Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for the ‘Cinema’ Category

The Matrix

Posted by Marco su 15 ottobre, 2010

Continua su Repubblica l’ipocrita crociata contro il revisionismo dell’Olocausto. Ad alzare la voce questa volta è il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, che ha invitato il governo a prendere provvedimenti contro i ‘negazionisti’ della Shoah. Governo che ha prontamente risposto, tramite una lettera firmata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, promettendo massimo impegno nel contrastare l’ignoranza e la cecità ideologica di questi storici revisionisti senza scrupoli. A Letta si sono presto accodati scondinzolanti i presidenti di Camera e Senato, bramosi di sodomizzare ancora una volta la Costituzione con una legge ad hoc. A seguire, con un incredibile e commovente afflato unanime parlamentare, tutta l’opposizione, anche la quella ‘vera’ dell’Idv, che per l’occasione si è riunita sotto lo slogan ‘La Costituzione non si tocca, ma una palpatina ogni tanto non si nega a nessuno’, si è scagliata contro i negazionisti dell’Olocausto, colpevoli di idiozia acuta perchè ‘negano la verità’ ricercandola. Tra i numerosi interventi di queste ore, particolarmente divertente è quello di Fabio Mussi, presidente del comitato scientifico di Sinistra e Libertà, il quale, perso nella sua cosmica ignoranza sull’argomento, ha dichiarato che in un paese civile di una legge contro i negazionisti non ci sarebbe bisogno, tacciando di inciviltà la Francia, che già sbatte in galera chi nega l’Olocausto, e dimostrando di non sapere che molte tesi revisioniste sono avallate da esperti e ingegneri che lui dovrebbe rappresentare nel suo partito.

Oggi ho vissuto un’esperienza mistica. Tutto è iniziato con la lettura di questo articolo:

Shoah, Letta rassicura Pacifici

“Governo contro negazionismo”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega lo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA Il governo è impegnato per la verità, contro il negazionismo. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quellapubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Le posso assicurare – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda pietà per i nostri concittadini scomparsi, così da costruire un futuro di pace  e di amore per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi ha avuto la dolorosa opportunità di conoscere, direttamente o attraverso testimonianze, quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” quelle atrocità.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza rafforzasse l’impegno del nostro paese nel contrastare voci negazioniste persino nelle università, fortunatamente in modo isolato, ma presenti in misura più preoccupante nella rete web. Voci che contraddicono la storia. Consideriamo queste posizioni – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con una sua dignità e diritti inviolabili”.

Terminata la lettura, ho iniziato a frugare freneticamente tra le mie cose alla ricerca di una pillola, una pillola rossa. Quando finalmente l’avevo sul palmo della mia mano, un sorriso di compiacimento mi si è stampato sul viso. Ho chiuso gli occhi, aperto la bocca e, dopo pochi secondi, la miracolosa capsula era già nel mio stomaco. Ad un tratto nulla mi sembrava come prima. I muri, l’aria, gli odori, i colori, tutto mi sembrava nuovo, attraente, migliore, e giusto. Sembrava un sogno, un piacevole sogno. Poi ho riaperto il sito di Repubblica e ho cliccato di nuovo l’articolo sulla Shoah. Ed ecco cosa ho trovato:

Shoah, Letta blocca Pacifici

“Governo a favore della libertà di espressione”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega la libertà di ricerca sullo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA – Il governo è impegnato per la verità, contro gli antinegazionisti. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quella pubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Devo ricordarLe – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda solidarietà per coloro i quali sono perseguitati per aver pubblicato o diffuso studi revisionisti, così da costruire un futuro di libertà e di giustizia per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi si fa carico di approfondire la conoscenza di quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” ogni limitazione alla libertà di espressione e di ricerca.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza non venga strumentalizzata per attaccare voci contrastanti la versione ufficiale della Shoah persino nelle università, anche se in casi sporadici, ma fortunatamente presenti in misura più capillare nella rete web. Voci che contraddicono la storiografia ufficiale. Consideriamo la Sua posizione – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con un suo pensiero critico e diritti inviolabili”.

Mi sono rimaste ancora un paio di pillole, qualcuno ne vuole?

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The Town

Posted by Marco su 12 ottobre, 2010

A Charleston, quartiere di Boston, una banda di rapinatori furoreggia saccheggiando banche e furgoni portavalori. E’ un lavoro come un altro, si dice a Charleston. Si tramanda di padre in figlio. Ma un bel giorno, nel corso di una rapina in banca, qualcosa va storto. La direttrice viene rapita, ma è liberata quasi subito. Doug (Ben Affleck), capo della banda, decide di seguire i suoi movimenti nel timore che possa rivelare qualcosa all’FBI. Finirà per innamorarsene.

E’ impossibile evitare il confronto con Heat-La sfida, poderoso film di Michal Mann del 1996. Le somiglianze sono numerose: banda di rapinatori composta da quattro elementi; uno di loro amico fidato del leader protagonista (De Niro in Heat, Affleck in The Town); banche e furgoni portavalori obiettivi principali della banda; amante del protagonista (Amy Brenneman in Heat, Rebecca Hall in The Town) inizialmente ignara della natura criminale del suo uomo; progetto di partire e andare lontano dopo il ‘colpo finale’ per entrambi i protagonisti dei film; maschere al posto dei passamontagna; ambulanze usate per camuffare la fuga dalla scena della rapina. E potrei continuare.

Appurato, quindi, che The Town non brilla per originalità, e soprattutto che si collochi distante molte miglia da un capolavoro del cinema moderno come Heat – La Sfida, lungometraggio ancora inarrivabile per forza, tensione emotiva, ritmo, eleganza, caratterizzazione dei personaggi, raffinatezza scenica e linguistica, il film di Ben Affleck merita comunque un plauso per aver costruito, seppur con strumenti già collaudati, una buona storia, avvincente e mai banale. A mia memoria, tra i migliori film del genere degli ultimi anni, insieme a I Padroni della notte (James Gray, 2007). Da vedere.

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Il concerto

Posted by Marco su 27 marzo, 2010

Andrei è l’ex direttore d’orchestra del Teatro Bolshoi di Mosca, scioltasi trent’anni fa a causa della persecuzione ebrea messa in atto dal regime comunista di Breznev. Da allora Andrei Pavlov non si è più occupato di musica, limitandosi mestamente a ripulire l’ufficio del nuovo e arcigno direttore del teatro. Ma la voglia di rivalsa è tanta, fino a trovare il suo sfogo nel momento in cui un fax dal Teatro Le Chatelet di Parigi diventa l’occasione propizia per riunire la vecchia orchestra. Da qui ha inizio una frenetica ed esilarante corsa contro il tempo durante la quale Andrei e il sanguigno amico violoncellista Sasha Grossman contattano, dapprima l’impresario Gavrilov, professionista scafato e nostalgico del PCUS, e successivamente ogni elemento della vecchia formazione musicale del Boshoi, nel frattempo divenuti tassista, suonatore ai funerali, sarta e doppiatori di film porno. L’unico componente estraneo alla storica formazione orchestrale è la giovane violinista Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurent), già star della musica classica di statura internazionale, a cui viene affidato il compito di colmare il vuoto lasciato dalla violinista precedente, morta di stenti nei gulag sovietici, e che troverà in questa esperienza risposte inaspettate ad interrogativi che la perseguitano da tempo.

Una storia raccontata con ritmo e vigore, ironia ed eleganza, attraverso un crescendo emotivo e narrativo che coinvolge e travolge lo spettatore raggiungendo il suo apice nel fatidico momento del concerto, in cui le note di Tchaikovsky trasformano quella che sembrava una rozza e sgangherata armata Brancaleone di ex musicisti in una orchestra straordinaria e raffinata in grado di stupire il pubblico del Teatro Le Chatelet, ma anche in sala.

Il concerto di Radu Mihaileanu conferisce alla musica un ruolo centrale e risolutivo, da vera protagonista. Essa diviene ancora di salvezza storica per il mito comunista, affossato dalla solitudine dei gulag staliniani e dalle intolleranze di regime ma rinato nella metaforica comunione sinfonica di un’orchestra data per finita, e riveste il delicato ruolo di messaggera di verità inconfessabili.

Voto: 8.

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Nemico Pubblico

Posted by Marco su 25 novembre, 2009

John Dillinger (Johnny Depp) è un rapinatore di banche. E’ attraente, in gamba e spietato. Ha una sua banda, che lo segue fedelmente, e una donna conquistata senza troppi affanni. La Federal Bureau Investigation, diretta da un impassibile quanto tenace Melvin Purvis (Christian Bale), lo insegue dichiarandolo ‘nemico pubblico’. Sullo sfondo, l’America degli anni ’30 e una malinconica sensazione di un cinema che vuole essere grande, ma non riesce. La confezione è quella dei grandi film d’autore: i costumi, le scenografie e anche gli attori hanno fatto guadagnare al film lodi sperticate e attenzioni spropositate. Il talento di Michael Mann non è in discussione. Personalmente, considero il suo Heat-La Sfida il miglior film poliziesco degli ultimi 20 anni. Ma ciò che mi preme puntualizzare circa Nemico Pubblico è che arriva tardi e non fa altro che sfruttare consolidati cliché del cinema che neppure a blasonati sex symbols di Hollywood dovrebbe essere affidato il compito di risuscitare. Senza scomodare Humphrey Bogart, viene facile accostare Nemico Pubblico a Heat, lungometraggio girato da Mann nel 1996.

Il poliziesco interpretato da De Niro e Al Pacino rappresentava una superba sintesi di eleganza, azione, suspence, sentimento, ritmo e impatto scenico. I personaggi, tutti, erano caratterizzati con cura. I dialoghi sempre essenziali e spesso intensi. Anche il duro De Niro, omologo del Dillinger dell’ultima fatica di Mann, mostrava un lato umano e sensibile nella sua tormentata relazione sentimentale. Al contrario del volgare e spavaldo protagonista di Nemico Pubblico, che supera le timide resistenze di Billie (Marion Cotillard) gonfiando il petto e brandendo il cappotto. Assolutamente fuori luogo appare anche il parallelo tra l’algida e antipatica sicumera dell’investigatore Bale e il fascino carismatico che caratterizza il tenente della polizia Al Pacino sulle tracce del criminale De Niro.

Nemico Pubblico non coinvolge, né sorprende, né stupisce. I ritmi sono lenti, e l’evolversi della storia è prevedibile, frettolosa, banale. Il punto più basso e direi ridicolo del film viene raggiunto quando Dillinger, ricercato numero uno dopo la morte dei suoi compagni, penetra indisturbato negli uffici dell’FBI mentre gli agenti si trovano radunati attorno alla tv per guardare una partita di football americano. Dillinger osserva in tutta tranquillità le sue foto segnaletiche affisse sulle bacheche, osando addirittura prendersi gioco dei federali chiedendo loro il risultato del match prima di andarsene (sic!).

A guardare il trailer sembra si stia per assistere ad un capolavoro del cinema, mentre in realtà ci si potrebbe fermare lì, perchè il film dimostra che Mann non ha altri ingrediendi da aggiungere alla sua minestra.

Nemico Pubblico non si libererà dall’ombra di Heat, di cui resta solo un patetico tentativo di emulazione.

Voto: 4.

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Fortapàsc

Posted by Marco su 22 luglio, 2009

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Giampaolo Siani (Libero de Rienzo) era un giornalista de Il Mattino e faceva il corrispondente per Torre Annunziata, centro nevralgico della camorra napoletana. Correva l’anno 1985. Insieme a Rico, amico-collega con il vizio della droga, Giampaolo girava il paese alla ricerca di scoop. A Torre Annunziata era impossibile però fare il giornalista, raccontare la vita del paese, senza scontrarsi con la camorra, le sue ramificazioni, i suoi affari, i suoi uomini, la sua violenza. Giampaolo Siani voleva descrivere tutto questo. Voleva calarsi nel ‘fango’ della criminalità del suo paese. Perché “la pioggia a Torre diventa subito fango”, diceva. Siani amava il suo lavoro. Guadagnava pochissimo e coltivava il sogno di trasferirsi a Napoli per lavorare nella redazione centrale de Il Mattino. Sogno che presto si avverò premiando la sua passione e la sua tenacia. Prima di allora però, contrariamente alle chiare direttive di Sasà, vivace capo redattore interpretato da un eccellente Ernesto Mahieux, Giampaolo non si limitava a riportare i fatti di cronaca nera del paese, ma era solito indagare, cercare di capire cosa c’era dietro un omicidio o una gara d’appalto truccata, qual’era la rete di alleanze di cui i clan di Valentino Gionta e dei Nuvoletta si servivano. Ma la determinazione e la verginità intellettuale di Giampaolo Siani non potevano convivere con la corruzione di Fortapàsc, come, in un frenetico comizio, il sindaco (Ennio Fantastichini) ebbe a definire il paese di Torre Annunziata. Per questo Siani morì, a soli 26 anni, il 23 settembre 1985, ucciso e ammutolito a colpi di arma da fuoco mentre faceva ritorno a casa.

Prima di vedere il film di Marco Risi non conoscevo la storia di questo ragazzo con la passione per il giornalismo di inchiesta, la cui vicenda ricorda molto da vicino quella di Peppino Impastato, un altro giovane martire della lotta al crimine organizzato. Fortapàsc è passato nelle sale senza fare molto rumore, a differenza del suo ‘cugino’ Gomorra, lungometraggio divenuto in breve popolarissimo varcando i confini nazionali e lanciando persino i suoi attori protagonisti nei reality televisivi. Fortapàsc e Gomorra raccontano la stessa realtà attraverso due punti di vista diversi. Se Fortapàsc punta i riflettori sugli affari della camorra, Gomorra ne studia l’apparato militare affondando le mani nella violenza di quartiere e nel degrado sociale che le fa da sfondo. Sono due lati della stessa medaglia. Una medaglia, però, che stranamente brilla solo da un lato. Dico questo perchè trovo emblematico che Gomorra abbia incassato più di dieci milioni di euro, mentre Fortapàsc si sia fermato a 702 mila euro. Il successo del libro di Saviano non è sufficiente a spiegare questo sbilanciamento di popolarità.

Credo invece che questo caso rientri in una strategia ben definita che ha come obiettivo quello di educare la gente a pensare la mafia e la camorra come semplici fenomeni di deviazione sociale, rappresentati da mitragliette, coppole e arredi kitsch. Per questo in tv e al cinema abbondano storie di criminalità di strada e di violenza tra bande, mentre film come Un eroe borghese o Fortapàsc attraversano i palinsesti e le sale cinematografiche solo in punta di piedi. Per ricordare la mafia oggi resistono solo le commemorazioni delle stragi di Capaci e via d’Amelio, o la vicenda di Peppino Impastato, che ormai sono entrati nella melassa della retorica antimafia che lascia passare il messaggio che la mafia sia un problema ormai risolto, appartenente al passato, indegno di entrare a far parte del dibattito politico. Minima copertura mediatica e nessun dibattito politico invece sulle ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino a proposito del ‘papello’ che Riina consegnò allo Stato dopo le stragi dei primi anni Novanta. Nulla anche sui processi al generale Mori o alla strage di via D’Amelio, in cui fu trafugata la preziosa agenda rossa che Borsellino usava per appuntare i risultati delle sue indagini. Nessuno ha mai sentito parlare dell’agenda rossa di Borsellino, mentre ci hanno tempestato le tempie per anni con il pigiama sporco di sangue della Franzoni. ‘Iceberg‘, trasmissione di Telelombardia condotta da David Parenzo, è stato l’unico programma che ha cercato di approfondire queste tematiche, mentre i grandi canali nazionali sono in stand-by con Porta a Porta Estate sugli ‘amori del secolo’ e Matrix Estate che, chissà, dopo i tormentoni estivi, forse stasera si occuperà delle spiagge più ‘cool’.

Forse ha ragione Sasà, quando dice a Giampaolo Siani in una scena del film: “Questo non è un paese di giornalisti giornalisti, ma solo di giornalisti impiegati”. Voto: 7.

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The Wrestler

Posted by Marco su 7 giugno, 2009

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Non ho mai creduto nei concorsi a premi. In quelle gare, cioè, in cui a decretare il vincitore non è una palla che entra in rete o a canestro, ma l’opinione di un giurato che, per quanto esperto possa essere, esprime semplicemente un parere soggettivo, e quindi criticabile. A questo si aggiungano, quando si parla di kermesse cinematografiche, gli interessi commerciali delle major che, per ovvie ragioni di marketing, premono per poter esibire in locandina un bel Golden Globe, un Leone d’Oro o un Oscar. The Wrestler ha vinto il Leone d’Oro e due Golden Globe, premi che non devono trarre in inganno quando si sceglie di vederlo. Dico questo perchè il film di Darren Aronofsky non merita tutto il clamore che lo ha accompagnato. L’interpretazione di Mickey Rourke è senza dubbio di alto livello e degna di menzione, ma rappresenta l’unico pilastro su cui si regge l’intera struttura della pellicola. Il brano di Bruce Springsteen, che è valso il secondo Globe al film, accompagna solo i titoli di coda, quando gli spettatori sono già in fila all’uscita, a differenza di Streets of Philadelphia, emozionante tema musicale di Philadelphia di Johnathan Demme, composto ancora da Springsteen, che accompagnava il protagonista, e con sè lo spettatore, nei momenti più intensi del film. La musica al cinema è fondamentale, alla stregua di un attore: può scandire il ritmo di una scena, esaltarne la solennità, la drammaticità, l’energia o la dolcezza. Non si può relegarla in fondo. Pensate al tema de Il Padrino di Nino Rota confinato alla fine del film: probabilmente non lo ricorderebbe nessuno. Come penso accadrà alla ballata di Bruce Springsteen premiata dalla HFPA. La storia di ‘The Ram’ non contiene alcuna originalità. Un lottatore ormai in declino, con problemi fisici che gli impediscono di tornare a combattere e un rapporto difficile con la figlia, che rimedia un lavoro manuale ma non riesce a resistere al richiamo del ring fa subito pensare a Rocky Balboa. Con quella saga Sylvester Stallone ha detto tutto, calcando forse anche un pò la mano. E’ inutile quindi tornare sull’argomento. Il tentativo di donare umanità al personaggio centrale del film con la storia della figlia dimenticata e rancorosa, e per giunta lesbica, classico segnale di forzatura narrativa che interviene quando si teme che la minestra possa risultare troppo insipida, appare goffo e frettoloso. Bastano tre incontri con la figlia per avvicinarla, conquistarla e poi perderla nuovamente. The Wrestler è chiaramente una scaltra operazione commerciale finalizzata a rilanciare l’immagine di Mickey Rourke. Ma non basta una lacrima su un viso stirato dalla chirurgia per realizzare un buon film. Voto: 5.

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The Reader

Posted by Marco su 10 marzo, 2009

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Come già sostenevo a proposito di Un bambino con il pigiama a righe, di film sul nazismo e la Seconda Guerra Mondiale la cinematografia mondiale ne ha prodotti tanti, troppi. Le locations, i costumi e le connotazioni storiche sono quindi cosa nota. Di contro, ciò che può distinguere un buon film dagli altri è l’orginalità del soggetto, ovvero la caratteristica di far luce sul particolare periodo storico attraverso un diverso punto di vista, come nel caso degli occhi di Bruno nel lungometraggio di Herman, del pianoforte del ‘Pianista’ di Roman Polansky o del cuore di Oskar Schindler nell’indimenticabile film di Spielberg. The Reader, invece, affronta il tema attraverso la storia di Michael Berg, un ragazzo (interpretato in età adulta da Ralph Fiennes) che incontra Hanna (Kate Winslet), una donna molto più matura di lui, con la quale intrattiene una relazione basata solo su sesso e letteratura. La prima parte del film è una estenuante sequenza di amplessi intervallati da appassionate letture di libri e fumetti. Nella seconda, la scena si sposta in tribunale, dove Hanna si appresta ad essere condannata per crimini legati ai campi di sterminio nazisti. Nonostante le buone interpretazioni di Ralph Fiennes e Kate Winslet, la storia manca di energia e ritmo. La fase erotica del film giunge quando i contorni dei personaggi non sono ancora ben definiti, e questo spiana la strada ai primi sbadigli. La regia di Stephen Daldry, già ammirato nell’ottimo Billy Elliot, non riesce a donare alla pellicola quello slancio che si renderebbe necessario per smorzare i profondi toni melodrammatici che lentamente assume il racconto. La struttura del film induce a pensare che, senza il riferimento alla strage nazista, la pellicola sarebbe implosa. La storia, infatti, prende corpo solo quando si scopre che Hanna, abbandonato Michael e il suo lavoro da controllore ferroviario, diventa sorvegliante in un lager nazista e poi principale indiziata per i reati commenti al di là del filo spinato. Questo è davvero troppo poco per definire The Reader ‘un capolavoro’. Voto: 5.

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Il Dubbio

Posted by Marco su 14 febbraio, 2009

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Suor Aloysius (Meryl Streep) è la direttrice di una scuola cattolica a St. Nicholas, nel Bronx. I suoi modi severi e autoritari rappresentano il rigore e la tradizione ecclesiastica che la suora vuole trasmettere agli allievi. Il suo stile però si scontra con quello più trasgressivo e progressista di Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman), parroco dell’istituto religioso che, attraverso i suoi sermoni tematici, impartisce lezioni di morale ai fedeli. Siamo nel 1964, un periodo in cui molte certezze e speranze del popolo americano morirono insieme al presidente John F. Kennedy, assassinato appena un anno prima. Il contrasto tra suor Aloysius e Padre Flynn trova quindi terreno fertile nel clima di disagio che pervade gli animi della società americana in quegli anni, traendo spunto dalla storia di Donald Miller, ragazzo di colore discriminato e isolato dai compagni, ma confortato da Padre Flynn che ne fa oggetto delle sue attenzioni. E sono proprio queste che destano il sospetto di abuso in suora James (Amy Adams), insegnante della scuola, la quale riferisce tutto alla direttrice innescando le accuse nei confronti del parroco. La forza di questo film risiede soprattutto nella brillante sceneggiatura, scritta da John Shanley, regista e autore della omonima piéce teatrale che gli è valsa già un Pulitzer nel 2005. I dialoghi serrati e continuamente impregnati di sarcasmo e sagacia, specie nelle scene che vedono protagonista suor Aloysius, rendono Il Dubbio un ‘drammatico d’azione’, aiutato anche da un eccellente montaggio in grado di incastonare con arguzia ed efficacia narrativa i momenti concitati con quelli più meditativi e dimessi. Particolarmente significativo e importante ai fini della caratterizzazione dei personaggi è il parallelismo tra Padre Flynn e suor Aloysius, ritratti in sequenza mentre pranzano, il primo tra risate sguaiate e bicchieri di vino, la seconda immersa in un religioso silenzio interrotto soltanto dal suono di un campanellino. Così come in The Big Kahuna (1999), altro lungometraggio tratto da un’opera teatrale, anche Il Dubbio deve la sua riuscita cinematografica alla superba interpretazione dei suoi attori. Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, non a caso due premi Oscar, riescono infatti ad esprimere fino in fondo quel senso di debolezza interiore che lentamente affiora nei due personaggi, in principio integerrimi e autoritari, esaltanto la vocazione intimista della storia e infine accomunando paradossalmente il parroco e la direttrice in una spiritualità umanizzante che si traduce nel dubbio esistenziale. Voto: 8.

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Il bambino con il pigiama a righe

Posted by Marco su 9 febbraio, 2009

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La cinematografia mondiale è ormai satura di film sulla Shoah. Il tema è stato affrontato da ogni punto di vista, ne è stata esaminata ogni sfaccettatura attraverso decine di storie, più o meno realistiche. Il bambino con il pigiama a righe, però, sembra offrire nuove emozioni e spunti di riflessione. Già ne La vita è bella di Benigni, la tragedia dell’Olocausto nazista appariva filtrata attraverso gli occhi di un bambino indotto a pensare di trovarsi in un grande gioco in cui tutti, grandi e piccini, scherzavano a fare la guerra. Nel film di Mark Herman invece, Bruno, figlio di un comandante nazista responsabile di un campo di concentramento, viene lasciato libero di esplorare le campagne che circondano la sua casa, ma ciò che esplora, al di là dei boschi che lo separano dal lager, è il prodotto della lucida follia collettiva di adulti accecati dal fanatismo e da incomprensibili ideali malsani e perversi. Ideali che un istitutore a domicilio cerca di inculcare in Bruno e in sua sorella, trovando però resistenza nella verginità intellettuale di un bambino di otto anni e terreno fertile nella più matura ma influenzabile sorella. Il processo che porta Bruno alla consapevolezza di ciò che gli sta accadendo intorno diventa un appassionante viaggio nella psicologia infantile, che fa tappa nella dolce amicizia con Schmuel, bambino ebreo, coetaneo di Bruno, personaggio avvolto da una patina di sogno e disillusione, che ogni giorno suole appartarsi davanti alla recinzione di filo spinato per non sentire le urla continue dei kapò che gli ordinano di lavorare; nell’incontro con Pavel, dottore ebreo costretto a pelare patate nella casa del comandante sotto gli sguardi severi e minacciosi dell’ufficiale di guardia; nella estemporanea illusione offerta da un filmato di propaganda, spiato di nascosto durante una riunione tra gerarchi nazisti, che presentava il lager come una specie di villaggio vacanze nel quale agli ebrei era offerta ogni possibilità di svago. Il finale arriva come uno sparo nella notte. Inaspettato e doloroso. Voto: 8.

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Vuoti a rendere

Posted by Marco su 3 febbraio, 2009

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Certi film sono la chiara dimostrazione che basta davvero poco per realizzare commedie eleganti e divertenti. E’ il caso di questa coproduzione inglese e ceca, che racconta la storia di Joseph, un anziano insegnante di Lettere che decide di abbandonare il suo lavoro perchè ‘non si sente più felice’. Così, a 60 anni, inizia a cercare un nuovo impiego e nuovi stimoli che lo portano a lavorare, dapprima come corriere espresso, poi allo smistamento delle bottiglie vuote in un supermercato. Il contatto con la gente lo aiuta a riscoprire alcuni piaceri della vita, tra cui ammirare le belle ragazze e fantasticare sui loro segreti e i loro desideri. Questo suo nuovo slancio emozionale indispettisce la moglie che, se prima si mostrava infastidita dalla continua presenza in casa del marito dopo l’abbandono della scuola, ora esprime la sua angoscia nel veder svanire in Joseph ogni interesse nei suoi confronti. Ma questa presa di coscienza, tra laconiche e esilaranti battute, induce Joseph a riconquistare la moglie senza rinunciare alla sua operosità fisica e onirica. Zdenek Sverak, attore protagonista e sceneggiatore, nonchè padre del regista, firma una storia leggera e irriverente, intrisa di humor e delicatezza, in grado di districarsi abilmente tra svariate allusioni sessuali evitando sempre di apparire volgare. La linearità della trama, che rompe i classici schemi che attendono necessariamente una risoluzione degli eventi, accompagna lo spettatore verso un rilassante finale che vede Joseph e la moglie volare su una mongolfiera allo sbando in una suggestiva panoramica delle campagne praghesi. Voto: 7 1/2.

PS: Per chi si trovasse a Milano, sconsiglio fortemente il cinema Centrale di via Torino: i posti non sono numerati, per cui il rischio è ritrovarsi in prima fila ad un metro di distanza da uno schermo piccolo e inadeguato. Inoltre, la sala si sviluppa in lunghezza (chi era seduto dietro non so cosa abbia visto date le dimensioni dello schermo) e le file sono strette. A saperlo prima, la soluzione dvd o programmi P2P sarebbe stata di gran lunga la migliore.

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