Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

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L’impotenza delle elezioni

Posted by Marco su 9 novembre, 2010

Negli Stati Uniti le elezioni di mid-term sono considerate un importante ‘termometro’ del gradimento politico della classe dirigente, più concreto e credibile di qualunque sondaggio italiano di Manheimer o Pagnoncelli. Poteva essere una buona occasione per i media nostrani di esaminare lo stato della società e dell’economia degli Stati Uniti, eppure, al di là dei soliti enfatici collegamenti di Giovanna Botteri al Tg3, non mi è parso di vedere altro. Forse un pò per non intaccare il mito di Obama, uscito con le ossa rotte dalle elezioni dopo aver perso il controllo della Camera del Congresso, un pò anche perchè troppo presi dalle entusiasmanti querelle Berlusconi-escort, Berlusconi-Fini, Berlusconi-gay.

Capire come se la passano i più democratici dei democratici nella culla del capitalismo globalizzato è fondamentale per comprendere anche la situazione italiana, che in molti aspetti, nonostante l’italiano appaia spesso come il più corrotto, frivolo e manipolabile, riproduce fedelmente quella statunitense.

L’analisi che segue è una fotografia lucida e cruda degli Stati Uniti amministrati dal premio Nobel Obama, con particolare riferimento al sistema di potere vigente, non solo quello politico, e alla continuità con le politiche dei precedenti governi, a dispetto delle apparenti contrapposizioni ideologiche e della illusoria chimera del cambiamento.

L’IMPOTENZA DELLE ELEZIONI

Gli americani senza lavoro, senza reddito, senza casa, senza speranza …

di Paul Craig Roberts

URL di questo articolo: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21760

Global Research, 4 NOVEMBRE 2010

Nel suo romanzo storico, Il Gattopardo, Giuseppe di Lampedusa scrive che le cose devono cambiare perché rimangano le stesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto nelle elezioni di medio termine del Congresso degli Stati Uniti il 2 novembre scorso.

La delocalizzazione del lavoro, che ha iniziato a diffondersi su larga scala dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha unito il Partito Democratico e il Partito Repubblicano in un solo partito con due nomi. Il tramonto dell’URSS ha cambiato l’atteggiamento dell’India socialista e della Cina comunista aprendo questi paesi, con le loro grandi riserve di forza lavoro in eccesso, ai capitali occidentali.

Spronati da Wall Street e Wal-Mart, il settore manifatturiero ha spostato la produzione nei mercati statunitensi offshore per aumentare i profitti e gli utili degli azionisti servendosi di manodopera a basso costo. Contestualmente, la diminuzione della forza lavoro statunitense ha ridotto il potere politico dei sindacati e la capacità degli stessi di finanziare il Partito Democratico. Il risultato finale è stato quello di rendere i Democratici e i Repubblicani dipendenti dalle stesse fonti di finanziamento.

Prima di questi sviluppi, le due parti, nonostante le loro somiglianze, rappresentavano diversi interessi e fungevano l’uno da controllore dell’altro. I Democratici difendevano il lavoro e concentravano la loro azione politica sulla fornitura di una rete di sicurezza sociale. Social Security, Medicare, Medicaid, buoni pasto, assicurazione contro la disoccupazione, sussidi per la casa, istruzione e diritti civili erano i principali temi trattati dai Democratici. I Democratici erano impegnati in una politica di piena occupazione e avrebbero accettato anche un po’ di inflazione pur di ottenere maggiore occupazione.

I Repubblicani rappresentavano il business. Erano interessati soprattutto nel porre un freno al governo in ogni sua manifestazione, dalla spesa pubblica alle politiche di regolamentazione sociale. La politica economica del Repubblicani consisteva nel battersi per ridurre il deficit di bilancio federale.

Queste differenze hanno portato competizione politica.

Oggi entrambe le parti dipendono finanziariamente da Wall Street, dal complesso militare e della sicurezza, dall’AIPAC [lobby ebraica], dall’industria petrolifera, dal mercato agroalimentare, dall’industria farmaceutica e dal settore assicurativo. Le campagne elettorali non si sviluppano più in dibattiti incentrati sulle tematiche politiche, ma sono diventate una gara a chi getta più fango addosso all’avversario.

La rabbia degli elettori è rivolta contro i politici attualmente in carica, il che è proprio quello che abbiamo visto alle recenti elezioni. I candidati del Tea party hanno infatti sconfitto i Repubblicani nelle primarie e i Repubblicani hanno sconfitto i Democratici nelle elezioni del Congresso.

D’altra parte, le politiche dei due partiti non cambieranno nella sostanza. Il cambiamento consisterà semplicemente nel fatto che i Repubblicani saranno maggiormente inclini rispetto ai Democratici a smantellare il più rapidamente possibile la rete di sicurezza sociale ed eliminare gli ultimi resti delle libertà civili. E questo avverrà mentre i potenti oligarchi privati continueranno a scrivere le leggi che il Congresso vota e il Presidente firma. I nuovi membri del Congresso scopriranno presto che la loro rielezione dipenderà dalla capacità di piegarsi alle volontà delle oligarchie di potere.

Questo potrebbe sembrare duro e pessimista. Ma volgiamo un attimo lo sguardo al passato recente. Nella sua campagna per la presidenza, George W. Bush criticava l’allora presidente uscente Bill Clinton per le sue politiche estere promettendo di ridimensionare il ruolo di poliziotto del mondo incarnato dagli Stati Uniti. Ma una volta in carica, Bush si mostrò fedele alla politica neocon ‘di imposizione dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti per via militare, il che significa occupazione di terre straniere, creazione di governi fantoccio e interventi finanziari per condizionare le elezioni di paesi esteri’.
Obama ha promesso il cambiamento. Egli ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo e di portare le truppe a casa, e invece ha rilanciato la guerra in Afghanistan e iniziato nuove guerre in Pakistan e Yemen, mentre prosegue la politica del predecessore Bush di minaccia verso l’Iran e di accerchiamento militare della Russia.

Senza lavoro, reddito, casa, prospettive e senza la speranza di carriera per i loro figli, gli americani oggi sono arrabbiati. Ma il sistema politico non offre loro alcuna possibilità di portare avanti un cambiamento. Possono cambiare i servi eletti degli oligarchi, ma non la politica e chi comanda davvero.

La situazione americana è terribile. La più immediata conseguenza che ha portato l’avvento di internet ad alta velocità è stata che, alla perdita di posti di lavoro negli stabilimenti produttivi, è seguita l’emorragia occupazionale nel settore dei servizi, quali l’ingegneria del software, che un tempo era un trampolino di lancio per i laureati americani. La classe media oggi non ha prospettive. La forza lavoro americana e la distribuzione del reddito è simile a quella di un paese del terzo mondo, con reddito e ricchezza concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione è impiegata in lavori domestici. Negli ultimi anni la creazione netta di nuovi posti di lavoro si è concentrata su umili occupazioni sottopagate, come cameriere, barista, infermiere di ambulatorio e impiegati nella vendita al dettaglio. La popolazione e i nuovi operatori del mercato del lavoro continuano a crescere molto più rapidamente delle opportunità di lavoro.

Perchè questi temi vengano presi in considerazione ci sarebbe bisogno di maggiore consapevolezza da parte della politica della crisi profonda che stiamo vivendo. Si potrebbe forse ricorrere alla tassazione per incentivare le società americane a produrre internamente i prodotti e servizi destinati ai mercati USA. Tuttavia, le multinazionali e Wall Street si opporrebbero a questo cambiamento.

La diminuzione di gettito fiscale derivante dalla perdita di posti di lavoro, i salvataggi bancari, i programmi di stimolo economico e le guerre hanno moltiplicato da tre a quattro volte il deficit di bilancio degli Stati Uniti. Il disavanzo è ormai troppo grande per essere finanziato dal surplus commerciale della Cina, Giappone e OPEC. Di conseguenza, la Federal Reserve sta portando a termine un massiccio programma di acquisto di buoni del Tesoro e altri titoli di debito. La proroga di tali acquisti minaccia il valore del dollaro e il suo ruolo come valuta di riserva. Se il biglietto verde perde la sua credibilità di moneta di riserva, la fuga dal dollaro potrebbe incidere pesantemente sui redditi da pensione degli americani e sulla capacità del governo degli Stati Uniti di autofinanziarsi.

Eppure, tutte queste politiche distruttive continuano. Non vi è alcun nuova regolamentazione del settore finanziario, perché la finanza non lo permetterà. Le guerre proseguono inesorabilmente, perché i profitti servono a finanziare il complesso militare e della sicurezza e a promuovere gli ufficiali militari ad un grado più elevato e con più alti livelli pensionistici. Elementi all’interno del governo spingono per l’invio di truppe in Pakistan e in Yemen. La guerra con l’Iran è ancora sul tavolo. Ed è in corso la demonizzazione della Cina, che è vista come la causa dei problemi economici degli Stati Uniti.

Critici e Informatori vengono eliminati. Il personale militare che diffonde le prove di crimini di guerra viene condotto agli arresti. Il Congresso chiede che siano giustiziati. Il fondatore di Wikileaks sta cercando di far perdere le proprie tracce, mentre i neoconservatori scrivono articoli con cui chiedono la sua testa agli assassini della CIA. I media che hanno appoggiato le fughe di notizie a quanto pare sono stati minacciati dal capo del Pentagono Robert Gates. Secondo il sito Antiwar.com, il 29 luglio Gates “ha ribadito che non sarebbe fuori dagli obiettivi della CIA il fondatore di Wikileaks Julian Assange o uno qualunque della miriade di mezzi di comunicazione che hanno riferito sulle fuga di notizie”. http://news.antiwar.com/2010/07 / 29/gates-wont-rule-out-targeting-assange-media-in-leak-investigation/

Il controllo degli oligarchi si estende anche ai media. L’amministrazione Clinton ha permesso ad un ristretto numero di grandi corporation di possedere i media americani. I dirigenti delle società pubblicitarie, e non i giornalisti, detengono il controllo dei nuovi media americani, e il valore delle mega-corporazioni dipende dalle concessioni governative. L’interesse dei media è quindi intrecciato a quello del governo e degli oligarchi.

In cima a tutti gli altri fattori che hanno reso le elezioni americane di medio termine prive di senso, c’è la disinformazione che impedisce agli elettori di ricevere le informazioni corrette da parte dei media sui problemi che essi e il paese devono affrontare.

Dal momento che la situazione economica è destinata a peggiorare, la rabbia crescerà. Ma gli oligarchi terranno lontani da se stessi questa rabbia e la dirigeranno verso gli elementi più vulnerabili della popolazione e verso i “nemici stranieri”.

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Il Pentagono sta usando Haiti come campo d’addestramento per l’Afghanistan

Posted by Marco su 8 aprile, 2010

Avevamo lasciato Haiti con George W. Bush junior che si puliva la mano sulla camicia di Bill Clinton dopo averla stretta ai terremotati di Port au Prince. Un vero ‘scoop’ da copertina che ha fatto presto il giro dei principali siti di informazione. L’atto più squalificante per un giornalista è, a mio avviso, ridursi a portatore di veline. Chiunque lavori nella redazione di un giornale alla ricezione ed elaborazione delle cosiddette agenzie di stampa (veline) non può definirsi ‘giornalista’, ma al massimo impiegato di stampa con discreta padronanza della parola scritta.

Terminati i sentimentalismi alla Studio Aperto sulle vittime del terremoto di Haiti, le notizie provenienti dall’isola caraibica hanno preso a latitare, lasciando i nostri impiegati di stampa a scrivere di listini elettorali, preti pedofili e champions league. Per fortuna però, l’attività di cercare le notizie e fornire chiavi di lettura agli eventi collocandoli in un contesto più generale, cioè fare il giornalista, non spetta solo alle redazioni dei quotidiani, ma a chiunque ritenga di poterlo fare, sia esso un giovane ricercatore, un blogger, un romanziere, o un professore di economia, come Michael Chossudovsky.

L’articolo di cui riporto la traduzione dimostra che il sisma del gennaio scorso ha trasformato il territorio devastato di Haiti in una succursale militare americana, da cui il Pentagono ha potuto preparare i soldati alle guerre di conquista in Afghanistan e Iraq. Questo spiega l’enorme dispiegamento di truppe navali e terrestri nell’isola.

IL PENTAGONO STA USANDO HAITI COME CAMPO D’ADDESTRAMENTO PER L’AFGHANISTAN

di Michael Chossudovsky

Un recente rapporto di Stars and Stripes rivela la vera natura dell’operazione militare statunitense ad Haiti. Unità di combattimento provenienti da Iraq e Afghanistan sono state schierate ad Haiti per compiere una missione umanitaria. Al contrario, il territorio di Haiti viene usato come campo di addestramento militare per le forze di combattimento prive di esperienza in teatri di guerra. Il rapporto Stars and Stripes (14 Mar 2010) recita: “I marines dispiegati ad Haiti per portare i primi soccorsi a seguito dell’emergenza dovuta al devastante terremoto del gennaio scorso sono già in fase di addestramento per i combattimenti in Afghanistan”.

I marines della 22esima unità del Corpo di Spedizione militare inviati ad Haiti subito dopo il terremoto sono ora impiegati in Afghanistan. Infatti, la decisione di mandarli in Afghanistan è stata presa prima del loro dispiegamento ad Haiti:

“Un piccolo gruppo di marines ha preso d’assalto diversi edifici di piccole dimensioni nella zona del loro accampamento vicino al mare, mentre i loro compagni interpretavano il ruolo di ribelli afghani urlando “bang!”, come in una simulazione di guerra. Il giorno precedente, il generale Dennis J. Hejlik, comandante della 2a unità del Corpo di Spedizione dei Marines, aveva fatto visita ai soldati a terra, congratulandosi con loro per il buon lavoro svolto ad Haiti e chiedendo: “Cosa vi aspettate una volta tornati a casa?”. “Afghanistan”, fu la risposta. Con gli elicotteri Huey che gli ronzavano in testa, Hejlik  parlò della recente offensiva a Marjah, aggiungendo che entro l’estate in Afghanistan si sarebbero aggiunti altri 20.000 marines. “In primavera vi unirete a loro”, disse ai marines di stanza a Carrefour (località situata nella parte occidentale di Haiti, ndt). Uno di loro, il sergente Timothy Kelly, 23 anni, di Johnston City, Illinois, disse che i membri della sua unità erano venuti conoscenza della missione in Afghanistan solo poco tempo prima di ricevere l’ordine di recarsi ad Haiti”.

Il programma di addestramento di Haiti “è orientato verso tattiche di combattimento ravvicinato”: “Solo due di noi (della squadra del sergente Kelly) hanno esperienza in Iraq o in Afghanistan”, ha detto…Molti dei nostri soldati non sono stati mandati qui (ad Haiti) per essere poi spediti in Afghanistan. E quelli che invece lo sono, farebbero meglio a farsene una ragione. Un altro marine a Carrefour, il soldato Keith Cobb, 23, di Soso, Mississippi, dice che la missione  in Afghanistan sarà per lui la prima volta in una zona di guerra. “Io voglio uccidere i terroristi e sbarazzarmi del nemico, ma preferirei restare qui perché so che dopo mi manderanno a casa”, riferisce Cobb. Il termine Close Quarters Battle (CQB) sta ad indicare una particolare tipologia di guerriglia che coinvolge piccole unità di combattimento “che affrontano il nemico con armi private a distanza ravvicinata”. Il training militare fornito ad Haiti è finalizzato sia alla guerriglia urbana che alle operazioni anti-sommossa. Il 25 marzo l’esercito Usa ha riferito che circa 2.200 marines impiegati nel primo soccorso umanitario ad Haiti sono stati ritirati dal paese.

Il ruolo dei militari canadesi

L’esercito canadese ha adottato un modello simile a quello statunitense. Il territorio di Haiti è stato usato come piattaforma di lancio per il dispiegamento di truppe militari da combattimento destinate al Medio Oriente. Le truppe canadesi inizialmente schierate ad Haiti nell’ambito di un mandato umanitario sono già state mandate in Afghanistan: “I soldati del 22esimo Reggimento Reale avranno solo due settimane di tempo prima di spostare la loro attenzione dagli aiuti ai terremotati di Haiti verso i combattimenti ad altà intensità in giro per l’Afghanistan, come sostiene il comandante di tutte le truppe canadesi d’oltremare”. (National Post, 23 febbraio 2010). Le forze militari canadesi impiegate ad Haiti saranno, tuttavia, istruite in Canada prima di essere reimpiegate altrove.

Michel Chossudovsky è professore di Economia (Emerito) presso l’Università di Ottawa e direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) di Montreal, che ospita il sito web www.globalresearch.ca, vincitore di numerosi premi. Egli è l’autore del best-seller internazionale Globalizzazione della povertà e il Nuovo Ordine Mondiale e collabora con l’Enciclopedia Britannica. E’ membro della Commissione per i crimini di guerra di Kuala Lumpur e destinatario del Premio Diritti Umani istituito dalla Società per la tutela dei Diritti Civili e della Dignità Umana (GBM) di Berlino, in Germania. Ha lavorato come consulente per i governi dei paesi in via di sviluppo e per diverse organizzazioni inter-governative, tra cui l’UNDP, l’OIL, l’UNFPA, l’OMS e la Banca Africana per lo Sviluppo. I suoi scritti sono stati pubblicati in più di venti lingue.

L’articolo originale è disponibile qui.

Questa traduzione è stata ripresa anche dai seguenti siti:

1) Come don Chisciotte

2) CampoAntimperialista

3) Altra Informazione

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Haiti e la solidarietà postuma

Posted by Marco su 1 febbraio, 2010

La tragedia di Haiti sta lentamente scivolando nell’oblio, come tanti fatti di un mondo che appare sempre più lontano dal virtualismo goliardico a cui siamo abituati. Nei giorni scorsi i media hanno pensato di ‘coprire’ il terremoto di Haiti con un continuo tran tran di notizie di clamorosi salvataggi di neonati e guerriglie in strada per accaparrarsi un pezzo di pane. Fermo restando il diritto all’informazione e il rispetto per le vittime, questo giornalismo ci fa male e non serve a nulla. Per la stessa ragione per la quale, se la nostra casa rischiasse di saltare in aria per una fuga di gas, prima di verificare che il criceto respiri ancora o il cappotto non abbia perso l’odore di tintoria, dovremmo pensare ad aprire la finestra e chiudere la valvola dei fornelli.

Mi spiego. L’opinione pubblica italiana, ma anche il resto dell’Occidente ‘civilizzato’, ha scoperto solo in questi giorni le condizione disumane in cui versavano gli abitanti di Port-au-Prince prima del sisma del 12 gennaio scorso. I reporter ‘alla Toni Capuozzo’ ci hanno raccontato per ore la precarietà delle abitazioni dei terremotati haitiani, indicando questa come la causa principale delle gravissime perdite umane seguite al terremoto. Ma, come accade puntualmente, non si fa mai un passo indietro, non ci si pone mai le domande giuste. Per ignoranza o servilismo, questo ancora non riesco a capirlo. Haiti, come del resto tanti altri paesi poveri e sottosviluppati, è in realtà un paese con un settore agricolo dal potenziale molto alto e situato in una posizione strategicamente importante per gli scambi commerciali. Anni di sfruttamento, dapprima europeo e successivamente americano, hanno però contribuito a conservare l’ex penisola Hispaniola in uno stato di povertà assoluta e di insubordinazione ai poteri forti del Libero Mercato e del predominio militare.

Haiti ha conosciuto le dittature di Duvalier padre e Duvalier figlio (Papa Doc e Baby Doc), uomini al servizio degli interessi americani che negli anni ’70 e metà anni ’80 hanno spalancato le porte alla ‘democratizzazione’ voluta dal capitalismo made in USA e Londra. Le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, bracci attuatori dei globalizzatori economici, hanno spinto l’economia di Haiti verso un baratro di fame e miseria, mentre i ‘Totons Macoute’ e le FRAPH, organizzazioni paramilitari addestrate dalla CIA, compivano atroci massacri ai danni della popolazione haitiana sotto la dittatura della dinastia Duvalier. Le FRAPH (Front pour l’avancement et le progrès d’Haiti) erano comandate da Emmanuel Constant, sanguinario terrorista che oggi vive serenamente a Queens, New York, nel paese culla della ‘più grande democrazia del mondo’, patria dei presidenti Clinton e Bush junior che non concessero l’estradizione di Constant, preoccupati di ciò che egli potesse rivelare circa i rapporti tra la CIA e gli stermini haitiani del periodo duvalieriano. Clinton e Bush junior, i due ex presidenti a cui Obama ha deciso di affidare la ricostruzione di Haiti. E’ come lasciare la cura dei propri figli a Marc Dutroux.

Ma questo è un passato che non deve riemergere. E’ una storia che non dev’essere raccontata, anche se Haiti dovesse tornare improvvisamente di attualità. Washington è il Bene, mentre qui parliamo di terrorismo. E nella lotta al Terrore o si è con noi o contro di noi, come soleva ripetere George W. Bush. Il mantra da recitare, per tutti gli appassionati del Tg5 e di Toni Capuozzo, è che i terroristi sono in Yemen e Afghanistan, altro che New York.

Dopo la dittatura dei Duvalier, Haiti ritrovò la speranza nel sacerdote cattolico Jean-Bertrand Aristide, carismatico leader che riuscì a raccogliere il consenso popolare e farsi eleggere democraticamente nel 1991. Tra le prime azioni di Aristide ci fu lo scioglimento degli apparati militari ereditati dalla dittatura, a cui successero una serie di misure a favore del popolo. Questo irritò non poco i fanatici del liberismo senza regole né scrupoli di Washington, che si attivarono presto per destituire Aristide ben due volte (1991, pochi mesi dopo la sua elezione, e 2004), prima di confinarlo definitivamente in Africa. Come spiegano bene i saggi di Andrew Gavin Marshall, il più grande timore degli USA è quello di isolarsi, di non riuscire a far comprendere al mondo i ‘vantaggi’ del mercato libero e la logica dello sfruttamento delle risorse umane. Essi sono disposti ad investire milioni di dollari in ipocriti finanziamenti per la promozione del marchio ‘democrazia&libertà’ e nell’organizzazione di milizie armate con licenza di uccidere pur di evitare che la democrazia, quella vera, del popolo, impedisca l’espandersi dell’influenza americana nei tessuti economici e sociali e l’affermarsi del suo monopolio economico e culturale nei paesi non ancora allineati. Come ricorda Alex Jones nel suo ultimo straordinario documentario Fall of the Republic, a loro non interessa il denaro, ma il potere.

Quando si parla di Haiti, oggi, è doveroso spiegare, con parole chiare e facendo nomi e cognomi, come hanno agito i responsabili della vera distruzione di Port-au-Prince. Non si può non parlare dei programmi di aggiustamento strutturale ordinati dalle alte sfere internazionali del FMI e della BM, che hanno indotto l’economia del paese caraibico a collassare, spingendo le masse popolari che vivevano nelle campagne impoverite verso la capitale alla ricerca di un lavoro, che spesso trovavano nelle fabbriche delocalizzate delle multinazionali, fiore all’occhiello dell’industria globalizzata. Spiega Noam Chomsky: “Nel corso degli anni ’80, il fondamentalismo del Fondo Monetario Internazionale cominciò ad avere anche ad Haiti i suoi noti effetti: sotto l’impatto dei programmi di aggiustamento strutturale che portarono al declino della produzione agricola insieme a quello degli investimenti, dei commerci e dei consumi, l’economia entrò in una spirale discendente e la povertà si andò diffondendo sempre più. Quando, nel 1986, ‘Baby Doc’ Duvalier fu cacciato, il 60% della popolazione aveva, secondo la Banca Mondiale, un reddito annuale pro capite di 60 dollari”.

Qualche giorno fa, sulla rivista inglese New Statesman, John Pilger, giornalista investigativo e documentarista di fama internazionale ha scritto: “L’ultima volta che andai ad Haiti vidi ragazze molto giovani chine di fronte a macchine saldatrici ronzanti e sibilanti all’interno dello stabilimento Superior Baseball di Port-au-Prince. Molte di loro avevano gli occhi gonfi e le braccia lacerate. Avevo con me una macchina fotografica e mi hanno sbattuto fuori. Haiti è il posto in cui l’America produce le attrezzature per il suo sacro gioco nazionale, a costo praticamente nullo. E’ il luogo in cui la Walt Disney cuce i pigiami di Mickey Mouse, a costo praticamente nullo. Gli Stati Uniti detengono il controllo dei mercati haitiani di zucchero, bauxite e sisal. La coltivazione del riso è stata sostituita dal riso americano d’importazione, provocando l’esodo di massa verso le città all’interno di alloggi fatiscenti”.

La nostra solidarietà arriva sempre in ritardo. Dov’eravamo quando quelle ragazze haitiane si ammazzavano di lavoro davanti alle macchine saldatrici e andavano a dormire all’interno di baracche umide e ammassate della periferia di Port-au-Prince oggi ridotte ad un cumulo di macerie? E, soprattuto, perchè gli Stati Uniti, così bramosi oggi di ‘aiutare e ricostruire’, naturalmente manu militari, pensavano piuttosto ad esportare la democrazia in territori lontani migliaia di miglia, invece di risollevare le sorti di un paese a poche centinaia di km da Miami?

Non lo sapremo mai, se continuiamo a guardare i tg della sera.

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Guerra e Globalizzazione

Posted by Marco su 9 luglio, 2009

guerra e glob

La piena comprensione della politica di un paese non può prescindere dalla conoscenza del quadro delle relazioni internazionali all’interno del quale esso si colloca. E, soprattutto, è fondamentale prendere piena coscienza degli eventi che hanno condotto alla situazione davanti a cui oggi ci troviamo. I quesiti da porci riguardano, ad esempio, le vere ragioni che hanno spinto gli USA ad entrare in guerra con Iraq e Afghanistan e nei quali sono attualmente coinvolti anche altri Paesi come l’Italia, il ruolo svolto dai servizi segreti americani nelle trame politiche internazionali dagli anni ’80 fino ai giorni nostri; è importante chiederci se lo sdegno derivante dalla morte di 3000 persone nel cuore di New York e l’odio antioccidentale che alimenta Al Quaeda dagli inizi degli anni ’90 sono sufficienti a giustificare un intervento militare che continua a mietere vittime e fomentare rivolte civili anche a distanza di 8 anni dall’inizio delle ostilità e quali sono i retroscena che si nascondono dietro queste operazioni militari.

Michel Chossudovsky tenta di rispondere a tutti questi punti di domanda con un saggio lontano dalla propaganda mediatica occidentale, i cui sforzi sono instancabilmente protesi verso l’esaltazione del mito criminale di Bin Laden cresciuto all’interno di un contesto culturale fortemente arretrato. L’accademico canadese ci aiuta a rileggere i fatti attraverso una lente diversa, puntando i riflettori non già sui terroristi sanguinari con il turbante e la mitraglietta, ma sull’establishment economico e politico americano, su una manica di diplomatici e affaristi che, nascondendosi dietro le maschere di Reagan o Bush Junior, un pò come i rapinatori surfisti di Point Break, hanno finanziato e addestrato per anni le organizzazioni terroristiche che oggi, smesse improvvisamente le vesti di complici, appaiono come crudi e spietati nemici dell’umanità nella secolare ‘Guerra al Terrorismo’.

Guerra e Globalizzazione racconta, ad esempio, la storia degli aiuti che le autorità americane offrirono ai Taliban nel 1996 attraverso la collaborazione tra la CIA e l’ISI, i servizi segreti pakistani, nell’ambito di nuovi accordi per la distribuzione del petrolio nel bacino del Mar Caspio. Dopo l’ascesa al potere del gruppo di studenti fondamentalisti afgani, una sua delegazione si recò infatti a Houston per prendere accordi con la Unocal, multinazionale texana del petrolio, fortemente interessata all’estrazione del greggio nella regione caucasica. Pochi anni dopo, l’amministrazione Bush profittò dell’onda emotiva scaturita dagli attacchi alle Torri per invadere l’Afghanistan e installare strategiche basi militari in una zona dall’importanza geopolitica cruciale. L’Afghanistan, infatti, è al centro di ben cinque potenze nucleari (Russia, Cina, Iran, Kazakistan e Tagikistan) e crocevia di imponenti oleodotti che collegano il Mar Caspio con l’Oceano Indiano. Evidentemente troppo perchè la superpotenza americana non ci mettesse le mani instaurando un governo amico guidato da un certo Karzai, non a caso già a libro paga della Unocal.

Gli interessi economici in quella regione sono pertanto talmente palesi e documentati che è impossibile pensare agli Usa come semplici garanti della sicurezza e della libertà mondiali contro lo spauracchio del terrorismo. Chossudovsky sottolinea inoltre come le menti che decidono le politiche estere degli Stati Uniti sono da rintracciare nelle banche e le istituzioni finanziarie, nelle multinazionali del petrolio e dell’energia e nei magnati della editoria e comunicazione, che edulcorano le notizie al fine di raccontare al mondo le verità più comode.

Molte relazioni dello stesso Congresso americano e reportage giornalistici concordano nell’affermare che le amministrazioni statunitensi e la CIA hanno utilizzato i proventi del narcotraffico e i soldi dei contribuenti americani per ottenere l’appoggio delle milizie islamiche nei conflitti in Bosnia, Kosovo, Macedonia, Cecenia, con il chiaro intento di destabilizzare le politiche dei paesi non allineati con le idee del Libero Mercato e della globalizzazione economica e accaparrarsi militarmente regioni funzionali alle mire di pochi centri nevralgici del potere economico-finanziario internazionale. In questo inquietante quadro, in cui guerra e globalizzazione procedono di pari passo, i politici che tutti noi conosciamo, da Reagan ad Obama, sono semplici maschere holliwoodiane, che spesso dimostrano anche di essere impreparati sui temi di politica estera. Come quando Bush, in risposta ad un giornalista durante la campagna elettorale del 2000, scambiò i Taliban per un gruppo rock.

Seguendo questo filo conduttore, che porta inevitabilmente anche ad approfondire le circostanze dei rapporti diplomatici e di intelligence che precedettero gli attentati al World Trade Center, Michel Chossudovsky firma un lavoro di ricerca di capitale importanza, una lezione di antiretorica da cui tutti dovremmo apprendere, un esempio cristallino di analisi geopolitica lucida e documentata, un resoconto storico lancinante, crudo, realista, un manuale pratico indispensabile per capire il mondo in cui viviamo e in cui faremo vivere i nostri figli.

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Perchè ci odiano

Posted by Marco su 17 febbraio, 2009

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Pochi giorni dopo i misteriosi attentati contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, il presidente Bush, in un discorso a camere riunite al Congresso a proposito della incombente minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamica, ebbe a domandarsi: “Perchè ci odiano?“. A questo quesito, Bush junior, in una sorta di dialogo con se stesso, rispose: “Odiano ciò che vedono in questa camera: un governo democraticamente eletto. I loro leaders si auto-eleggono. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di religione, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare e di riunirci e di essere in disaccordo gli uni con gli altri”. A bocce ferme e lontano dalle opinioni dal sapore ideologico dei salotti televisivi, Paolo Barnard tenta di rispondere alla domanda di Bush. Lo fa con un saggio che non vuole essere un esercizio della logica e della ragione, uno sfogo ideologico o la mera esposizione di un punto di vista sulla situazione geopolitica internazionale, ma una elencazione di fatti, documenti, citazioni e incontri avvenuti nel corso di incredibili esperienze che hanno visto il reporter freelance sfidare situazioni al limite rischiando più volte la sua incolumità. Sembra quasi di leggere un romanzo d’avventura quando Barnard racconta dell’intervista a Rufina Amaya, unica sopravvissuta di un feroce massacro di 1200 contadini salvadoregni ad opera di terroristi addestrati e armati dagli americani, raggiunta arrampicandosi su una frana sotto un nubifragio. Le innegabili responsabilità dei governi americani degli ultimi sessant’anni vengono incontrastabilmente smascherate citando, tra le altre cose, le vicende di Orlando Bosch e Emmanuel Constant, terroristi sanguinari al soldo della CIA, che negli anni ’60 e ’70 trucidarono interi villaggi e comunità, compresi donne e bambini, con l’obiettivo di rovesciare i governi cubani e haitiani e convertirli al cosiddetto Libero Mercato, perseguendo i soliti criminali interessi delle istituzioni finanziarie internazionali, e che oggi trascorrono serenamente i loro giorni in quel di Miami e New York coperti dal governo complice di Washington. Tutto questo mentre Bush annuncia al mondo che, nella sua Guerra al Terrorismo, non farà distinzioni tra i terroristi e chi li ospita. Questo libro si presenta come un diario di bordo in cui l’autore annota i progressi della sua inchiesta sulle nefandezze celate sotto la coperta della bramosia di potere a stelle e strisce. E non solo. Come Barnard scrive nella prima di copertina: Se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia”. Il reporter ha spulciato decine di archivi segreti portando alla luce numerosi documenti ufficiali che provano i rapporti tra ufficiali britannici e americani, da una parte, e guerriglieri e dittatori sanguinari dall’altra. Documenti ‘Top Secret’ che attestano gli ingenti finanziamenti che permettono all’esercito di Israele di continuare a seminare terrore in Palestina. La storia che Barnard racconta del conflitto in Medioriente stride fortemente con quella narrata dai principali organi di informazione. Da più parti si giustificano gli attacchi israeliani come giusta reazione agli attentati dei palestinesi di Hamas. Ma cosi non è, spiega Barnard. La storia del conflitto israelo-palestinese è infarcita di omissis e falsità. I soprusi degli arabi iniziano un secolo fa, quando Theodor Hertzl teorizzò l’allontanamento dei palestinesi dalle loro terre per consentire la creazione di uno Stato d’Israele che unisse sotto un’unica bandiera gli ebrei sparsi in tutto il mondo, dando origine al movimento del Sionismo con il primo congresso di Basilea del 1897. Molte dichiarazioni sioniste, puntualmente riportate da Barnard, testimoniano che la scelta dei territori occupati dai villaggi palestinesi come sede del nascente Stato ebraico non prende spunto dalle Sacre Scritture, ma è frutto di decisioni dettate dall’opportunità del momento. La Palestina era soltanto una delle opzioni dei sionisti, tra cui vi era anche l’Argentina. L’espropriazione delle terre palestinesi fu condotta da spietate bande armate ebree, come Irgun e Stern, commettendo atrocità di ogni genere nei confronti di un popolo che aveva l’unica colpa di non essere organizzato né politicamente né militarmente per poter organizzare una qualunque resistenza, e che quindi era totalmente inerme. Mi piacerebbe sapere cosa pensano oggi i sostenitori tout court della causa israeliana riguardo alle parole di Aharon Cizling, primo ministro dell’agricoltura dello Stato di Israele, quando disse, il 17 novembre 1948, all’indomani della deportazione dei palestinesi: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Barnard tiene a precisare, però, che la sua non vuole essere una difesa o una giustificazione dell’altrettanto criminale terrorismo palestinese a danno della popolazione israeliana degli anni successivi all’occupazione dei Territori del 1948, ma è semplicemente un tentativo di riportare un barlume di verità e obiettività su una storia fin troppo mistificata dalla propaganda mediatica occidentale: in sostanza, il terrorismo palestinese è sbagliato, ma comprensibile. Attraverso le dichiarazioni di chi vive dentro il conflitto in Medioriente e sostenuto da fonti non sospette, quali quelle americane, inglesi e israeliane, Paolo Barnard imbastisce una preziosa lezione di storia contemporanea, che da qualche settimana è possibile anche ascoltare direttamente dalla sua voce in una serie di video pubblicati sul suo canale YouTube. Questi video, insieme alla toccante presentazione del libro a Mezzolara (BO) , da oggi saranno sempre presenti su questo blog. Perchè queste verità siano sempre a portata di mano. Il saggio si conclude con un reportage di Giorgio Fornoni sulla Cecenia devastata dalle pulizie etniche operate dai soldati russi. Anche Fornoni, come Barnard, proviene da Report ed ha realizzato decine di reportage straordinari da ogni angolo del mondo. ‘Perchè ci odiano?’ è un viaggio sconvolgente all’interno della malvagia dell’uomo, della sua spietatezza, della sua ipocrisia. Armato di coraggio, tenacia nella ricerca della verità e giustizia, oltre che di talento giornalistico, Paolo Barnard riesce nell’impresa di descrivere il Male dei nostri tempi, una sorta di (in)cubo dalle infinite facce, un prisma che rifrange la vita in uno spettro colorato di morte, menzogna e disinformazione. Questo lavoro si lega bene al libro di Michel Chossudovsky ‘Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale’, arricchendo l’idea di uno scenario internazionale che vede un manipolo di menti criminali annidate a Washington e Londra, che si servono di bracci ‘ufficiali’, come FMI e Banca Mondiale, e bracci ‘non ufficiali’, come le milizie armate addestrate dalla CIA, per diffondere una cultura imperialista su scala globale con il fine occulto di ottenere il controllo mondiale delle risorse e delle politiche. Da ultimo, invito chi legge questo blog a considerare i libri di cui si parla come mattoni di consapevolezza connessi tra loro a formare un grande castello di conoscenza che siamo chiamati a impegnarci nel diffondere.

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