Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

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L’impotenza delle elezioni

Posted by Marco su 9 novembre, 2010

Negli Stati Uniti le elezioni di mid-term sono considerate un importante ‘termometro’ del gradimento politico della classe dirigente, più concreto e credibile di qualunque sondaggio italiano di Manheimer o Pagnoncelli. Poteva essere una buona occasione per i media nostrani di esaminare lo stato della società e dell’economia degli Stati Uniti, eppure, al di là dei soliti enfatici collegamenti di Giovanna Botteri al Tg3, non mi è parso di vedere altro. Forse un pò per non intaccare il mito di Obama, uscito con le ossa rotte dalle elezioni dopo aver perso il controllo della Camera del Congresso, un pò anche perchè troppo presi dalle entusiasmanti querelle Berlusconi-escort, Berlusconi-Fini, Berlusconi-gay.

Capire come se la passano i più democratici dei democratici nella culla del capitalismo globalizzato è fondamentale per comprendere anche la situazione italiana, che in molti aspetti, nonostante l’italiano appaia spesso come il più corrotto, frivolo e manipolabile, riproduce fedelmente quella statunitense.

L’analisi che segue è una fotografia lucida e cruda degli Stati Uniti amministrati dal premio Nobel Obama, con particolare riferimento al sistema di potere vigente, non solo quello politico, e alla continuità con le politiche dei precedenti governi, a dispetto delle apparenti contrapposizioni ideologiche e della illusoria chimera del cambiamento.

L’IMPOTENZA DELLE ELEZIONI

Gli americani senza lavoro, senza reddito, senza casa, senza speranza …

di Paul Craig Roberts

URL di questo articolo: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21760

Global Research, 4 NOVEMBRE 2010

Nel suo romanzo storico, Il Gattopardo, Giuseppe di Lampedusa scrive che le cose devono cambiare perché rimangano le stesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto nelle elezioni di medio termine del Congresso degli Stati Uniti il 2 novembre scorso.

La delocalizzazione del lavoro, che ha iniziato a diffondersi su larga scala dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha unito il Partito Democratico e il Partito Repubblicano in un solo partito con due nomi. Il tramonto dell’URSS ha cambiato l’atteggiamento dell’India socialista e della Cina comunista aprendo questi paesi, con le loro grandi riserve di forza lavoro in eccesso, ai capitali occidentali.

Spronati da Wall Street e Wal-Mart, il settore manifatturiero ha spostato la produzione nei mercati statunitensi offshore per aumentare i profitti e gli utili degli azionisti servendosi di manodopera a basso costo. Contestualmente, la diminuzione della forza lavoro statunitense ha ridotto il potere politico dei sindacati e la capacità degli stessi di finanziare il Partito Democratico. Il risultato finale è stato quello di rendere i Democratici e i Repubblicani dipendenti dalle stesse fonti di finanziamento.

Prima di questi sviluppi, le due parti, nonostante le loro somiglianze, rappresentavano diversi interessi e fungevano l’uno da controllore dell’altro. I Democratici difendevano il lavoro e concentravano la loro azione politica sulla fornitura di una rete di sicurezza sociale. Social Security, Medicare, Medicaid, buoni pasto, assicurazione contro la disoccupazione, sussidi per la casa, istruzione e diritti civili erano i principali temi trattati dai Democratici. I Democratici erano impegnati in una politica di piena occupazione e avrebbero accettato anche un po’ di inflazione pur di ottenere maggiore occupazione.

I Repubblicani rappresentavano il business. Erano interessati soprattutto nel porre un freno al governo in ogni sua manifestazione, dalla spesa pubblica alle politiche di regolamentazione sociale. La politica economica del Repubblicani consisteva nel battersi per ridurre il deficit di bilancio federale.

Queste differenze hanno portato competizione politica.

Oggi entrambe le parti dipendono finanziariamente da Wall Street, dal complesso militare e della sicurezza, dall’AIPAC [lobby ebraica], dall’industria petrolifera, dal mercato agroalimentare, dall’industria farmaceutica e dal settore assicurativo. Le campagne elettorali non si sviluppano più in dibattiti incentrati sulle tematiche politiche, ma sono diventate una gara a chi getta più fango addosso all’avversario.

La rabbia degli elettori è rivolta contro i politici attualmente in carica, il che è proprio quello che abbiamo visto alle recenti elezioni. I candidati del Tea party hanno infatti sconfitto i Repubblicani nelle primarie e i Repubblicani hanno sconfitto i Democratici nelle elezioni del Congresso.

D’altra parte, le politiche dei due partiti non cambieranno nella sostanza. Il cambiamento consisterà semplicemente nel fatto che i Repubblicani saranno maggiormente inclini rispetto ai Democratici a smantellare il più rapidamente possibile la rete di sicurezza sociale ed eliminare gli ultimi resti delle libertà civili. E questo avverrà mentre i potenti oligarchi privati continueranno a scrivere le leggi che il Congresso vota e il Presidente firma. I nuovi membri del Congresso scopriranno presto che la loro rielezione dipenderà dalla capacità di piegarsi alle volontà delle oligarchie di potere.

Questo potrebbe sembrare duro e pessimista. Ma volgiamo un attimo lo sguardo al passato recente. Nella sua campagna per la presidenza, George W. Bush criticava l’allora presidente uscente Bill Clinton per le sue politiche estere promettendo di ridimensionare il ruolo di poliziotto del mondo incarnato dagli Stati Uniti. Ma una volta in carica, Bush si mostrò fedele alla politica neocon ‘di imposizione dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti per via militare, il che significa occupazione di terre straniere, creazione di governi fantoccio e interventi finanziari per condizionare le elezioni di paesi esteri’.
Obama ha promesso il cambiamento. Egli ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo e di portare le truppe a casa, e invece ha rilanciato la guerra in Afghanistan e iniziato nuove guerre in Pakistan e Yemen, mentre prosegue la politica del predecessore Bush di minaccia verso l’Iran e di accerchiamento militare della Russia.

Senza lavoro, reddito, casa, prospettive e senza la speranza di carriera per i loro figli, gli americani oggi sono arrabbiati. Ma il sistema politico non offre loro alcuna possibilità di portare avanti un cambiamento. Possono cambiare i servi eletti degli oligarchi, ma non la politica e chi comanda davvero.

La situazione americana è terribile. La più immediata conseguenza che ha portato l’avvento di internet ad alta velocità è stata che, alla perdita di posti di lavoro negli stabilimenti produttivi, è seguita l’emorragia occupazionale nel settore dei servizi, quali l’ingegneria del software, che un tempo era un trampolino di lancio per i laureati americani. La classe media oggi non ha prospettive. La forza lavoro americana e la distribuzione del reddito è simile a quella di un paese del terzo mondo, con reddito e ricchezza concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione è impiegata in lavori domestici. Negli ultimi anni la creazione netta di nuovi posti di lavoro si è concentrata su umili occupazioni sottopagate, come cameriere, barista, infermiere di ambulatorio e impiegati nella vendita al dettaglio. La popolazione e i nuovi operatori del mercato del lavoro continuano a crescere molto più rapidamente delle opportunità di lavoro.

Perchè questi temi vengano presi in considerazione ci sarebbe bisogno di maggiore consapevolezza da parte della politica della crisi profonda che stiamo vivendo. Si potrebbe forse ricorrere alla tassazione per incentivare le società americane a produrre internamente i prodotti e servizi destinati ai mercati USA. Tuttavia, le multinazionali e Wall Street si opporrebbero a questo cambiamento.

La diminuzione di gettito fiscale derivante dalla perdita di posti di lavoro, i salvataggi bancari, i programmi di stimolo economico e le guerre hanno moltiplicato da tre a quattro volte il deficit di bilancio degli Stati Uniti. Il disavanzo è ormai troppo grande per essere finanziato dal surplus commerciale della Cina, Giappone e OPEC. Di conseguenza, la Federal Reserve sta portando a termine un massiccio programma di acquisto di buoni del Tesoro e altri titoli di debito. La proroga di tali acquisti minaccia il valore del dollaro e il suo ruolo come valuta di riserva. Se il biglietto verde perde la sua credibilità di moneta di riserva, la fuga dal dollaro potrebbe incidere pesantemente sui redditi da pensione degli americani e sulla capacità del governo degli Stati Uniti di autofinanziarsi.

Eppure, tutte queste politiche distruttive continuano. Non vi è alcun nuova regolamentazione del settore finanziario, perché la finanza non lo permetterà. Le guerre proseguono inesorabilmente, perché i profitti servono a finanziare il complesso militare e della sicurezza e a promuovere gli ufficiali militari ad un grado più elevato e con più alti livelli pensionistici. Elementi all’interno del governo spingono per l’invio di truppe in Pakistan e in Yemen. La guerra con l’Iran è ancora sul tavolo. Ed è in corso la demonizzazione della Cina, che è vista come la causa dei problemi economici degli Stati Uniti.

Critici e Informatori vengono eliminati. Il personale militare che diffonde le prove di crimini di guerra viene condotto agli arresti. Il Congresso chiede che siano giustiziati. Il fondatore di Wikileaks sta cercando di far perdere le proprie tracce, mentre i neoconservatori scrivono articoli con cui chiedono la sua testa agli assassini della CIA. I media che hanno appoggiato le fughe di notizie a quanto pare sono stati minacciati dal capo del Pentagono Robert Gates. Secondo il sito Antiwar.com, il 29 luglio Gates “ha ribadito che non sarebbe fuori dagli obiettivi della CIA il fondatore di Wikileaks Julian Assange o uno qualunque della miriade di mezzi di comunicazione che hanno riferito sulle fuga di notizie”. http://news.antiwar.com/2010/07 / 29/gates-wont-rule-out-targeting-assange-media-in-leak-investigation/

Il controllo degli oligarchi si estende anche ai media. L’amministrazione Clinton ha permesso ad un ristretto numero di grandi corporation di possedere i media americani. I dirigenti delle società pubblicitarie, e non i giornalisti, detengono il controllo dei nuovi media americani, e il valore delle mega-corporazioni dipende dalle concessioni governative. L’interesse dei media è quindi intrecciato a quello del governo e degli oligarchi.

In cima a tutti gli altri fattori che hanno reso le elezioni americane di medio termine prive di senso, c’è la disinformazione che impedisce agli elettori di ricevere le informazioni corrette da parte dei media sui problemi che essi e il paese devono affrontare.

Dal momento che la situazione economica è destinata a peggiorare, la rabbia crescerà. Ma gli oligarchi terranno lontani da se stessi questa rabbia e la dirigeranno verso gli elementi più vulnerabili della popolazione e verso i “nemici stranieri”.

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Tg5 e l’informazione che diventa spot

Posted by Marco su 4 luglio, 2009

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E’ da qualche giorno che mi sento un pò strano: alle otto della sera accendo la tv e guardo il Tg5. Mezz’ora di “notizie” ad un ritmo forsennato, come quegli spot pubblicitari in cui per rientrare nei pochi secondi pattuiti le parole si rincorrono velocemente senza respiro. “Leggere-attentamente-il-foglio-illustrativo-se-i-sintomi-persistono-consultare-un-medico!”. Faccio alcuni esempi. Berlusconi si è recato a Viareggio a ‘prendere in mano la situazione’ dopo l’incendio dalla cisterna di gas nella stazione ferroviaria. Oltre alle solite dichiarazioni rassicuranti del premier e agli sguardi preoccupati di Bertolaso, ci sono stati disordini all’arrivo del presidente del Consiglio nella città toscana. Mentre i siti di informazione parlavano di contestazione a Berlusconi, il Tg5 chiudeva il servizio con una rapida chiosa di una manciata di secondi che suonava più o meno così: “Da-segnalare-la-contestazione-di-un-gruppo-di-facinorosi-al-presidente-del-consiglio-che-è-poi-subito-rientrata!”. Da notare la parola facinorosi. Non persone o contestatori, ma facinorosi, cioè persone dedite alla rissa, violente, ribelli. Sarebbe bene spiegare a Mimun, quello che sostiene di aver dato una notizia anche se questa in realtà viene omessa per dare spazio ai commenti che la riguardano, che definire ‘facinorosi’ persone che protestano contro un rappresentante delle istituzioni alzando la voce e senza menare le mani non è fare una segnalazione giornalistica, ma esprimere una opinione o comunque una interpretazione soggettiva del fatto.

Iran. Ahmadinejad vince le elezioni tra forti proteste popolari e sospetti di brogli. Fino a prova contraria, Ahmadinejad è un leader democraticamente eletto che ha il diritto di governare e ristabilire l’ordine pubblico dopo i disordini seguiti alle elezioni e anche di rispondere alle accuse di brogli sostenendo interferenze occidentali, in particolare di USA e Gran Bretagna, negli affari del suo paese. Il Tg5 però non resiste ancora alla tentazione di forgiare le menti e sospingere i suoi spettatori, ancora troppi purtroppo, a schierarsi dalla parte di Mousavi, il leader sconfitto che dichiara illegittimo e antidemocratico il governo. Allineato alla propaganda occidentale, il secondo, o forse il primo tg nazionale italiano dipinge Ahmadinejad come un dittatore che reprime manifestazioni popolari nel sangue, che minaccia il mondo con il nucleare e trucca le elezioni. Ma non contenti, ecco che arriva la consueta chiosa conclusiva, quella che si ricorda meglio: “Alcune organizzazioni sostengono che alle porte del paese ci sia una guantanamo iraniana dove sarebbero rinchiusi gli oppositori al regime”. Di quali organizzazioni si tratta? Chi le controlla? Gli amici di Mousavi, per caso? Che credibilità hanno queste presunte organizzazioni? Perchè nessun cenno invece alle parole di Paul Craig Roberts, ex assistente del Tesoro americano durante la presidenza Reagan e coeditore del Wall Street Journal, che ricorda quando Mousavi, il nuovo eroe moderno della democrazia, veniva indicato come principale responsabile degli attacchi terroristici alle ambasciate americane e alla base libanese dei marines che costarono la vita a 241 militari e che per questo fu definito ‘il Macellaio di Beirut’? Oppure perchè non citare la denuncia del coraggioso giornalista francesce Thierry Meyssan, che parla di una ‘guida pratica alla rivoluzione iraniana’ diffusa dalla Cia e al controllo dei telefoni cellulari esercitato dalll’intelligence inglese grazie al quale è stato possibile fomentare la rivolta popolare mediante l’invio di SMS nel corso dello spoglio elettorale? Oppure ai dubbi sulla morte di Neda ed alle ombre che avvolgono Arash Hejazi, presunto medico tra i primi a soccorrere la ragazza? Niente di tutto questo nel tg degli spot in apnea. Non è funzionale al pensiero unico che qualcuno ha deciso di imporre. Piuttosto che approfondire la notizia servendosi del lavoro di reporter internazionali o di esperti di affari esteri, meglio vagheggiare di presunte organizzazioni che corroborino la tesi dominante. Che credibilità può avere un telegiornale che, disgraziatamente per tutti noi fa informazione e opinione pubblica, tratta le notizie in questo modo? Il lavorio costante di questo sciagurato giornalismo produce nel tempo un danno irreparabile. Ci abitua a credere ad un mondo in cui la linea di demarcazione tra i buoni e cattivi sia sempre netta e ben visibile. I buoni siamo noi occidentali, civilizzati ed esportatori di democrazia; i cattivi sono loro, arabi, mussulmani, fondamentalisti e tiranni. Un giorno, forse non troppo lontano, i marines che oggi combattono tra le piantagioni di oppio afgane, potrebbero sbarcare in Iran, e noi approveremmo in toto le operazioni anche perchè lacchè del giornalismo come Mimun ci hanno istruito, spot dopo spot, che il cattivo Ahmadinejad minaccia il mondo con il nucleare e che non si può restare a guardare, evitando però di ricordare che l’ultima volta che gli americani hanno attaccato militarmente un paese lo hanno fatto facendo leva sulla bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam. Questa non è informazione, ma corruzione intellettuale.

Anche l’altra sera mi sentivo strano ed ho visto il Tg5. La notizia del giorno era l’approvazione definitiva al Senato del pacchetto sicurezza che, tra le altre cose, prevede il reato di immigrazione clandestina e l’obbligo della denuncia dei clandestini da parte dei pubblici ufficiali. Le scontate reazioni dell’opposizione questa volta hanno trovato sostegno nelle forti critiche del Vaticano, che, per bocca del segretario del Pontificio Consiglio Agostino Marchetto, ha dichiarato che “la nuova legge porterà molti dolori e difficoltà agli immigrati”. I valorosi giornalisti del Tg5 avranno pensato che questa dichiarazione fosse troppo forte per l’ora di cena, per cui hanno deciso di alleggerirla un pò e incastonarla tra maggioranza e opposizione in 4 o forse 5 secondi con la consueta formula pubblicitaria “critiche-dal-Vaticano-che-attraverso-il-monsignor-Marchetto-parla-di-tristezza-e-di non-criminalizzare-l’immigrato!”. Se durante quei secondi ti è scappato uno starnuto, non saprai mai che il Vaticano è contrario alla nuova legge sulla sicurezza.

Vado a riposare. Domani starò meglio.

Consigli per gli acquisti.

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