Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

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Haiti e la solidarietà postuma

Posted by Marco su 1 febbraio, 2010

La tragedia di Haiti sta lentamente scivolando nell’oblio, come tanti fatti di un mondo che appare sempre più lontano dal virtualismo goliardico a cui siamo abituati. Nei giorni scorsi i media hanno pensato di ‘coprire’ il terremoto di Haiti con un continuo tran tran di notizie di clamorosi salvataggi di neonati e guerriglie in strada per accaparrarsi un pezzo di pane. Fermo restando il diritto all’informazione e il rispetto per le vittime, questo giornalismo ci fa male e non serve a nulla. Per la stessa ragione per la quale, se la nostra casa rischiasse di saltare in aria per una fuga di gas, prima di verificare che il criceto respiri ancora o il cappotto non abbia perso l’odore di tintoria, dovremmo pensare ad aprire la finestra e chiudere la valvola dei fornelli.

Mi spiego. L’opinione pubblica italiana, ma anche il resto dell’Occidente ‘civilizzato’, ha scoperto solo in questi giorni le condizione disumane in cui versavano gli abitanti di Port-au-Prince prima del sisma del 12 gennaio scorso. I reporter ‘alla Toni Capuozzo’ ci hanno raccontato per ore la precarietà delle abitazioni dei terremotati haitiani, indicando questa come la causa principale delle gravissime perdite umane seguite al terremoto. Ma, come accade puntualmente, non si fa mai un passo indietro, non ci si pone mai le domande giuste. Per ignoranza o servilismo, questo ancora non riesco a capirlo. Haiti, come del resto tanti altri paesi poveri e sottosviluppati, è in realtà un paese con un settore agricolo dal potenziale molto alto e situato in una posizione strategicamente importante per gli scambi commerciali. Anni di sfruttamento, dapprima europeo e successivamente americano, hanno però contribuito a conservare l’ex penisola Hispaniola in uno stato di povertà assoluta e di insubordinazione ai poteri forti del Libero Mercato e del predominio militare.

Haiti ha conosciuto le dittature di Duvalier padre e Duvalier figlio (Papa Doc e Baby Doc), uomini al servizio degli interessi americani che negli anni ’70 e metà anni ’80 hanno spalancato le porte alla ‘democratizzazione’ voluta dal capitalismo made in USA e Londra. Le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, bracci attuatori dei globalizzatori economici, hanno spinto l’economia di Haiti verso un baratro di fame e miseria, mentre i ‘Totons Macoute’ e le FRAPH, organizzazioni paramilitari addestrate dalla CIA, compivano atroci massacri ai danni della popolazione haitiana sotto la dittatura della dinastia Duvalier. Le FRAPH (Front pour l’avancement et le progrès d’Haiti) erano comandate da Emmanuel Constant, sanguinario terrorista che oggi vive serenamente a Queens, New York, nel paese culla della ‘più grande democrazia del mondo’, patria dei presidenti Clinton e Bush junior che non concessero l’estradizione di Constant, preoccupati di ciò che egli potesse rivelare circa i rapporti tra la CIA e gli stermini haitiani del periodo duvalieriano. Clinton e Bush junior, i due ex presidenti a cui Obama ha deciso di affidare la ricostruzione di Haiti. E’ come lasciare la cura dei propri figli a Marc Dutroux.

Ma questo è un passato che non deve riemergere. E’ una storia che non dev’essere raccontata, anche se Haiti dovesse tornare improvvisamente di attualità. Washington è il Bene, mentre qui parliamo di terrorismo. E nella lotta al Terrore o si è con noi o contro di noi, come soleva ripetere George W. Bush. Il mantra da recitare, per tutti gli appassionati del Tg5 e di Toni Capuozzo, è che i terroristi sono in Yemen e Afghanistan, altro che New York.

Dopo la dittatura dei Duvalier, Haiti ritrovò la speranza nel sacerdote cattolico Jean-Bertrand Aristide, carismatico leader che riuscì a raccogliere il consenso popolare e farsi eleggere democraticamente nel 1991. Tra le prime azioni di Aristide ci fu lo scioglimento degli apparati militari ereditati dalla dittatura, a cui successero una serie di misure a favore del popolo. Questo irritò non poco i fanatici del liberismo senza regole né scrupoli di Washington, che si attivarono presto per destituire Aristide ben due volte (1991, pochi mesi dopo la sua elezione, e 2004), prima di confinarlo definitivamente in Africa. Come spiegano bene i saggi di Andrew Gavin Marshall, il più grande timore degli USA è quello di isolarsi, di non riuscire a far comprendere al mondo i ‘vantaggi’ del mercato libero e la logica dello sfruttamento delle risorse umane. Essi sono disposti ad investire milioni di dollari in ipocriti finanziamenti per la promozione del marchio ‘democrazia&libertà’ e nell’organizzazione di milizie armate con licenza di uccidere pur di evitare che la democrazia, quella vera, del popolo, impedisca l’espandersi dell’influenza americana nei tessuti economici e sociali e l’affermarsi del suo monopolio economico e culturale nei paesi non ancora allineati. Come ricorda Alex Jones nel suo ultimo straordinario documentario Fall of the Republic, a loro non interessa il denaro, ma il potere.

Quando si parla di Haiti, oggi, è doveroso spiegare, con parole chiare e facendo nomi e cognomi, come hanno agito i responsabili della vera distruzione di Port-au-Prince. Non si può non parlare dei programmi di aggiustamento strutturale ordinati dalle alte sfere internazionali del FMI e della BM, che hanno indotto l’economia del paese caraibico a collassare, spingendo le masse popolari che vivevano nelle campagne impoverite verso la capitale alla ricerca di un lavoro, che spesso trovavano nelle fabbriche delocalizzate delle multinazionali, fiore all’occhiello dell’industria globalizzata. Spiega Noam Chomsky: “Nel corso degli anni ’80, il fondamentalismo del Fondo Monetario Internazionale cominciò ad avere anche ad Haiti i suoi noti effetti: sotto l’impatto dei programmi di aggiustamento strutturale che portarono al declino della produzione agricola insieme a quello degli investimenti, dei commerci e dei consumi, l’economia entrò in una spirale discendente e la povertà si andò diffondendo sempre più. Quando, nel 1986, ‘Baby Doc’ Duvalier fu cacciato, il 60% della popolazione aveva, secondo la Banca Mondiale, un reddito annuale pro capite di 60 dollari”.

Qualche giorno fa, sulla rivista inglese New Statesman, John Pilger, giornalista investigativo e documentarista di fama internazionale ha scritto: “L’ultima volta che andai ad Haiti vidi ragazze molto giovani chine di fronte a macchine saldatrici ronzanti e sibilanti all’interno dello stabilimento Superior Baseball di Port-au-Prince. Molte di loro avevano gli occhi gonfi e le braccia lacerate. Avevo con me una macchina fotografica e mi hanno sbattuto fuori. Haiti è il posto in cui l’America produce le attrezzature per il suo sacro gioco nazionale, a costo praticamente nullo. E’ il luogo in cui la Walt Disney cuce i pigiami di Mickey Mouse, a costo praticamente nullo. Gli Stati Uniti detengono il controllo dei mercati haitiani di zucchero, bauxite e sisal. La coltivazione del riso è stata sostituita dal riso americano d’importazione, provocando l’esodo di massa verso le città all’interno di alloggi fatiscenti”.

La nostra solidarietà arriva sempre in ritardo. Dov’eravamo quando quelle ragazze haitiane si ammazzavano di lavoro davanti alle macchine saldatrici e andavano a dormire all’interno di baracche umide e ammassate della periferia di Port-au-Prince oggi ridotte ad un cumulo di macerie? E, soprattuto, perchè gli Stati Uniti, così bramosi oggi di ‘aiutare e ricostruire’, naturalmente manu militari, pensavano piuttosto ad esportare la democrazia in territori lontani migliaia di miglia, invece di risollevare le sorti di un paese a poche centinaia di km da Miami?

Non lo sapremo mai, se continuiamo a guardare i tg della sera.

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