Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for ottobre 2008

Il Ritorno del Principe

Posted by Marco su 30 ottobre, 2008

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Da alcuni anni ormai ho imparato a non fidarmi più di ciò che viene diffuso a mezzo stampa o televisione, a non credere alla verità presunta e imposta che i politici e i giornalisti tentano, per incompetenza o deliberata distrazione, di spacciare quale unica possibile e accettata. Credevo non esistesse possiblità di discesa da questo finto palcoscenico di ipocrisia e menzogna. Ma poi ho scoperto che l’unica via d’uscita è rappresentata dalla conoscenza, dalla giusta informazione fatta da quei pochi uomini ancora dotati di senso della verità, della giustizia e dello Stato. Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto alla procura Antimafia di Palermo, è uno di questi. E il suo libro, Il Ritorno del Principe, è uno dei veicoli di questa presa di coscienza. E’ una valigia dal contenuto prezioso e indispensabile per affrancarsi dal sistema di imposture culturali al quale il potere, che da anni domina la scena, ci ha abituato. Parlo del potere criminale dei colletti bianchi, di quegli uomini che dall’alto delle loro cariche istituzionali e politiche governano la società con l’arma della propaganda, del ricatto, della corruzione e della violenza del braccio armato mafioso che scende in campo per spargere sangue laddove vi fosse bisogno. E’ qui la chiave del potere, cioè nell’intreccio diabolico tra mafia militare e mafia istituzionale, tra i Riina e Provenzano e gli Andreotti e Salvo Lima. Rispondendo alle domande del giornalista Saverio Lodato, Scarpinato racconta una storia d’Italia costellata di fatti osceni, nel senso etimologico del termine, cioè fuori dalla scena, tenuti nascosti dai poteri forti, da coloro i quali tirano le fila della società plasmandone la volontà e la sottomissione sulla base di trame ordite all’ombra del crimine. E’ la ricostruzione meticolosa e attenta fatta da un magistrato, servitore di uno Stato rappresentato da un secolo da una classe politica avida, corrotta e vicina ad ambienti criminali. Una oligarchia di potere che, sulla scia del Principe di machiavelliana memoria, si fa artefice della storia del nostro Paese attraverso i fatti più sanguinosi e infami che, dallo scandalo della Banca Romana fino alle stragi di mafia dei primi anni ’90, hanno condizionato pesantemente la società in cui viviamo restituendoci un Paese senza vergogna e senza memoria. Un Paese governato da un sistema di potere e tutela dello stesso, che ogni giorno ci appare più forte e intaccabile, legalizzato e legittimato da elettori disinformati e circuiti e organi di stampa funzionali ad esso. Scarpinato ricorda la famosa puntata di Porta a Porta, in cui Vespa preferì parlare di dieta mediterranea piuttosto della condanna a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa appena subita dal senatore Marcello Dell’Utri, che oggi siede ancora in Parlamento. Mentre lo stesso giornalista si affrettò a dedicare una puntata intera all’assoluzione di Andreotti, evitando però di ricordare la parte della sentenza che riconosceva Andreotti colpevole di favoreggiamento alla mafia per aver incontrato ripetutamente quei boss mafiosi che poi ordinarono la morte del suo compagno di partito Piersanti Mattarella senza che egli muovesse ciglio. Questo libro racconta il metodo attraverso il quale una elìte intellettuale riconducibile ad ambienti massonici deviati, quelle ‘menti raffinatissime’ che Falcone spesso chiamava in causa, impone la sua strategia usando la mafia, la politica, i servizi segreti e il sistema bancario per trarre il massimo profitto da traffici di armi, stupefacenti, gare d’appalto e finanziamenti pubblici. A testimonianza di ciò, la storia enumera numerosi fatti intrisi di sangue e mistero, come la strage a forte connotazione politica di Portella della Ginestra, compiuta dalla banda di Salvatore Giuliano il primo maggio 1947, che causò la morte di 11 persone. I mandanti di quella strage non sono mai stati scoperti, soprattutto perchè Giuliano e il suo luogotenente Pisciotta sono stati eliminati prima che parlassero. Il primo fu assassinato, il secondo avvelenato in carcere. Lo stesso metodo fu adottato per Sindona, riciclatore di soldi sporchi della mafia, ucciso in carcere dopo il fallimento delle sue holding. E per Roberto Calvi, ‘suicidato’ perchè pericoloso testimone dei traffici illegali tra IOR, mafia e massoneria dopo la sua uscita di scena a causa della bancarotta del Banco Ambrosiano. Oggi la mafia non uccide più come 20 anni fa. L’opinione pubblica è indotta a pensare che la cattura di Riina e Provenzano abbia posto fine al fenomeno mafioso. Eppure Cosa Nostra continua a vivere. Dopo le bombe del 1993, minacce e intimidazioni accompagnano ancora il lavoro di magistrati siciliani come Francesco Messineo, Antonino Di Matteo e Giacomo Montalbano. Mentre le delicate indagini di De Magistris, che in Calabria stava per mettere a nudo gli intrecci tra ‘ndrangheta, massoneria e politica in materia di ripartizione di finanziamenti pubblici, vengono bloccate sul nascere attraverso l’azione dell’allora Guardasigilli-fantoccio Mastella e De Magistris trasferito in altra sede per ‘incompatibilità ambientale’, che è diventato il tritolo dei giorni nostri. Il Ritorno del Principe può essere visto come un trattato di anatomia scritto da un chirurgo dopo anni di studi e pratica sul corpo umano. Nella colonna di destra pubblico il video dell’intervento di Roberto Scarpinato alla presentazione del libro a Roma, in cui si vede il magistrato che, lontano dai volgari schiamazzi della politica quotidiana, con aria quasi dimessa e sincera, analizza e descrive la nostra società con acume intellettuale e capacità descrittive quasi più efficaci e coinvolgenti del libro stesso.

“Il metodo mafioso, che nella sostanza consiste nell’abuso organizzato dei pochi sui molti e che si declina nelle più svariate forme, non è infatti una creatura delle classi popolari, ma delle classi alte”. Roberto Scarpinato

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Bankitalia, zì badrona

Posted by Marco su 27 ottobre, 2008

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Le ultime parole del vicedirettore di Bankitalia Ignazio Visco sono intollerabili. Mentre la crisi della finanza internazionale si prepara a colpire l’economia reale, Bankitalia, organismo teoricamente incaricato di limitare l’inflazione e vigilare sulle banche commerciali del nostro Paese, si permette di ricordare che è necessario ‘lavorare di più e più a lungo’. I consumi sono crollati; la fine del mese è un miraggio; i mutui diventano insostenibili anche da famiglie che un tempo erano considerate benestanti; il precariato è la parola d’ordine nelle aziende, a loro volta sempre più indebitate con le banche; i pignoramenti delle case sono in crescita; la pensione è vista dalle nuove generazioni come un semplice retaggio del passato; il lavoro nero o un secondo lavoro si rendono indispensabili per vivere dignitosamente; chi non ha voglia o tempo di fare un secondo lavoro si indebita, e non per comprare una nuova automobile o fare i lavori in casa, ma per acquistare beni di prima necessità; i divorzi aumentano e la famiglia è sempre più disgregata perchè i genitori passano le loro giornate prevalentemente in ufficio piuttosto che a casa con i figli; e cosa ha da dirci la nostra Banca Centrale? “Lavorate di più”. Allora è bene capire qual’è il pulpito da cui viene questo ‘invito’, che suona tanto come una scudisciata sui reni. La Banca d’Italia è una società per azioni che, in barba alla Costituzione e per conto della BCE, si è appropriata della sovranità monetaria esercitando il diritto di battere moneta e prestarla ad interesse allo Stato generando con un meccanismo virtuoso (per i banchieri) un debito pubblico inestinguibile. Nessun Tremonti e nessun Padoa Schioppa potrà mai abbattere quel debito per un semplice motivo, un motivo che un giornalista informato e coraggioso potrebbe spiegare in un minuto. La Banca Centrale presta denaro allo Stato chiedendo come rimborso, oltre al denaro prestato, altro denaro come interesse. Ma, ipotizzando che lo Stato riesca a restituire tutto il capitale preso a prestito, gli interessi non potrebbero mai essere pagati per il semplice fatto che quel denaro non esiste, in quanto l’unico organismo autorizzato a battere moneta è la Banca Centrale. Il risultato è che lo Stato Italiano, per pagare gli interessi alla Banca Centrale (80 miliardi di euro l’anno), deve procacciarsi altro denaro. E a chi si dovrà rivolgere per ottenere quei soldi? Alla Banca d’Italia, ovviamente. E sotto interessi, che non saranno mai pagati, se non chiedendo altri soldi…E così via. Lo Stato per pagare lo strozzino di Bankitalia, che rappresenta gli interessi degli strozzini della BCE, deve chiedere soldi ai cittadini, che sostengono lo Stato pagando le tasse con il sudore della loro fronte e che arrivano a fine mese solo chiedendo prestiti alle banche commerciali, che sono azioniste di Banca d’Italia, che è azionista della Banca Centrale Europea. Non so a voi, ma a me gira un pò la testa. I soldi delle nostre tasse vanno a finire nelle tasche dei banchieri internazionali della BCE e di Bankitalia. Viviamo in una Repubblica fondata sul lavoro, ma i banchieri non lavorano! E chiedono alla gente di lavorare ‘di più e più a lungo’. Essi si arrischiscono con i soldi derivanti dal signoraggio, una rendita di posizione incostituzionale e truffaldina, attraverso la quale controllano il potere politico e schiavizzano i popoli curandosi soltanto che la loro attenzione si sposti verso il calcio, il Superenalotto e i reality show. Più il popolo è ignorante e più il potere è garantito. Una prova? Ecco cosa offre al lettore il Corriere della Sera, gestito dalle banche, per ‘orientarsi nella crisi’: un dizionario con i termini economici più usati. Alla voce ‘BCE’ troviamo la seguente definizione: “Banca centrale europea, che ha sede a Francoforte (Germania). Definisce e attua la politica economica e monetaria dell’Unione europea, fissa il tasso ufficiale di sconto che vale per tutti i Paesi membri e garantisce la stabilità dei prezzi. Il presidente è Jean Claude Trichet“. Nessun cenno alla assoluta indipendenza della BCE dagli organismi politici nazionali, alla segretezza delle loro riunioni, alla mancata legittimazione democratica dei suoi membri, alla sua assoluta esclusività nell’emissione monetaria con conseguente intascamento dei profitti derivanti dal signoraggio bancario, al suo azionariato composto dalle banche centrali dei Paesi europei, tra cui anche l’Inghilterra, che non adotta l’Euro, ma gode della redistribuzione del signoraggio derivante dalla sua emissione. Nulla di tutto ciò su Corriere.it. Però possiamo cliccare sul calendario di Sara Varone, sulle foto di Massimo Ciavarro all’Isola dei Famosi e sulla classifica del campionato di calcio. Il dibattito politico è pilotato ad arte. Prima Alitalia, poi la crisi finanziaria, adesso la scuola. Non si risolve mai nulla, ma la sensazione generale è che i nodi vengano sempre al pettine. Dunque, la situazione è la seguente. Ci sono tre giocatori al tavolo: il cittadino, il politico, il banchiere. Il primo fantastica su cosa farebbe se vincesse i 100 milioni del Superenalotto, il secondo si affanna a dimostrare che al Circo Massimo possono entrare più di 2 milioni di persone, il terzo bara e vince sempre, decidendo delle sorti dei primi due. Rien ne va plus!

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Vicky Cristina Barcelona

Posted by Marco su 22 ottobre, 2008

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Vicky e Cristina si trovano a Barcelona per un periodo di vacanza ospiti di Mark e Judy. Le due ragazze sono caratterizzate da modi diametralmente opposti di vedere la vita: Vicky è allineata ai suoi valori, rigida nell’essere fedele al suo futuro marito, un giovane ragazzo in carriera (“Di quelli fatti con lo stampino”) col quale già progetta casa con piscina e campo da tennis; Cristina (Johannson) è uno spirito libero, aperta a nuove esperienze e alla ricerca di ispirazioni artistiche. Le due amiche si godono la bellezza della città catalana fino all’incontro con Juan Antonio (Bardem), un giovane pittore dai modi seducenti, che, senza mezzi termini, invita le due ragazze a trascorrere con lui un weekend a Oviedo che minerà le certezze e sconvolgerà i progetti e le ambizioni di Vicky e Cristina. Finalmente Allen regala un soggetto elegante, originale e divertente. Le dolci melodie catalane accompagnano una storia intrigante fin dall’inizio, che si snoda su binari spesso imprevedibili e accattivanti e vede Scarlett Johannson, la Diane Keaton del moderno Woody Allen, sfoggiare tutto il suo incredibile fascino in un personaggio che si adatta bene al suo carisma e al suo stile di recitazione. Dal film traspare tutto il pessimismo alleniano sul rapporto di coppia, che è destinato a fallire qualunque siano le circostanze che lo creano e lo alimentano. L’amore è costituito da tanti ingredienti fondamentali. Se anche uno solo di questi venisse a mancare, è crisi. L’amore tra Juan Antonio e la sua ex moglie Maria Eléna (Penelope Cruz) riesce infatti a sopravvivere solo grazie a Cristina, che rappresenta l’ingrediente mancante che rende la storia a tre un idillio amoroso perfetto, equilibrato e impreziosito dalla comune passione per l’arte. Ma anche questo equilibrio si rompe quando Cristina decide di andarsene per ricercare nuove strade, facendo riemergere le divergenze che avevano determinato il divorzio tra Juan Antonio e Maria Eléna. Da sconsigliare alle giovani coppie fresche di matrimonio e adatto a chi ha intenzione di trascorrere due ore con leggerezza e ironia. Voto: 7.

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Dio li fa, li accoppia e poi li spedisce in Africa.

Posted by Marco su 17 ottobre, 2008

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Salvatore Cuffaro è in Congo a sostenere il leader Dc Eugene Diomi Ndongata alle prossime elezioni. Casini ha scelto di non partire per non fare figuracce ma, per non togliere entusiasmo al paffuto compagno di partito, gli ha detto che ha paura della puntura antimalarica. Così il senatore Udc è partito per l’Africa a dar man forte al suo amico di colore. “Sono certo che il mio aiuto farà vincere le elezioni a Eugene”, pensa Totò. “Non possono sapere chi sono…Figuriamoci se quei zulù sanno che sono condannato in primo grado a 5 anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici per favoreggiamento a mafiosi. Figuriamoci se sanno che mi hanno scoperto mentre avvertivo un boss mafioso che aveva delle cimici in casa facendo saltare l’inchiesta della Dia di Palermo…!”. Cuffaro però non voleva correre da solo il rischio di essere sputtanato dagli africani. Molto probabilmente su consiglio dell’esperto di scheletri nell’armadio ed ex leader Dc Andreotti, ha pensato che, se proprio doveva accadere, sarebbe stato meglio una sputtanata bipartisan. E così si è portato dietro l’amico di avvisi di garanzia Vladimiro Mirello Crisafulli, deputato PD. Quest’ultimo vanta un filmato che lo ritrae in compagnia del boss di Enna Raffaele Bevilacqua con il quale sono accertati i fitti rapporti tra i due in materia di appalti e finanziamenti. Dunque, in Africa tutta l’Italia è rappresentata: c’è la mafia, le connivenze, i politici collusi in Parlamento e una sorta di abitudine trasversale di aiutare e fare affari con la criminalità. In Africa hanno tutto da imparare.

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Facebook e l’aborigeno

Posted by Marco su 15 ottobre, 2008

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Si fa un gran parlare negli ultimi mesi del nuovo social network on line Facebook. L’ennesima creatura del giovane smanettone americano di turno, nella fattispecie Mark Zuckerberg (foto), consente di mettere in comunicazione ragazzi di ogni regione del globo condividendo le proprie reali generalità ed ogni altro tipo di informazione che possa attrarre altri utenti e creare così una rete di amicizie. L’idea nasce nel 2004 allo scopo di favorire il passaggio di informazioni tra gli studenti dell’Università di Harvard. Oggi, però, Facebook ha allargato il suo bacino di utenza a tutto il mondo diventando un mezzo di scambio di informazioni di carattere più generico. Così ognuno può creare il suo account, identificarsi con la propria foto, nome e cognome, la scuola che ha frequentato, la città di nascita, e così via. Facebook non è altro che una chat più avanzata, con nuovi strumenti e una sorta di regola non scritta che abolisce i ‘nickname’ a vantaggio della vera identità dell’utente. E’ strumento utile fino a quando è finalizzato al passaggio di informazioni di lavoro o per fissare appuntamenti risparmiando la telefonata. E’ strumento di svago per scherzare con gli amici, fare nuove conoscenze o reincontrare vecchi compagni di scuola o di avventura. Esaurita l’eccitazione iniziale, però, molti contatti sono destinati a morire per carenza di argomenti. Perchè sono gli argomenti a tenere in vita un network di relazioni. Il creatore di Facebook sostiene che, nostante la crisi, nel mondo c’è un grande bisogno di comunicare. Ma quello che il sociologo in erba dimentica di specificare è l’oggetto della comunicazione, cioè cosa comunicare. Il vero social network sono i blog, capsule di contenuti in continua espansione e interconnessi tra di loro, che si citano o si criticano tra loro creando un bagaglio prezioso di conoscenza e vera informazione gratuita e indipendente. Ho aperto questo blog perchè avevo qualcosa da dire. Chi accede alle chat o a programmi come Facebook generalmente è solo perchè al momento non ha niente di meglio da fare. Il rischio è che il vezzo di navigare in internet per provare programmi come Facebook contribuisca ad alimentare una strisciante mediocrità giovanile già purtroppo abbondandemente diffusa. Qualcuno dirà che bisogna anche divertirsi un pò. E’ vero. Allora mi diverto a ripensare alle parole di Corrado Guzzanti quando racconta il suo punto di vista sul progresso tecnologico. Un progresso che oggi permette di parlare in tempo reale anche con persone distanti migliaia di chilometri. Con un aborigeno, ad esempio. “Ma, aborì'”, obietta Guzzanti, “io e te, che cazzo se dovemo dì?”.

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Benetazzo ad Anno Zero. Quando la tv non rispetta la Rete.

Posted by Marco su 13 ottobre, 2008

Con mia grande sorpresa, venerdi sera Eugenio Benetazzo era ospite di Anno Zero su Raidue. ‘Finalmente una voce indipendente, una voce fuori dal coro!’, ho pensato. Era ora che uno tra i personaggi più stimati e popolari in Rete si confrontasse con la tv e i suoi soldati mediatici. L’attesa per le sue parole era tanta. Oggetto della puntata era la crisi finanziaria che tiene banco in questi giorni. Una crisi che Benetazzo aveva previsto molti mesi prima. Pane per i suoi denti, quindi. Ma il suo intervento, dal pulpito della balconata riservata al pubblico, è stato relegato in fondo alla trasmissione, negli ultimi minuti che precedono le consuete vignette di Vauro che concludono la trasmissione. Infatti, dopo una frettolosa e superficiale presentazione del personaggio, a cura di una giovane presentatrice che dimentica perfino di citare il nome di Benetazzo, il giovane e ‘anonimo’ esperto di finanza inizia ad elencare le cause che a suo dire hanno portato alla crisi attuale. Le sue parole però vengono continuamente interrotte e coperte dalla voce di Santoro, spalleggiato dalla impreparata presentatrice, che liquida in maniera altezzosa e saccente le argomentazioni di Benetazzo incitandolo a chiudere presto il suo intervento nonostante durasse già pochi minuti. Benetazzo, quindi, visibilmente emozionato, si è trovato costretto a condensare il suo pensiero, vasto, documentato e oggetto di show finanziari e libri, in pochi istanti, con il risultato scontato di apparire semplicemente un pazzo catastrofista. Stessa sorte, ricordo, toccò a Piero Ricca, a cui fu riservato un posto tra il pubblico e pochi minuti di intervento. L’atteggiamento irriguardoso di Santoro, in perfetto stile Costanzo, nei confronti di Benetazzo è sintomatico di una televisione tendenzialmente distante dal mondo della Rete e che manca di raccogliere i segnali innovativi e intelligenti che spesso il web offre. Restando fermo dell’opinione che la televisione italiana abbia un forte bisogno di Anno Zero e del suo giornalismo di inchiesta, ritengo grave, per un programma che si fa paladino di Beppe Grillo e Marco Travaglio, che devono tanto della loro popolarità alla Rete, non dare spazio e importanza a personaggi come Piero Ricca e Eugenio Benetazzo.

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Peppino Impastato

Posted by Marco su 9 ottobre, 2008

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Venerdì scorso, a Opera, in provincia di Milano, si è tenuto un incontro sulla figura di Giuseppe ‘Peppino’ Impastato e della sua lotta tenace contro la mafia. Attraverso le testimonianze di Salvo Vitale, amico storico di Peppino, e del fratello Giovanni, sono stati passati in rassegna tutti i momenti salienti della sua vita: dalla fondazione di Radio Aut alla morte del padre. Fino alla sua di morte, avvenuta a causa dell’esplosione di una carica di tritolo posizionata lungo il binario della ferrovia che collega Palermo con Trapani, a soli trent’anni. La vita di Peppino Impastato è un inno alla ribellione al potere illegale dei trafficanti di droga e di armi, al potere dilagante della mafia che con i suoi metodi ha ridotto la Sicilia ad un gregge di pecore impaurite. Peppino urlava tutta la sua rabbia dai microfoni di Radio Aut, che portava la sua voce nelle case degli abitanti di Cinisi, piccolo paese della provincia di Palermo in cui era nato e cresciuto. Usando le armi del sarcasmo e dello sberleffo, Peppino si prendeva gioco della mafia, ridicolizzando i suoi boss e dimostrando loro che Radio Aut non li temeva ed era pronta a denunciare tutti i loro sporchi affari, facendo nomi e cognomi. A cominciare da ‘zio Tano’, quel Gaetano Badalamenti, concittadino di Peppino, boss di Cosa nostra degli anni ’70 e capo mafia della città di Cinisi, morto negli Stati Uniti nel 2004 dopo che il tribunale lo condannò all’ergastolo per l’assassinio di Peppino Impastato. La testardaggine, il coraggio e l’indefessa difesa della legalità di Peppino erano diventate scomode per la mafia, che decise di ucciderlo in una giornata che l’Italia non dimenticherà mai. E non per la morte del giovane attivista di Cinisi, ma per il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, la cui notizia occupò tutti i telegiornali e la stampa dell’epoca, relegando la storia di Peppino Impastato nei trafiletti. La conoscenza dei forti legami che in quegli anni la mafia intesseva con la politica, e in particolare con la Dc di Moro e Andreotti, induce a nutrire più di un sospetto sulla strana coincidenza temporale tra la scoperta del cadavere del leader Dc e quella di Peppino Impastato. Il silenzio sulla storia di Impastato è stato in parte spezzato soltanto nel 2000, grazie al film di Marco Tullio Giordana ‘I cento passi’. Oggi a Cinisi la casa di Peppino Impastato è diventata la Casa della Memoria, un museo visitato da migliaia di visitatori da tutta Italia, ma non dagli abitanti di Cinisi. “E’ un corpo estraneo all’interno del paese”, denuncia Salvo Vitale, che, dalla piccola emittente televisiva di Partinico Telejato, continua oggi le battaglie di Peppino sostenendo che la mafia a Cinisi esiste ancora, e più forte di prima, a dispetto delle rassicurazioni della politica locale. E testimonianza di questo è il ritrovamento del boss Salvatore Lo Piccolo, avvenuto proprio nelle campagne di Cinisi, molto probabilmente coperto e protetto dalla polizia e gli amministratori del luogo. E’ proprio questa connivenza, questa vergognosa e infame complicità, che la storia di Peppino Impastato insegna ad odiare e denunciare ad alta voce. Stupisce il racconto di Salvo Vitale, quando ricorda la volontà della polizia di chiudere presto il caso della morte di Peppino, dichiarando accertate le circostanze del suicidio. Vitale ricorda che, insieme gli altri amici di Peppino che non credevano alla versione accreditata dalle forze dell’ordine, indagò privatamente sull’accaduto, fino ad essere fermato dalla stessa polizia che arrivò perfino a chiudere gli occhi davanti ad alcuni massi macchiati di sangue, ritrovati nei pressi dell’auto di Peppino Impastato, liquidando quelle macchie come derivanti da sangue mestruale (!). Queste ed altre assurdità saranno poi smascherate dal processo che condannò all’ergastolo il boss Badalamenti. La mafia fa parte del passato ma anche del presente. La mafia è nelle istituzioni, nella politica e nell’imprenditoria. Lo avevano capito Rocco Chinnici, il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino. Tutti caduti per difendere lo Stato, oggi irriso da uomini collusi che, in nome del consenso popolare, perpetuano lo stato attuale delle cose legittimando l’illegalità. Nella società odierna manca un patto etico tra gli elettori e tra gli eletti, denuncia l’ex sindaco di Palermo e oggi rappresentante dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando, anch’egli presente all’incontro di Opera. Un regolamento morale che superi l’esigenza legislativa e consenta di espellere quegli uomini che sono entrati in contatto con personalità mafiose o legate alla criminalità organizzata. Una sorta di sistema immunitario che protegga la parte pulita della società da uomini come Vladimiro Crisafulli, menzionato da Peter Gomez, presente insieme agli altri sul palco del Teatro Eduardo di Opera. Crisafulli è stato filmato nel 2002 in compagnia del boss mafioso di Enna Raffaele Bevilacqua, ma, nonostante questo, è stato candidato e quindi eletto al Senato nelle file del PD. Questa però è solo la punta visibile dell’iceberg che emerge dal mare della corruzione nel nostro Paese. L’amicizia tra la polizia di Cinisi e Tano Badalamenti ci insegna che il problema della mafia in Italia non si risolve arrestando Riina e Provenzano, ma indagando sui colletti bianchi e sul potere criminale mascherato da istituzione. Ed è per questo che un giornalista come Lirio Abbate, che da anni si occupa di mafia militare, ha visto la sua vita in pericolo soltanto dopo aver iniziato ad indagare sui rapporti tra mafia, politica e industria. Una informazione completa, continua e tambureggiante sul fenomeno mafioso è il principale antidoto al degrado morale che ha permesso a Cuffaro e Crisafulli di sedere in Parlamento ed al mafioso di Stato Andreotti di leggere nientemeno che La Bibbia in tv.
“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Paolo Borsellino.

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Nostradamus Benetazzo

Posted by Marco su 6 ottobre, 2008

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Già qualche mese fa avevo parlato di lui. Eugenio Benetazzo è un giovane esperto di economia che da anni gira l’Italia con uno ‘show finanziario’ itinerante in cui parla di banche, signoraggio ed economia internazionale. Ha pubblicato anche numerosi libri i quali purtroppo sono sconosciuti ai più. Benetazzo è una figura indipendente. Non è legato ad alcun gruppo bancario, editoriale o politico. Divulga le sue tesi attraverso reti televisive private, un canale youtube, un sito web, seminari e libri. Nonostante la sua vasta opera divulgativa, Benetazzo e i suoi argomenti restano pane per pochi denti. Il motivo di questo è facilmente comprensibile non appena si ha modo di ascoltarlo. Benetazzo parla di un futuro che ci riporterà al passato, alla miseria del passato, della scomparsa del ceto medio a vantaggio della borghesia capitalistica, della fine del petrolio che ci farà precipitare all’età della pietra, delle banche che stanno mangiando le nostre vite e della fine del turbocapitalismo che condurrà ad una catastrofe economica che oggi incombe sulle nostre teste e che porterà conseguenze forse più devastanti della crisi del ’29. E, dal momento che i polmoni della borsa mondiale respirano grazie alle aspettative ed agli umori degli azionisti, è facile capire che un personaggio come Benetazzo difficilmente lo vedremo scrivere sul Corsera o apparire a Porta a Porta. Benetazzo non si limita a fare oscure previsioni future, ma analizza e spiega i motivi principali che hanno condotto la nostra società, le nostre abitudini, i nostri fragili dogmi, a fallire in maniera, a suo dire, ormai inesorabile. Le sue analisi, le sue indicazioni, le sue rivelazioni, sono di una gravità e semplicità disarmanti. Qualche anno fa poteva sembrare eccessivamente pessimista, ma i recenti crolli finanziari dovrebbero spingere chi conosceva Benetazzo già allora a rileggere i suoi articoli e rivedere i suoi video. Ecco cosa scriveva nell’agosto 2007. “Ecco che cosa sono la FED e la BCE: chiacchere e distintivo. Innanzi al più grande bubbone finanziario degli ultimi anni che sta ormai per esplodere, se ne escono con affermazioni del tipo, state tranquilli, non vi preoccupate tanto l’economia è sana, l’Europa non rischia nulla !”;”[…] Alla fine Camelot è crollata: il castello di debiti costruito su fondamenta di altri debiti cartacei (coperti a loro volta da un fiume di strumenti derivati: l’altra bolla che dovrà scoppiare) ha dimostrato tutta la sua fragilità. Ecco che cosa ha sostenuto l’economia, il PIL, gli indici di borsa ed il rally immobiliare: il ricorso al debito sfrenato. Tutto a tutti, anche senza garanzie o per dirla all’americana, tutto a tutti grazie ai NINA (acronimo di none income, none assets) ovvero prestiti rilasciati anche a chi non ha reddito certo e non dispone di garanzie reali (fate attenzione comunque perchè anche in Italia li abbiamo, solo che si chiamano con un altro nome, di solito il nome delle finanziarie che li erogano !)”; “Particolarmente in Europa in queste ultime ore stanno tentando di rincuorare gli animi e le speranze di investitori e risparmiatori, affermando che la situazione in Eurolandia non è così grave come in USA: è vero non è grave, è gravissima !“; “Iniettare liquidità nel sistema significa dare denaro ad una ristretta elite di banche in momentanea difficoltà finanziaria a discapito del resto del mondo in modo tale che non si abbia una percezione immediata di questa operazione. Il tutto è alquanto scandaloso in quanto anzichè creare denaro (dal nulla) per aiutare chi ha contratto un debito per l’acquisto della prima casa (di fatto il debitore con un bisogno sociale primario), si preferisce sostenere e supportare il sistema bancario (quindi il creditore con una finalità puramente speculativa) il quale si trova in difficoltà perché il debitore a fatica riesce a restituire il denaro preso a prestito. A mio modo di vedere, l’unico rischio reale che corre veramente il sistema bancario è quello di una rivoluzione popolare”. Fino a quando in tv ci saranno Vespa e Brunetta a rassicurare senza argomenti ma con placidi sorrisi i risparmiatori italiani, la rivoluzione popolare è scongiurata.
RISPARMIATORE ITALIANO: “Cos’è stato? Che è successo?”
VESPA E BRUNETTA: “Sssst, bel risparmiatore italiano. Dormi, non è successo niente”
RISPARMIATORE ITALIANO: “Ma ho sentito qualcosa…Cos’era?”
VESPA E BRUNETTA: “Niente. Solo un brutto sogno. Dormi ora, Renato e Bruno restano qui vicino a te”.
I toni apocalittici sono valsi a Benetazzo la definizione ‘Beppe Grillo dell’economia’. Beppe Grillo, però, prima di diventare il predicatore che conosciamo, godeva già della fama di comico televisivo, per cui ha avuto gioco facile nel fare proseliti. Benetazzo, invece, è partito dall’ombra e nell’ombra rischia di restare se i media non gli offrirano lo spazio che merita.

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Righteous Kill – Sfida senza regole

Posted by Marco su 3 ottobre, 2008

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Due detective attempati (De Niro e Pacino) danno la caccia ad un serial killer che firma i suoi omicidi con delle poesie in rima. Le vittime appartengono tutte all’ambiente criminale, così le attenzioni si dirigono presto verso la stessa polizia che indaga. Già dalle prime scene si capisce che non è il film che ci si aspetta. Il livello della storia è mediocre. Su un solo caso indagano due detective, a cui si aggiungeranno altri due più giovani, che fanno esattamente le stesse cose, solo dividendosi le battute, peraltro poco efficaci. Sembra di rivedere Tango e Cash oppure Starsky ed Hutch. Robert De Niro e Al Pacino si divertono sguazzando nella loro siamese complicità e privando al contempo lo spettatore del fascino che la loro presenza un tempo regalava alle pellicole. I due mostri sacri del cinema mondiale sono stanchi, e soprattutto stanchi sono gli autori e i cineasti, sempre più a corto di spunti attorno ai quali costruire un film. Qui siamo di fronte ad uno spettacolo quasi deprimente di due stelle che da dieci anni ormai hanno smesso di brillare. Un film non può nascere dall’idea di mettere davanti alla telecamera due grandi attori facendo leva sulla curiosità dei fans, ma deve nascere da un soggetto, una trama, i cui personaggi dovranno poi essere interpretati dagli attori più idonei in quel ruolo. Gli attori devono adattarsi alla storia, non il contrario. In Italia il film è stato presentato in maniera piuttosto fuorviante. Si è cercato furbescamente di accostarlo ad Heat – La Sfida, spettacolare ed indimenticabile poliziesco di Michael Mann del 1996. Lo si capisce subito guardando la locandina italiana del film. Il titolo infatti è stato storpiato in ‘Sfida senza regole’, in cui la parola ‘sfida’ è stata volutamente ingrandita proprio perchè richiama il titolo del film di Mann. Inoltre, la locandina mostra sulla destra un’immagine di Al Pacino in cui appare chiaramente più giovane, contrariamente alla realtà di Righteous Kill. Per questi motivi ho deciso di inserire la locandina americana, a mio giudizio più sincera. Nonostante il film sia molto deludente, un voto inferiore alla sufficienza sembra una mancanza di rispetto. Voto. 6.

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Il papà di Giovanna

Posted by Marco su 1 ottobre, 2008

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Ambientato ai tempi del Fascimo, l’ultimo lavoro di uno stanco Pupi Avati è ancora un polpettone che rovina quest’inizio di stagione cinematrografica italiana. Giovanna (Rohrwacher) è la figlia, bruttina e pò ritardata, di un professore di Lettere (Orlando). La giovane inizia a frequentare un allievo di suo padre di cui si innamora. Ma lui mostra interesse solo perchè il padre di Giovanna gli ha promesso in cambio l’ammissione agli esami. Il ragazzo, infatti, ha una relazione con la migliore amica di Giovanna, che suole incontrare segretamente in uno stanzino della palestra della scuola. Ed è qui che Giovanna sfoga la sua ira uccidendo la ragazza. Inizia così il calvario che porta Giovanna in un ospedale psichiatrico, seguita dal padre che lascia la moglie (Neri) tra le braccia del suo amico poliziotto (Greggio). Tutto questo tra i bombardamenti degli Alleati e gli annunci radiofonici di guerra. La scelta di ambientare il film durante la Seconda Guerra Mondiale è sostanzialmente pleonastica. La storia e i personaggi viaggiano su binari totalmente indipendenti dalla loro connotazione storica. L’alternarsi delle tristi e patetiche vicende vede il suo apice narrativo nella scena della confessione dell’omicidio da parte di Giovanna. Da questo momento in poi, infatti, il film trascina noiosamente l’attenzione dello spettatore fino alla banale conclusione. La nota più dolente del film è la scelta del cast. Fatta eccezione per la solita ottima recitazione di Silvio Orlando, Francesca Neri sembra a disagio nel personaggio, seppur questo sia notevolmente insipido e svogliato. Di Ezio Greggio vorrei dire tutto il male che c’è. Prima di vedere questo film credevo che la monoespressività fosse una caratteristica prettamente orientale, ma devo riconoscere che anche il nostro cinema può vantare almeno due attori con gravi problemi di elasticità facciale: Raoul Bova e Ezio Greggio. Come può un comico demenziale passare da ‘Il silenzio dei prosciutti’ ad un dramma familiare come questo film? Greggio riesce nell’impresa di conservare la stessa espressione di chi ha appena scoreggiato in ascensore sia davanti ad un piatto di spaghetti che ad un plotone d’esecuzione. La presenza del conduttore di Striscia la notizia in questo film si può spiegare soltanto come il risultato di una espressa volontà della Medusa, intenzionata a promuovere un’icona storica del gruppo Mediaset a cui appartiene, guarda caso proprio in concomitanza dell’inizio della ventesima edizione del tg satirico. E’ triste pensare che Avati si sia prestato a tutto questo. La presenza inutile di una Serena Grandi più brutta che mai completano il quadro di un film da dimenticare. Voto: 4.

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