracheni gli urlavano a gran voce e ripetutamente: “Assassino di massa, criminale di guerra, vergognati!”. Blair, palesemente turbato, mostrava sorrideva imbarazzato.

A Chang e Zakaria alla fine è stato impedito di consegnare l’accusa a Blair da più di 30 addetti inglesi e malesi al personale di sicurezza. Entrambi sono comunque riusciti ad urlare nell’orecchio di Blair le parole: “Criminale di guerra, vergognati! Assassino di massa!”

Zainur Zakaria ha protestato contro gli agenti di sicurezza della Malesia chiedendo a gran voce: “Perché proteggete un criminale di guerra?”. Gli agenti di sicurezza non potevano che rispondere con una espressione stupita.

Dopo aver dichiarato con arroganza nell’ambito dell’inchiesta Chilcot a Londra che non aveva rimorsi per aver invaso l’Iraq nonostante non ci fossero armi di distruzione di massa, Blair ma mostrato la sua codardia di fronte a soltanto sette delegati.

La Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur ha affermato che questo è solo l’inizio di una campagna globale di lotta contro i criminali di guerra come Bush e Blair ed è importante che il mondo inizi ad adottare campagne simili contro Bush e Blair.
Mentre questi eventi sono stati riportati dalla stampa malese, nel Regno Unito la visita di Tony Blair in Malesia è passata praticamente inosservata. In realtà, al di fuori della Malesia, la notizia non ha avuto alcuna copertura mediatica.

Silenzio assordante e complicità dei media britannici? Sono certo che alla Gran Bretagna interesserebbe sapere cosa è successo a Tony Blair a Kuala Lumpur.

Michel Chossudovsky è professore di Economia, Direttore del Center for Research on Globalization (CRG), Membro della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur e firmatario dell’iniziativa 2005 Kuala Lumpur per Criminalizzare la Guerra.

L’articolo originale è qui.

Annunci

Posted in Politica e Informazione | Contrassegnato da tag: , , | 1 Comment »

Cosa si nasconde dietro il colpo di stato in Kirghizistan?

Posted by Marco su 19 aprile, 2010

Se imparassimo ad alzare lo sguardo verso quello che succede nel mondo, forse si schiuderebbe un ventaglio di soluzioni inaspettate per i nostri problemi, o, più semplicemente, diverrebbe più facile decifrare gli eventi globali per giudicarli con cognizione di causa e buon senso. In Kirghizistan è appena avvenuto un colpo di stato. Quello vero, non quello che paventa Di Pietro pensando al presidenzialismo berlusconiano. Il premier Bakiyev è stato spedito in esilio mentre un nuovo governo ad interim si è insediato. Cosa c’entra il Kirghizistan con noi, si chiede chi guarda i tg. C’entra, eccome. Il Kirghizistan ospita una base aerea americana di importanza vitale per la guerra in Afghanistan, una guerra che l’asse USA-NATO sta combattendo con il supporto attivo dell’Esercito Italiano, e nell’ambito della quale tre nostri operatori di Emergency sono appena stati arrestati e rilasciati dalle autorità afgane della provincia di Helmand. Il Kirghizistan, questo piccolo e parassitario paese euroasiatico, è al centro di un territorio conteso tra USA e Russia, due grandi potenze nucleari (altro che Iran) che, a dispetto dei sorrisi di Obama e Medvedev, instancabili operatori per un ‘mondo più sicuro’, si scrutano con diffidenza, ben consci del fatto che alterare certi equilibri potrebbe portare ad un conflitto davanti al quale non basterà una dichiarazione ad effetto di Fini a farci voltare dall’altra parte.

Passate le frettolose cronache dei tg nazionali, questo articolo di Eric Walberg servirà a chiarirci le idee sul ruolo che il Kirghizistan sta giocando a cavallo tra USA e Russia.

KIRGHIZISTAN: UN’ALTRA RIVOLUZIONE COLORATA. Ma allora, cosa si nasconde dietro il colpo di stato in Kirghizistan?

di Eric Walberg

Dopo i disordini della scorsa settimana nella capitale Bishkek, che hanno causato la morte di 81 persone e il danneggiamento di edifici governativi e appartamenti privati di Kurmanbek Bakiyev, la pretesa che il presidente di un piccolo paese come il Kirghizistan possa giocare un ruolo di primaria importanza nel panorama politico globale ha messo in luce l’ormai dimissionario leader della ‘Rivoluzione dei Tulipani’.

L’anno scorso Bakiyev cercò di avere la meglio sulle due principali potenze mondiali quando minacciò con sfrontatezza di chiudere la base aerea statunitense, fondamentale per la guerra in Afghanistan, dopo aver firmato un modesto piano di assistenza con la Russia, che poi annullò quando gli USA accordarono un pagamento triplo dell’affitto dello spazio militare per un ammontare di 60 milioni dollari l’anno, unitamente ad un pacchetto di aiuti pari a 100 milioni di dollari. Questa politica si tradusse in una perdita di fiducia da parte di entrambe le potenze, fino a ritrovarsi solo quando nella scorsa settimana la situazione degenerava con lo scoppio di rivolte popolari simili a quelle che lo avevano portato al potere nel 2005.

Ma se nel 2005 erano gli USA ad aiutare Bakiyev ad inaugurare una nuova era di democrazia e libertà (“Rivoluzione dei Tulipani”), questa volta è stata la Russia ad aiutare la coalizione di governo provvisorio guidata dal leader dell’opposizione ed ex ministro degli Esteri Roza Otunbayeva a rimettere insieme i cocci. Dal momento che Otunbayeva guarda al tradizionale sostegno estero del Kirghizistan come l’unica strada per uscire da una situazione di potenziale fallimento di Stato, gli strateghi americani, intimiditi e preoccupati, stanno già pensando di convincere i russi che gli Stati Uniti non hanno piani a lungo termine nella regione e che possono lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni. Riconoscendo l’ovvio, così scrive Eric McGlinchey sul New York Times: “Il Kirghizistan fa parte del cortile di casa della Russia, e il fatto che dipendiamo da loro per la base aerea militare necessaria alla nostra guerra in Afghanistan non cambia la situazione. Presentare un fronte unito con la Russia, tuttavia, aiuterebbe Washington a mantenere la sua base aerea ed evitare un’altra guerra di offerte economiche”.

Questo colpo di stato segue la stessa logica del più dignitoso rifiuto della ‘Rivoluzione Arancione’ di Febbraio in Ucraina e ha offerto una nuova prospettiva di vita agli uomini politici dell’opposizione georgiana, che seguiranno l’esempio del Kirghizistan se il presidente della ‘Rivoluzione delle Rose’ continuerà a sputar loro addosso tutto il suo livore anti-russo. E’ evidente che ormai l’intera strategia USA nelle repubbliche ex-sovietiche sembra essere svelata, con l’Uzbekistan ancora fuori dai giochi per i suoi gravi abusi dei diritti umani e la recente inaugurazione di febbraio del nuovo gasdotto dal Turkmenistan alla Cina.

Ribaltando il dietrofront di Bakiyev, Otunbayeva aveva inizialmente chiarito che la base Usa sarebbe rimasta aperta, per poi ritornare sui suoi passi ore dopo, con estremo stupore dei i vertici dell’establishment statunitense, dicendo che la base sarebbe stata chiusa per ‘motivi di sicurezza’, nonostante l’accordo, rinnovato lo scorso giugno, fosse valido fino al rinnovo previsto nel mese di luglio di quest’anno. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha subito chiamato al telefono Otunbayeva e inviato a Bishkek il suo assistente Robert Blake, il quale ha annunciato con sollievo che la base sarebbe comunque rimasta aperta.

Ma, a differenza di Bakiyev, Otunbayeva non è un politico furbo che pensa solo ad arricchire se stesso e la propria famiglia. Il suo predecessore, infatti, l’anno scorso incaricò suo figlio Maxim di negoziare il lucroso affare dell’affitto del suolo kirghizo per la base americana (a proposito, che fine hanno fatto quei 160 milioni di dollari?) nominandolo capo della nuova Agenzia Centrale Nazionale per lo Sviluppo, gli Investimenti e l’Innovazione. Otunbayeva è al di sopra della politica corrotta dei suoi predecessori. Laureata all’Università Statale di Mosca ed ex rettore della Facoltà di filosofia dell’Università Nazionale di Stato del Kirghizistan, è stata ministro degli Esteri sotto le due amministrazioni di Askar Akayev e Bakiyev. Ha prestato servizio come primo ambasciatore del Kirghizistan negli Stati Uniti e in Canada, e successivamente nel Regno Unito. Nel 2007 è stata eletta al Parlamento nella lista dei candidati del Partito socialdemocratico, diventando capo dell’opposizione SDP nel mese di ottobre 2009.

E’ stata a Mosca già due volte quest’anno, a gennaio e marzo, ed ha stretto legami con il Partito Unito della Russia. I suoi primi colloqui formali come presidente ad interim sono stati con Putin. Dietro il ripensamento di Otunbayeva circa la base militare USA c’è la tensione indotta dalla prepotenza degli americani nella società kirghiza, che fino all’11 settembre 2001 era una pacifica comunità che doveva alla Russia il livello di sicurezza ed il benessere economico raggiunti. Non c’è dubbio che oggi il popolo kirghizo preferirebbe di gran lunga conservare i buoni rapporti con la Russia piuttosto che con gli Stati Uniti. La base aerea statunitense non ha portato finora alcun beneficio per le comunità circostanti, fatta eccezione per il traffico di alcolici e prostitute destinati ai marines.

A dispetto dei suoi comportamenti antidemocratici, la minaccia di Bakiyev di chiudere la base americana non era altro che una risposta alle pressioni provenienti dall’opinione pubblica. Gli abitanti del posto erano furiosi perchè un soldato americano aveva ucciso al di fuori della base e successivamente trascinato all’interno un inerme kirghizo, senza che questo comportasse alcuna conseguenza, così come il recente caso, ammesso dagli stessi soldati americani, in cui un elicottero fece fuoco su due agenti disarmati del nuovo staff della Reuters a Baghdad uccidendoli, fatto liquidato come ‘indagine militare’. Questo risentimento, e l’instabilità sociale che esso produce, rappresentano ciò a cui Otunbayeva alludeva con la concisa espressione ‘motivi di sicurezza’.

A questo punto, la domanda che tutti si pongono è la seguente: questa volta è stata la Russia a manovrare gli eventi per vendicare un torto? Vero, non correva buon sangue tra Putin e Bakiyev dopo che questi si era rimangiato la sua promessa di chiudere la base americana lo scorso anno. L’atteggiamento bizzarro di Bakiyev negli ultimi due anni aveva certamente irritato i russi. A prescindere dalla questione della base Usa, i rapporti tra il Cremlino e il governo kirghizo di Bakiyev si erano fortemente deteriorati negli ultimi mesi, in parte anche a causa delle posizioni sempre più ostili alla Russia assunte dal governo, compreso il blocco dei siti web in lingua russa e la crescente discriminazione mostrata al cospetto degli uomini d’affari russi. Non è un caso, infatti, che la Russia il 1° aprile abbia imposto i dazi sulle esportazioni di energia in Kirghizistan.

Quando Otunbayeva annunciò che la base militare americana sarebbe stata chiusa, si pensò subito ci fosse il Cremlino dietro il colpo di stato. Ma questa ipotesi è stata smentita dallo stesso Obama. “Le persone che avrebbero agito in Kirghizistan … Queste sono tutte persone con cui siamo in contatto da molti anni. Possiamo affermare con certezza che non si tratta di un colpo di stato anti-americano”, ha assicurato Michael McFaul, Senior Director per gli affari russi dell’amministrazione Obama, proprio mentre Obama e Medvedev sorridevano alle telecamere a Praga nella celebrazione per il disarmo nucleare. Il Presidente degli Stati Uniti ha inoltre prontamente respinto l’ipotesi che si fosse trattato di un ‘qualsiasi colpo di stato sostenuto dai russi’, sostenendo – in modo consono all’occasione – che la cooperazione tra USA e Russia in Kirghizistan è stata un’ulteriore dimostrazione del miglioramento delle relazioni tra le due superpotenze.

Come riferisce l’analista del Diligence LLC (organizzazione americana composta da ex agenti dei servizi segreti, giornalisti ed esperti di legge, nda) Nick Day: “La Russia dominerà il Kirghizistan e questo causerà problemi agli Stati Uniti”. Sì, e allora? La Russia è per definizione molto vicina a ciò che accade nei paesi dell’ex Unione Sovietica. I russi e i loro simpatizzanti vengono continuamente in contatto sul territorio. Ai primi di marzo, un membro del consiglio degli Anziani e capo del partito dei Pensionati Omurbek Umetaliev disse: “Crediamo sia inaccettabile permettere l’esistenza su questo piccolo territorio delle basi militari di due potenze mondiali in conflitto tra loro su questioni cruciali di politica internazionale. Sebbene la presenza di una base militare russa in Kirghizistan sia storicamente giustificata, la presenza militare degli USA e della NATO è una minaccia per i nostri interessi nazionali”.

Vero. Inoltre, la minaccia di chiudere la base è un duro colpo per la strategia imperiale degli Stati Uniti in Eurasia, in particolare per le sue operazioni in Afghanistan, che sarebbero gravemente compromesse senza la base aerea di Manas. Gli Stati Uniti riforniscono il 40 per cento delle basi operative in Afghanistan per via aerea perché i Talebani detengono il controllo delle strade principali del paese. Nella base di Manas transitano ogni giorno 1500 soldati americani, 50000 soltanto nel mese scorso, mentre 1200 sono permanentemente di stanza in Kirghizistan. A causa dei continui attacchi ai convogli di rifornimento militare che transitano attraverso il Pakistan, il Pentagono intende trasferire gran parte della rete di rifornimento in una nuova Rete di Distribuzione del Nord, che attraversa proprio il Kirghizistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan.

Il giudice Paul Quinn, direttore per l’Asia centrale del Gruppo Internazionale di Crisi, facendo rapporto da Manas, ha dichiarato che esiste il timore che un’intensificazione di queste spedizioni statunitensi potesse provocare attacchi da parte del Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) e dell’Unione della Jihad islamica, gruppi che hanno un folto seguito di fedeli nell’irrequieta valle di Ferghana, che si divide tra kirghizi, in gran numero, tagiki e uzbeki, ed è stata testimone di più di una rivolta nel recente passato. “E’ evidente che la Rete di Distribuzione del Nord costituisce un problema”, dice il giudice Quinn. “Esso porta l’Asia Centrale a rivestire un ruolo principale nel teatro di guerra”.

La confusione regnante sulla base Usa in Kirghizistan si troverà adesso in cima all’agenda ricca di impegni del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che farebbe bene a guardare al di là del prossimo colpo di stato dal fiore appassito. “In Kirghizistan dovrebbe esserci solo una base, e questa dev’essere russa”, ha gelidamente dichiarato ai giornalisti un alto funzionario russo a Praga. “La Russia lo userà come leva nei negoziati con gli USA”,  prevede Nick Day.

Un’altra chiave di interpretazione di questa vicenda è che rappresenta un’occasione d’oro per Obama per un definitivo cambio di rotta rispetto alla politica da cowboy del suo predecessore Bush e dei neoconservatori, e per costruire dei ponti reali con la Russia, un paese che resta vitale per il Kirghizistan qualunque siano i fantasmi geopolitici che si agitano nelle menti di Washington. La deliziosa ironia del colpo di stato kirghizo risiede nel fatto che, mentre Medvedev e Obama si stringevano la mano a Praga, dove la Russia ha sostanzialmente ceduto al diktat americano sui piani di difesa missilistica, l’inerzia geopolitica in Kirghizistan andava si muoveva in senso contrario a favore della Russia, mentre i piani geopolitici degli USA nella regione euroasiatica affondavano e il pallino del gioco tornava in mani russe.

Ma dov’è l’assurdità nell’importanza cruciale della base per gli interessi degli Stati Uniti? E lì da dieci anni.Quanto tempo ancora dovrà restare? ‘Per sempre’ potrebbe essere una risposta? In Kirghizistan si ritiene che l’accordo sarà rivisto per assicurarsi che non sia “contro gli interessi del popolo o a favore del sistema delle tangenti”, come ha dichiarato il portavoce del governo Almazbek Atambayev dopo una visita a Mosca. “Gli Stati Uniti prevedono di ritirare le truppe dall’Afghanistan nel prossimo anno. Ci stiamo muovendo verso una soluzione civile e sotto la guida degli Stati Uniti della questione della zona di transito per il rifornimento militare”. Così facendo gli Stati Uniti avranno la loro base per un altro anno ancora, con riluttante approvazione russa.

Lasciare il Kirghizistan la prossima estate sarebbe la maniera migliore per dimostrare al mondo ed alla Russia che Obama rappresenta una nuova e meno belligerante America. Le parole sono ormai incise nel marmo: è solo questione di mesi, un anno al massimo, fino a quando Manas diventerà una base russa, e prima che gli Stati Uniti lo ammettano, questa è la migliore soluzione. Sia Mosca che Washington hanno un obiettivo comune nel preservare la stabilità nella regione, e il consenso della Russia al transito delle truppe USA-NATO al servizio della guerra in Afghanistan porterebbe automaticamente con sé come risultato un’estensione dell’utilizzo da parte degli americani della base di Manas tornata in mani russe.

Nelle parole di McFaul si possono già rintracciare gli echi del realismo post-Vietnam nella politica di distensione col ‘nemico’ degli Stati Uniti. Questo avvenne nell’ultimo periodo del conflitto, quando una sommessa e provata, ma anche pacifica, politica estera USA accettava la sconfitta nella sua guerra criminale in Vietnam, che si concludeva con le pressioni di Carter sugli israeliani perchè ritirassero i loro eserciti dal Sinai e trovassero un accordo di pace, anche se difficile, con almeno un popolo confinante. Se questo è il risultato, il mondo avrebbe bisogno di più colpi di stato in Kirghizistan.

Eric Walberg scrive per Al-Ahram Weekly

http://weekly.ahram.org.eg/

E’ possibile contattarlo su http://ericwalberg.com/

Articolo originale:  http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=18637

Posted in Politica e Informazione | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »

Missione (Im)Possibile

Posted by Marco su 13 aprile, 2010

Leggo ora sulla versione online del Corriere della Sera che l’associazione umanitaria Missione Possibile si è recata ad Haiti per portare aiuto alla popolazione colpita dal terremoto. Come testimoniano i volontari dell’associazione, a tre mesi dal sisma le condizioni in cui versa la capitale Port au Prince non possono ancora definirsi fuori dall’emergenza. Paura, morte, solitudine, devastazione, fame e sete sono ovunque. E’ ancora tutto (o quasi) fermo al 12 gennaio scorso. Gerry Testori, responsabile della missione, racconta: “Haiti è assediata dalla disperazione più totale. Una settimana di permanenza a Port au Prince ci ha permesso di constatare che sta regnando ancora il caos più totale. Credo che in questo momento non si possa nemmeno nominare la parola “ricostruzione” “.

Come è possibile che, nonostante il dispiegamento di 20 mila soldati americani – trasportati ad Haiti su portaerei, portaelicotteri, incrociatori e cacciatorpedinieri con lo scopo di garantire la sicurezza – nella capitale “si abbia (ancora) paura di tutto: anche di entrare in una chiesa o di andare a scuola”?

Forse Obama e l’allegra compagnia degli ex presidenti dovrebbero dare una risposta. Ancora Testori, sorpreso dalla cospicua presenza di militari a fronte di un’assenza pressoché totale di ruspe e mezzi per la ricostruzione, si domanda se era possibile destinare parte dei soldi spesi per finanziare le truppe militari e del contingente ONU ad organizzazioni in grado di far ripartire Haiti, possibilmente senza missili e fucili. Conoscendo le recenti rivelazioni della rivista militare Stars and Stripes, che mettono a nudo le reali intenzioni dei manovratori del Pentagono circa la presenza delle truppe americane nell’isola caraibica, possiamo, in tutta franchezza, rispondere: No, non era possibile.

Posted in Attualità | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Il Pentagono sta usando Haiti come campo d’addestramento per l’Afghanistan

Posted by Marco su 8 aprile, 2010

Avevamo lasciato Haiti con George W. Bush junior che si puliva la mano sulla camicia di Bill Clinton dopo averla stretta ai terremotati di Port au Prince. Un vero ‘scoop’ da copertina che ha fatto presto il giro dei principali siti di informazione. L’atto più squalificante per un giornalista è, a mio avviso, ridursi a portatore di veline. Chiunque lavori nella redazione di un giornale alla ricezione ed elaborazione delle cosiddette agenzie di stampa (veline) non può definirsi ‘giornalista’, ma al massimo impiegato di stampa con discreta padronanza della parola scritta.

Terminati i sentimentalismi alla Studio Aperto sulle vittime del terremoto di Haiti, le notizie provenienti dall’isola caraibica hanno preso a latitare, lasciando i nostri impiegati di stampa a scrivere di listini elettorali, preti pedofili e champions league. Per fortuna però, l’attività di cercare le notizie e fornire chiavi di lettura agli eventi collocandoli in un contesto più generale, cioè fare il giornalista, non spetta solo alle redazioni dei quotidiani, ma a chiunque ritenga di poterlo fare, sia esso un giovane ricercatore, un blogger, un romanziere, o un professore di economia, come Michael Chossudovsky.

L’articolo di cui riporto la traduzione dimostra che il sisma del gennaio scorso ha trasformato il territorio devastato di Haiti in una succursale militare americana, da cui il Pentagono ha potuto preparare i soldati alle guerre di conquista in Afghanistan e Iraq. Questo spiega l’enorme dispiegamento di truppe navali e terrestri nell’isola.

IL PENTAGONO STA USANDO HAITI COME CAMPO D’ADDESTRAMENTO PER L’AFGHANISTAN

di Michael Chossudovsky

Un recente rapporto di Stars and Stripes rivela la vera natura dell’operazione militare statunitense ad Haiti. Unità di combattimento provenienti da Iraq e Afghanistan sono state schierate ad Haiti per compiere una missione umanitaria. Al contrario, il territorio di Haiti viene usato come campo di addestramento militare per le forze di combattimento prive di esperienza in teatri di guerra. Il rapporto Stars and Stripes (14 Mar 2010) recita: “I marines dispiegati ad Haiti per portare i primi soccorsi a seguito dell’emergenza dovuta al devastante terremoto del gennaio scorso sono già in fase di addestramento per i combattimenti in Afghanistan”.

I marines della 22esima unità del Corpo di Spedizione militare inviati ad Haiti subito dopo il terremoto sono ora impiegati in Afghanistan. Infatti, la decisione di mandarli in Afghanistan è stata presa prima del loro dispiegamento ad Haiti:

“Un piccolo gruppo di marines ha preso d’assalto diversi edifici di piccole dimensioni nella zona del loro accampamento vicino al mare, mentre i loro compagni interpretavano il ruolo di ribelli afghani urlando “bang!”, come in una simulazione di guerra. Il giorno precedente, il generale Dennis J. Hejlik, comandante della 2a unità del Corpo di Spedizione dei Marines, aveva fatto visita ai soldati a terra, congratulandosi con loro per il buon lavoro svolto ad Haiti e chiedendo: “Cosa vi aspettate una volta tornati a casa?”. “Afghanistan”, fu la risposta. Con gli elicotteri Huey che gli ronzavano in testa, Hejlik  parlò della recente offensiva a Marjah, aggiungendo che entro l’estate in Afghanistan si sarebbero aggiunti altri 20.000 marines. “In primavera vi unirete a loro”, disse ai marines di stanza a Carrefour (località situata nella parte occidentale di Haiti, ndt). Uno di loro, il sergente Timothy Kelly, 23 anni, di Johnston City, Illinois, disse che i membri della sua unità erano venuti conoscenza della missione in Afghanistan solo poco tempo prima di ricevere l’ordine di recarsi ad Haiti”.

Il programma di addestramento di Haiti “è orientato verso tattiche di combattimento ravvicinato”: “Solo due di noi (della squadra del sergente Kelly) hanno esperienza in Iraq o in Afghanistan”, ha detto…Molti dei nostri soldati non sono stati mandati qui (ad Haiti) per essere poi spediti in Afghanistan. E quelli che invece lo sono, farebbero meglio a farsene una ragione. Un altro marine a Carrefour, il soldato Keith Cobb, 23, di Soso, Mississippi, dice che la missione  in Afghanistan sarà per lui la prima volta in una zona di guerra. “Io voglio uccidere i terroristi e sbarazzarmi del nemico, ma preferirei restare qui perché so che dopo mi manderanno a casa”, riferisce Cobb. Il termine Close Quarters Battle (CQB) sta ad indicare una particolare tipologia di guerriglia che coinvolge piccole unità di combattimento “che affrontano il nemico con armi private a distanza ravvicinata”. Il training militare fornito ad Haiti è finalizzato sia alla guerriglia urbana che alle operazioni anti-sommossa. Il 25 marzo l’esercito Usa ha riferito che circa 2.200 marines impiegati nel primo soccorso umanitario ad Haiti sono stati ritirati dal paese.

Il ruolo dei militari canadesi

L’esercito canadese ha adottato un modello simile a quello statunitense. Il territorio di Haiti è stato usato come piattaforma di lancio per il dispiegamento di truppe militari da combattimento destinate al Medio Oriente. Le truppe canadesi inizialmente schierate ad Haiti nell’ambito di un mandato umanitario sono già state mandate in Afghanistan: “I soldati del 22esimo Reggimento Reale avranno solo due settimane di tempo prima di spostare la loro attenzione dagli aiuti ai terremotati di Haiti verso i combattimenti ad altà intensità in giro per l’Afghanistan, come sostiene il comandante di tutte le truppe canadesi d’oltremare”. (National Post, 23 febbraio 2010). Le forze militari canadesi impiegate ad Haiti saranno, tuttavia, istruite in Canada prima di essere reimpiegate altrove.

Michel Chossudovsky è professore di Economia (Emerito) presso l’Università di Ottawa e direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) di Montreal, che ospita il sito web www.globalresearch.ca, vincitore di numerosi premi. Egli è l’autore del best-seller internazionale Globalizzazione della povertà e il Nuovo Ordine Mondiale e collabora con l’Enciclopedia Britannica. E’ membro della Commissione per i crimini di guerra di Kuala Lumpur e destinatario del Premio Diritti Umani istituito dalla Società per la tutela dei Diritti Civili e della Dignità Umana (GBM) di Berlino, in Germania. Ha lavorato come consulente per i governi dei paesi in via di sviluppo e per diverse organizzazioni inter-governative, tra cui l’UNDP, l’OIL, l’UNFPA, l’OMS e la Banca Africana per lo Sviluppo. I suoi scritti sono stati pubblicati in più di venti lingue.

L’articolo originale è disponibile qui.

Questa traduzione è stata ripresa anche dai seguenti siti:

1) Come don Chisciotte

2) CampoAntimperialista

3) Altra Informazione

Posted in Attualità | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »