Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for settembre 2008

Notizie usa e getta

Posted by Marco su 29 settembre, 2008

Durante la campagna elettorale e subito dopo le elezioni, la notizia dell’emergenza rifiuti in Campania era la più gettonata dai tg e dalla stampa nazionale. Non si parlava d’altro. Si sapeva tutto della discarica di Chiaiano, dei cumuli di sacchetti della spazzatura che arrivavano a lambire le finestre dei secondi piani, delle proteste dei cittadini che ribaltavano i cassonetti nelle strade impedendo il passaggio financo ai mezzi di soccorso, dei roghi appiccati nelle strade e dei termovalorizzatori da costruire. Per mesi abbiamo assistito al continuo rimbalzare delle responsabilità del disastro ambientale campano tra la coppia Bassolino-Jervolino e la camorra, tra i governi di centrosinistra e quelli di centrodestra. C’era chi parlava di una generale responsabilità della politica e chi parlava di inciviltà dei cittadini campani. Chi elogiava la raccolta differenziata e chi auspicava la costruzione degli inceneritori. Insomma, come fino alla settimana scorsa lo è stato la crisi Alitalia, per mesi, a cavallo delle elezioni dello scorso aprile, l’argomento ‘emergenza rifiuti in Campania’ è stato funzionale agli interessi della propaganda politica, in particolare del centrodestra, che si è ripetutamente servito della disperazione della gente di Napoli per attaccare il Governo uscente proponendosi come salvatore della Patria. La pantomima è durata fino a qualche settimana dopo le elezioni, giusto il tempo per Berlusconi di mandare l’esercito nelle strade di Napoli, minacciare il carcere a chiunque protestasse, liberare le strade del centro dai rifiuti e sfilare festante tra la folla con Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e deputato Pdl, indagato, insieme al coordinatore regionale Pdl Luigi Cesaro, dalla Procura di Napoli sulla base delle accuse dell’imprenditore Gaetano Vassallo che lo indica come sponda della camorra nell’affare sporco dei rifiuti tossici. Raggiunto quindi l’obiettivo elettorale, la spazzatura di Napoli è stata letteralmente ‘cestinata’ da tutte le redazioni giornalistiche, mentre i leccapiedi, quali Gasparri e Cicchitto, tra i ‘successi’ del Governo, elencano anche la soluzione dell’emergenza rifiuti. Niente di più falso. A Chiaiano, infatti, si continua protestare. La folla si scaglia contro le forze dell’ordine e manifesta con cartelloni di protesta contro Bertolaso e Berlusconi. Le strade del centro probabilmente oggi sono più pulite, ma le vie periferiche sono rimaste una discarica a cielo aperto. Queste foto e questo video ne sono una testimonianza incontrovertibile. Ma la stampa tace. E l’opposizione fa eco a questo silenzio. Berlusconi ha ripulito Napoli. Punto e basta. Festeggiamo e parliamo d’altro.

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1976-2008. Da Seveso a Manfredonia, la storia si ripete

Posted by Marco su 26 settembre, 2008

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L’Italia è il paese dei misteri, dei gialli, dei casi irrisolti, dei silenzi di Stato, della giustizia ingiusta, dei poteri occulti. Dallo scandalo della Banca Romana del 1894, al maxi-processo per il Petrolchimico di Porto Marghera, fino al processo per il massacro della caserma di Bolzaneto, la giustizia ha spesso deluso e incredibilmente graziato i colpevoli con massicce assoluzioni. In questo filone si inserisce il processo per l’incidente allo stabilimento Enichem di Manfredonia, avvenuto nel settembre 1976, solo due mesi dopo la rottura del reattore nello stabilimento ICMESA che sprigionò nell’aria una nube di diossina nei dintorni di Seveso. Manfredonia è la città in cui sono nato e cresciuto. Nel 1976 non ero ancora nato, ma gli echi di quell’incidente sono risuonati per molti anni dopo, fino a rientrare vividi nei miei ricordi di bambino. Pubblico la lettera di un amico, un mio concittadino, che così ricorda quell’episodio.

“Un anniversario particolare ricorre quest’oggi. Trentadue anni fa una colonna di lavaggio dell’ammoniaca, all’interno dello stabilimento Enichem Agricoltura (ex Anic), esplode (forse) improvvisamente a pochissimi chilometri dal centro abitato di Manfredonia. 26 settembre 1976. Un boato a metà mattinata. La gente probabilmente si è voltata inconsciamente verso est. Tutti a vedere se l’Anic fosse saltato in aria. In realtà hanno visto soltanto un grosso nuvolone chiaro agitarsi nell’aria sovrastante. Qualcuno si chiude in casa, qualcuno cerca istintivamente di coprirsi il naso con il palmo della mano, qualcuno non ci fa caso mentre i pigri vecchietti seduti davanti al caratteristico ‘sottano’ dicono tra loro: “L’avevo detto io che andava a finir male!”. L’intera giornata passa alla fine come tutte le altre. La scuola deve ancora cominciare. Fa caldo e si può andare ancora in spiaggia. Durante la consueta passeggiata serale lungo corso Manfredi in pochi accennano all’accaduto e il giorno successivo è tutto dimenticato. In realtà quella mattina di trentadue anni fa l’esplosione fece disperdere in poco tempo 10 tonnellate di anidride arseniosa e 18 tonnellate di ossido di carbonio mentre in una vasta zona circostante l’arsenico si raccoglieva a pezzi sotto forma di una massa fluida e giallastra. Ammantati da un inquietante e strettissimo riserbo, i 2.000 addetti della fabbrica sono stati esposti alla contaminazione diretta e quasi 50.000 cittadini esposti a quella indiretta. Alcuni operai nei giorni successivi accuseranno malesseri. Andranno in ospedale. Chiederanno di essere visitati. L’atmosfera non è delle migliori. C’è un clima di allarme generalizzato. Vengono eseguite le analisi di routine. Il livello di arsenico nelle urine è salito a 14.000 volte il livello standard. Ma la situazione è immediatamente posta sotto controllo dai vertici aziendali. L’opinione pubblica viene tranquillizzata dicendo che lo scoppio, causato da un incidente tecnico, non aveva provocato alcun danno. E che quella nube non era, né più né meno, che l’effetto che si ha accendendo una sigaretta. Tutti ci credono, anzi, tutti ci vogliono credere, persino quando alcune donne incinte hanno partorito bambini con il fegato liquefatto, e persino quando il 3 agosto 1978 si verifica per ininterrotte 24 ore una rilevante fuga di ammoniaca che costrinse gli abitanti a scappare dalla città, e persino quando il 22 settembre 1978 un incendio agli impianti dei fertilizzanti costringe nuovamente gli abitanti in fuga, e persino quando l’11 luglio 1986 una vasta nube di nitroso si diffonde dall’impianto del caprolattame, e persino quando il 18 luglio 1988 un camion cisterna si ribalta con un carico di acidonitrosisolforico, e persino quando l’8 marzo fuoriesce nuovamente ammoniaca dalle operazioni di carico di una nave cisterma. Comunque il tempo passa. Passano quindici anni. La quantità di tempo necessaria affinché una qualsiasi e comune patologia tumorale abbia scavato così a fondo nel corpo di un essere umano per diventare incurabile. Ma sono gli anni novanta! Ci sono i Nirvana, i Pearl Jam, gli U2. Ci sono soprattutto i figli di chi in quella mattina di settembre del 1976 era in giro per strada o in spiaggia e che giura non ricordare assolutamente nulla di quello ‘scoppio’. Eppure quello ‘scoppio’ c’è stato e il boato si fa ancora sentire. Si fa sentire nelle analisi del sangue, nelle radiografie dei polmoni, nelle risonanze magnetiche e le risposte non tardano ad arrivare e per giunta sono tutte molto simili: tumori ai polmoni, leucemie, neoplasie cerebrali, ecc… Ma c’è chi che prima di morire va a fondo. Si pone delle domande e le rigira a chi di competenza. Perché non è stato vietato agli operai di lavorare con tanto di quell’arsenico da ricoprire gli stivali. Perché non è stato detto che era pericoloso. Perché anziché curare gli operai già contaminati li si manda a ripulire gli impianti e le aree di lavoro dai materiali tossici fuoriusciti. Perché l’infermeria dell’Enichem occultava le cartelle cliniche dei dipendenti. Perché nessuno ha mai specificatamente detto alla popolazione cosa è successo quello mattina. Perché gli ospedali hanno continuato a negare ufficialmente qualsiasi legame tra l’arsenico e l’incredibile impennata di neoplasie varie che ha colpito la popolazione di Manfredonia negli ultimi vent’anni. Si arriva così al 1996 e all’esposto denuncia contro l’azienda chimica e quindi al processo, grazie al meticoloso lavoro dell’operaio Nicola Lovecchio (deceduto il 9 aprile 1997 per un tumore all’apparato respiratorio), di ricostruzione dei cicli produttivi e delle materie prime utilizzate proprio mentre nei primi anni 2000 nell’area ex-Enichem iniziano le operazioni di bonifica e smantellamento delle vecchie ciminiere a cura proprio di sue società collegate. Pertanto eventuali prove compromettenti saranno fatte sparire per sempre. Il 5 ottobre 2007 la corte si pronuncia e assolve la parte incriminata. L’interesse economico ha campeggiato, come al solito, su tutto. La gente ha creduto nel 2007 come nel 1976. Quello che si rovesciò sulla città non era pericoloso. Infatti non ne vale la pena nemmeno parlarne perché siamo negli anni duemila. C’è Beyoncè e i Tokio Hotel. La sera lungo corso Manfredi si parla di tante cose. Ma soprattutto si vuole credere con tutte le forze che il passato è sepolto e che forse in fondo in fondo più di trenta anni fa non è successo proprio un bel nulla e che Caparezza parla attraverso frasi fatte. Chi ha avuto la sfortuna di vedere un famigliare malato vuole credere ai medici. “Loro” dicono che il male è venuto così, all’improvviso. Non c’è una causa. Anche se io credo fermamente che, rarefatta dal passare del tempo, quella causa c’è. Eccome c’è! 15 agosto 2008. Io e gli amici di una vita passiamo la serata insieme in un ristorante alla porta est di Manfredonia. Siamo sulla strada affollata dai classici ulivi pugliesi e dalla vista del mare notturno attraversato da fuggevoli luccichii che nuotano sulla sua superficie buia. Mentre aspetto che il gruppo di amici si ricomponga guardo dove, a pochissime centinaia di metri da me, un tempo sorgeva la “fabbrica dei veleni e dove ora, invece, “ironia della sorte” sorge un complesso industriale del Contratto d’Area e un Centro commerciale dove si vendono cibi e vestiti. Una leggenda o verità metropolitane narra di enormi contenitori di arsenico nascoste sotto quella terra e quelle pietre e di come i risultati di studi e analisi ufficiali effettuati dal Politecnico di Bari e dall’Asl di Brescia siano stati dichiarati ‘non pubblicabili’ perché compromettenti e in disaccordo con quanto la gente si è impegnata a credere. A credere che le analisi condotte (ma non rese pubbliche) siano risultate perfette. Tutto è nei limiti stabiliti. L’aria è pulita. Il mare è pulito. L’arsenico (semmai ce ne fosse stato) non c’è più. E’ svanito. Volatilizzato. Scomparso. Istintivamente mi guardo le scarpe. Cosa sto calpestando? Quello che ora sto respirando mi ucciderà un giorno? Non lo so. Preferisco non pensarci. Come hanno fatto tutti prima di me. Gli amici sono arrivati tutti. È ferragosto. Ci si ritrova tutti insieme dopo mesi di lontananza lavorativa. Bene, ora non resta che ordinare da mangiare. Di una cosa sono certo però. Sicuramente non chiederò aragoste“. Damiano Cafiero

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Giornalisti complici

Posted by Marco su 22 settembre, 2008

Dopo la strage di africani per mano della camorra in quel di Castel Volturno, oggi, il sito di Repubblica pubblica una lettera di Roberto Saviano, autore del libro ‘Gomorra’. Sono le parole disperate di un ragazzo di 29 anni che ha deciso di premere fino in fondo il pedale dell’acceleratore e puntare dritto contro il muro di omertà che avvolge le istituzioni, il giornalismo e i suoi concittadini campani e vedere cosa succede. Sono le parole di un giornalista che vive sotto scorta da due anni per aver deciso di denunciare il sistema camorristico che avvilisce la società campana e minaccia (o forse lo fa già) di allungare i suoi tentacoli anche altrove. Sono le parole di un uomo che urla tutta la sua solitudine in una battaglia che sembra non interessare nessuno, dalle istituzioni fino agli organi di stampa, che si limitano alla mera e omertosa cronaca di quanto accade. La funzione di denuncia è ormai affidata a pochi giornalisti coraggiosi, tutti sotto scorta e sconosciuti, ed a pochi civili, preti e maestre, ancora più sconosciuti, i quali, forse vinti dalla disperazione o forse animati da uno stoico senso civico, combattono la loro guerra nel cuore dell’Italia. Le parole di Saviano sono forti e chiare e un paese sano le regalerebbe almeno la stessa enfasi che ebbero le scuse di Valentino Rossi dopo la scoperta della sua evasione fiscale. Ma è evidente che il nostro Paese è ormai molto malato. Riporto il passo della lettera che più mi ha colpito: “Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate? Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce […]”. Nel video in alto, Emilio Fede commenta la recente partecipazione di Roberto Saviano al Festival della letteratura di Mantova. Di Fede ormai si è detto tutto. Rappresenta l’antigiornalismo e quanto di più disonorevole ci possa essere in un professionista. Ma in quell’occasione, a mio avviso, ha superato il limite della decenza e della vergogna, distinguendosi nella pletora di giornalisti semplicemente omertosi e rendendosi addirittura complice di coloro i quali Saviano denuncia.

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Sempre la stessa musica

Posted by Marco su 19 settembre, 2008

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Il lodo Alfano ha parato il culo a Berlusconi rendendolo immune dai processi e offrendogli un immeritato privilegio che calpesta una Costituzione già colpita a morte da anni di politica corrotta. Infatti, il processo a suo carico, che lo vede imputato insieme all’avvocato inglese Mills, non si celebrerà almeno fino alla fine del suo mandato. Ma lo staff di Berlusconi questa volta ha mancato di curare i dettagli. Il lodo Alfano, infatti, protegge solo il Presidente del Consiglio e non l’avvocato Mills, il cui processo può continuare indisturbato. Cosa accadrebbe però se questo arrivasse a conclusione e Mills fosse condannato? Sarebbe confermata la circostanza che vide Mills ricevere una tangente dal Cavaliere come ricompensa per aver taciuto i segreti finanziari che si celano dietro le fortune del magnate, o ‘magnaccia’. Berlusconi non sarebbe condannato, ma diventerebbe di fatto un corruttore. E sarebbe la seconda volta, dal momento che già la sentenza che condannò Previti per corruzione nel lodo Mondadori praticamente svelò come Berlusconi riuscì ad accaparrarsi il colosso editoriale. Forse ricordando le parole di Churchill, quando diceva che si può ingannare uno solo per sempre, tutti una volta sola, ma non si può ingannare tutti per sempre, Berlusconi ha deciso così di impedire che il procedimento arrivi a conclusione ed evitare che tutti si accorgano come ‘si è fatto da solo’. Lo ha fatto prima ricusando il giudice Gandus, e ora incatenando i suoi avvocati Longo e Ghedini agli scranni di Montecitorio e impedendo loro di recarsi in tribunale. La difesa del premier viene dunque assegnata ad una giovane avvocatessa d’ufficio che ovviamente prende tempo per esaminare il caso. Alla resa dei conti, al Cavaliere non resteranno che due strade: o fa ammazzare Mills, o modifica il lodo Alfano aggiungendo alle quattro più alte cariche dello Stato anche tutti gli avvocati del Regno Unito con gli occhiali. Ora accendiamo la tv. Carlo Lucarelli conduce ‘Blu notte’ e si parla di rapporti tra mafia e politica. Con il solito ritmo avvincente, il giallista passa in rassegna il processo Andreotti, i rapporti di Dell’Utri, Berlusconi e Cuffaro con la mafia. Vengono mostrate immagini di repertorio con alcune dichiarazioni dei diretti interessati. Ma, puntuale come l’orologio atomico di Torino, arriva la protesta del Pdl. Romani, sottosegretario del Pdl alle Comunicazioni, dichiara: “Trovo che la militanza ideologica di alcuni programmi della Rai, in onda soprattutto sulla terza rete del servizio pubblico, sia inaccettabile. […] Alcune trasmissioni della domenica sera, sono eccessivamente politicizzate e militanti contro il premier Silvio Berlusconi”. Tutti i servi del premier, che, ad ogni afflato non genuflesso, scattano come un antifurto sventolando la bandiera della faziosità e della politicizzazione, dovrebbero rassegnarsi all’idea che il passato del loro padrone fa parte della storia d’Italia, anzi dei misteri d’Italia, e il mistero più grande è che, mentre i cani da guardia abbaiano alle ombre, quell’uomo è ancora lì a legiferare ed a decidere delle sorti del bel paese. Vi ricordate l’orchestrina del Titanic che continuava a suonare nonostante la nave si inabissasse e i passeggeri cercassero disperatamente di salvarsi? E’ quello che accade oggi. L’economia mondiale collassa, l’Alitalia fallisce, la camorra seguita ad uccidere e comandare, ma l’orchestrina di Arcore continua a suonare. Ed è sempre la stessa musica.

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Notizie tossiche

Posted by Marco su 17 settembre, 2008

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Gianluca De Feo ed Emiliano Fittipaldi, giornalisti de L’Espresso, sono gli autori di una scottante inchiesta sul traffico di rifiuti tossici in Campania pubblicata dal periodico la scorsa settimana. Al centro dell’inchiesta ci sono le dichiarazioni di Gaetano Vassallo, un imprenditore che si dice inventore di questo business. Vassallo descrive minuziosamente il mercato dei rifiuti nocivi che, tra il 1987 e il 2005, ha coinvolto numerose industrie interessate allo smaltimento dei rifiuti pericolosi a basso costo. La camorra, rappresentata dal clan dei Casalesi, ha sempre diretto le operazioni, comprando la complicità di sindaci, politici, burocrati, tecnici e forze dell’ordine e fissando i prezzi al chilo dei rifiuti da smaltire. Lo sversamento illegale era effettuato all’interno di discariche abusive, cave e terreni i cui proprietari venivano lautamente ricompensati o, qualora questi opponevano resistenza all’avvelenamento della propria terra e quindi dei prodotti coltivati, indotti a concedere la liberatoria con l’aiuto di una mitraglietta puntata alla testa. Vassallo dichiara di aver lavorato vent’anni per Francesco Bidognetti che, insieme a Francesco Schiavone detto ‘Sandokan’, domina il clan di Casal di Principe. Ma il business dei rifiuti tossici ha attratto anche altri clan della camorra come i Mallardo. L’imprenditore rivela di aver fatto parte degli organi di controllo del consorzio Eco4, gestito dai fratelli Michele e Sergio Orsi, il primo dei quali è stato ucciso dalla camorra l’1 giugno 2008 prima di deporre in tribunale nell’ambito di un processo sullo smaltimento illegale dei rifiuti. Per avvicinarsi alla politica, Vassallo si tesserò con il partito di Forza Italia e ora fa nomi e cognomi di tutti coloro che ha incontrato lungo la sua strada di morte e veleno: Nicola Cosentino, deputato nelle file della Pdl, coordinatore regionale di Forza Italia e attuale sottosegretario all’Economie e Finanza, recentemente accompagnatore del Berlusconi festante per le strade tornate pulite di Napoli, controllava la società Eco4 tutelando gli interessi dei casalesi forse anche in virtù del vincolo di parentela che lo lega al clan camorristico; Mario Landolfi, deputato Pdl, indagato per corruzione e truffa e per aver agevolato clan mafiosi; l’architetto Bovier del Commissariato di governo, l’ingegnere Avallone dell’Arpac (Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania), l’avvocato Cipriano Chianese e Gaetano Cerci, quest’ultimo vicino all’entourage di Licio Gelli. I liquidi nocivi provenivano dapprima dalle numerose concerie della Toscana, una zona ad alta vocazione massonica, un particolare questo da non sottovalutare se si pensa che questi delitti non sono da imputare soltanto ai camorristi con la mitraglietta in mano ma anche e soprattutto ai colletti bianchi in grado di manovrare affari illeciti rimuovendo ostacoli di carattere burocratico-istituzionale altrimenti insuperabili, poi anche da altre industrie del nord e della stessa Campania. Insomma, un gruppo di potere, composto da criminali e uomini delle istituzioni ancora oggi nei posti di comando, ha per anni trasformato la Campania in una gigantesca discarica abusiva, lucrando milioni di euro, seminando morte e terrore e ignorando le norme elementari di sicurezza ambientale in materia di controllo del percolato e filtrazione nelle falde acquifere, che probabilmente i campani e tutti coloro che consumeranno i prodotti agricoli provenienti da quelle terre ne avvertiranno le nefaste conseguenza nei prossimi anni. Questo è uno scandalo enorme che rappresenta l’iceberg che si nasconde sotto la punta della cosiddetta ‘emergenza rifiuti’, materia della scorsa campagna elettorale. E’ uno scandalo di tale portata che gli organi di informazione dovrebbero amplificare almeno nella stessa misura con la quale oggi si parla di Alitalia e la crisi finanziaria americana. Ma cosa accade invece? I media tacciono, mentre 18 agenti della Gdf sono penetrati nelle abitazioni di De Feo e Fittipaldi alla ricerca dei documenti compromettenti. Io non so se hanno perquisito anche le abitazioni di Cosentino, Landolfi, Bovier, Avallone, Chianese e Cerci. Quel che so è che nel nostro Paese tutto funziona al contrario e qualcuno prima o poi dovrà renderne conto.

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Un giorno perfetto

Posted by Marco su 15 settembre, 2008

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E’ sempre il solito copione. Coppia in crisi, figli alle prese con i loro problemi generazionali, un soggetto tratto dalla letteratura romantica moderna, qualche bravo attore attirato dal nome del regista e tanta, tanta noia. La locandina di questo film è ingannevole. La famiglia al centro della storia è disgregata. Il tono delle scene è profondamente drammatico fino a sfociare in una tragedia annunciata dalla scena iniziale che introduce il film con un flash back, strumento registico ormai abusato e assolutamente inutile in questo film. Come inutili sono tanti altri personaggi insieme ai loro intrecci. Dalla paramedica Angela Finocchiaro, onnipresente attrice che in questo film concede solo due espressioni e tre battute, a Nicole Grimaudo, qui alle prese col personaggio di una ragazza, prematuramente divenuta donna, che resta incinta di un uomo molto più maturo di lei, impegnato in politica e alle prese con un figlio ribelle che, guarda un pò che sorpresa, si innamora della sua matrigna. I protagonisti del film sono chiaramente il prodotto di modelli provenienti dal cinema americano dal quale, forse senza saperlo, il sopravvalutato regista turco Ozpetek è stato fortemente condizionato. Ecco, infatti, che gli occhiali, la simpatia e la dolcezza del bambino, di nome Kevin (anche il nome è a stelle e strisce), ricordano molto da vicino il figlio di Renè Zellweger in Jerry Maguire. Valentina, la sorella, è invece la copia di Thore Birc in American Beauty, alla quale si aggiunge perfino l’amica infoiata. Il film termina con una serie di pistolettate più utili a svegliare gli spettatori addormentati che a risolvere la trama. ‘Un giorno perfetto’ appare anche come ciò che un turco vede spiando i mali della nostra società dal buco della serratura. C’è il tema del lavoro precario, delle coppie che divorziano, delle tragedie familiari e della politica di facciata di chi tenta di salvarsi dai guai giudiziari con un pugno di voti. Insomma, un guazzabuglio di trito e ritrito, di minestre riscaldate e di intrecci che ricordano più le soap opera che il cinema d’autore. E’ chiaro che parte del cinema italiano si è dato ormai alla fiction, alle produzioni commerciali, perdendo di vista l’arte di fare cinema con originalità, intelligenza e delicatezza, caratteristiche che rendono unico il cinema europeo. E’ ora di battere strade nuove, di cercare soggetti diversi e di finirla con i drammi domestici, generazionali e di coppia. Che si lascino alla tv quelle storie. Ieri sarebbe stata una bella giornata, ‘un giorno perfetto’, direi, se non avessi scelto di guardare questo film. Voto: 3.

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Ssssst! La mafia non c’è più

Posted by Marco su 10 settembre, 2008

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Passiamo in rassegna alcune notizie passate quasi inosservate in questi giorni sui media nazionali.

Il periodico inglese The Economist annuncia che un tribunale milanese ha respinto le accuse di diffamazione mosse da Silvio Berlusconi nel aprile del 2001 condannandolo a pagare le spese legali. La querela di Berlusconi muoveva da un articolo pubblicato il 26 aprile 2006, in piena campagna elettorale, intitolato “An italian Story”. Sulla copertina di quel numero campeggiava il volto dell’allora candidato premier Berlusconi con il titolo “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy” (Perchè Silvio Berlusconi non è adatto a governare l’Italia). Il sito dell’Economist pubblica anche il pdf della sentenza. L’articolo raccontava le origini delle fortune del magnate di Arcore, i processi a suo carico e i sospetti che gravano sui suoi rapporti con la criminalità e gli aiuti che in passato ha ricevuto da ‘loschi figuri’. Dopo la causa persa con Travaglio e Luttazzi per una intervista, risalente ancora alla campagna elettorale del 2001, sulle frequentazioni mafiose e le alchimie finanziarie del Cavaliere, Berlusconi tenta ancora una volta di far passare per diffamatori coloro che osano scavare nel suo passato. Ma i giudici non ci cascano.

Il Festival della Letteratura di Mantova si è chiuso con l’intervento a sorpresa di Roberto Saviano, autore di Gomorra. Saviano vive da quasi due anni sotto scorta. A 29 anni non può prendere un treno, nè una macchina. Recentemente gli è stata negata anche la casa. Il suo coraggio e le sue inchieste hanno fatto di lui un obiettivo della camorra. Durante il corso del suo intervento, sempre controllato a vista dalla scorta, presente sul palco e mimetizzata tra il pubblico, il giornalista ha spiegato come la stampa napoletana sia interamente schierata dalla parte della camorra. Lo ha fatto citando i titoli delle prime pagine di alcuni giornali locali spiegando come ogni avvenimento venga osservato non dal punto di vista del lettore o del giornalista, ma del boss che lo ispira. Poi si rivolge agli avvocati dei padrini della camorra presenti in sala: “Sono contento che vengano tutte le volte che parlo in pubblico. I vostri assistiti fateli venire direttamente, o pensate che io abbia paura? Ce lo diciamo sempre io e i miei ragazzi: noi non facciamo paura perché non abbiamo paura. È la letteratura che li terrorizza. Sono i lettori che fanno paura”. Minuti di applausi e standing ovation.

Il giudice Giacomo Montalbano ha subito un attentato di origine mafiosa. Alcuni uomini su un fuoristrada, nella notte tra venerdi e sabato scorso hanno appiccato il fuoco nella pineta che circonda la sua villetta a Palermo. I vigili del fuoco sono riusciti a spegnere le fiamme prima che avvolgessero la casa del giudice. Montalbano, già gip di Palermo fino a tre anni fa e ora giudice presso la Corte d’Appello di Caltanissetta, si è sempre occupato dei rapporti tra mafia, imprenditoria e politica. Quando era gip ordinò gli arresti dei favoreggiatori di Provenzano e si occupò dell’inchiesta che vede implicato l’imprenditore Aiello e l’ex presidente della Regione Sicilia Cuffaro.

In Italia la mafia e la camorra non fanno più notizia. Tengono banco gli ultras di calcio, l’immigrazione clandestina, il federalismo della Lega e le presidenziali americane. Eppure la criminalità ha fatto la storia del nostro Paese. Il sentore comune è che oggi la mafia non esista più. Le morti di Falcone, Borsellino, don Puglisi e Peppino Impastato e la stagione delle bombe sono troppo lontane perchè gli italiani ne avvertano ancora la gravità. La politica e i giornali non ne parlano e noi abbiamo dimenticato tutto. Perchè? E’ davvero tutta acqua passata o forse ci stanno nascondendo qualcosa?

” Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”. Leonardo Sciascia.

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Marco Travaglio

Posted by Marco su 9 settembre, 2008

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Marco Travaglio è un ottimo giornalista. Lo seguo da anni, dalla famosa intervista di Luttazzi nel 2001 che fu all’origine del celeberrimo ‘ukase’ bulgaro di Berlusconi. Ho letto alcuni suoi libri, leggo con attenzione i suoi articoli (sul blog, non compro giornali) e lo ammiro in tv. Recentemente l’ho ascoltato anche in teatro in un incontro su temi socio-economici in cui il giornalista era stato palesemente invitato più per la sua fama (erano trascorsi alcuni giorni dalla intervista rilasciata a Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ in cui parlò di Schifani e i suoi affari con uomini successivamente condannati per mafia) che per l’attinenza del personaggio all’oggetto della discussione. In quell’occasione, ricordo fu accolto come un divo. Il teatro Dal Verme di Milano era colmo di gente che non aspettava altro che parlasse Travaglio, per poi andarsene immediatamente dopo il suo intervento, mentre gli altri ospiti sul palco, manager ed economisti, assistevano contrariati al progressivo svuotamento della sala. Travaglio è un giornalista coraggioso, controcorrente. Negli ultimi anni ha affascinato e diviso. Esperto di sentenze e processi, ha subito numerose querele e attacchi personali, ma anche elogi e riconoscimenti. La sua perseveranza nel tirare fuori dagli armadi gli scheletri dei politici e il suo rifiuto a piegarsi alle logiche di potere fa di lui un esempio per la professione che fu di Biagi e Montanelli. Ma possiede anche un punto debole. Importante, credo. Confesso che parte della mia stima verso Travaglio è andata perduta dopo questa presa di coscienza. Esiste una materia nella quale Travaglio non è molto ferrato. Anzi, come ammette lui stesso, non ne sa nulla. Si tratta del signoraggio bancario. Ogni qualvolta qualcuno gli chiede del signoraggio, si indispettisce e prende a rispondere in maniera piccata. In questo video dichiara apertamente che l’argomento gli è oscuro, dunque preferisce non esprimersi. A mio avviso è un atteggiamento corretto, che gli fa onore. La definirei onestà intellettuale. Ma in questo video e in questo il suo atteggiamento cambia. Ad un ragazzo, il solito forse, che gli chiede di pronunciarsi sul signoraggio, Travaglio risponde usando toni saccenti, arroganti e stizziti, assumendo lo stesso atteggiamento di tanti politici e giornalisti, schiavi del Sistema, che Travaglio stesso da anni combatte. Parlo di Fede, Vespa, Mimun, Previti, Dell’Utri. Personaggi che, davanti a domande scomode, fuggono o tentano di screditare chi pone la domanda. Nel rispondere al ragazzo, Travaglio, davanti alla solita platea pronta ad applaudirlo ad ogni presa di posizione e a ridere di gusto alle chiose satiriche che rendono il giornalista anche un personaggio, descrive, con aria di sufficienza e di derisione, l’intervistatore come rappresentante di quel gruppo di persone che sulla Rete sostengono tesi quali signoraggio, scie chimiche, poteri massonici, ecc…In particolare, relativamente al signoraggio, dimenticando l’onestà intellettuale di cui parlavo prima, si sbilancia spiegando come fosse assurdo credere alla ‘favola’ che il debito pubblico derivi sostanzialmente da una perdità di sovranità monetaria ed una remissione della politica economica nelle mani delle banche centrali invece di prendere atto che il pessimo stato dei conti italiani derivi semplicemente da una scellerata gestione della cosa pubblica da parte dei partiti. E’ una opinione. Una opinione da ignorante in temi economico-finanziari, quale lui ha ammesso di essere. E’ l’opinione di chi ha incentrato tutta la sua carriera sulle vicende giudiziarie dei politici contribuendo a costruire l’idea che l’origine dei mali della nostra società sia da rintracciare soltanto nella casta politica, trascurando eventuali altre e più alte e potenti sfere di influenza. La tesi del signoraggio è sostenuta da professori, intellettuali, studiosi e imprenditori. Esiste una vasta bibliografia sul tema che porta prove e documenti a supporto. E’ grave da parte di Travaglio, giornalista abituato a citare sempre fatti documentati, delegittimare coloro che portano avanti tale causa con attività di sensibilizzazione pubblica tentando di trasformare in azioni concrete un movimento di idee. E lo stesso vale per coloro i quali sul web si occupano da anni di scie chimiche e massoneria deviata producendo documentari, libri e conferenze. Ritengo che ogni personaggio pubblico che diventi presto un mito, un guru, un trascinatore, un esempio da imitare, vada criticato ed eventualmente condannato, qualora abusi del suo peso nell’opinione pubblica, almeno nella stessa misura con cui viene esaltato. Resto, comunque, dell’opinione che Marco Travaglio sia tra i migliori cronisti giudiziari italiani. Giudiziari, appunto.

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Mauro mani di forbice

Posted by Marco su 4 settembre, 2008

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Ieri sera, nel corso del Tg2 delle 20.30, abbiamo assistito ad un’altra triste prova di censura mediatica di potere e manipolazione dell’informazione. L’Udc ha organizzato un convegno a Roma sulle riforme in tema di Giustizia in cui hanno partecipato esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Da parte del PD sono fioccate le dichiarazioni di disponibilità al confronto e al dialogo con Berlusconi sulle riforme. Luciano Violante: “La politica consiste nel dialogo: altrimenti c’è lo scontro permanente e pregiudiziale di tutti contro tutti, oppure l’inerzia”. Dario Franceschini: “Figuriamoci se il Pd si può sottrarre al confronto. Piaccia o non piaccia, Silvio Berlusconi è il presidente del Consiglio e questa è la maggioranza”. Clima disteso e amichevole. Forse è l’effetto della tintarella e delle gite in barca. Per il Tg2, niente scontri, niente voci fuori dal coro. Solo strette di mano e dichiarazioni di pace. Anzi no. C’è Di Pietro. Il solito Di Pietro, sempre contrario a tutti e a tutto. Il leader Idv dichiara: “Berlusconi si è tirato fuori dal processo Mills grazie al lodo Alfano, quindi ora non dovrebbe interessargli più. Perchè allora i suoi legali insistono nel chiedere la ricusazione della Gandus? Perchè Berlusconi non vuole che gli italiani sappiano quello che ha combinato: vuole fermare il processo Mills per evitare che venga dimostrata la sua colpevolezza”. E allora “con queste credenziali, io non mi siedo a parlare di giustizia con Berlusconi”. Ma il Tg2 di Mauro Mazza, quello che paventò un ritorno agli anni di piombo a causa delle parole di Beppe Grillo e tacque sulle dichiarazioni di guerra di Bossi, non riporta interamente la sua dichiarazione. La taglia snaturandone il senso. Ecco cosa dice Di Pietro al Tg2: “… e con queste credenziali, io non mi siedo a parlare di giustizia con Berlusconi”. Quali credenziali? Cosa voleva dire l’ex pm? E così, pochi secondi all’Idv e anche questa volta il Tg2 ha fatto il suo ‘dovere’. Risultato per lo spettatore: i partiti collaborano per il bene del Paese; Di Pietro non collabora, farnetica di ‘certe credenziali’ del presidente del Consiglio e quindi si disinteressa del bene del Paese. Alle nove della sera, l’italiano medio, che non usa internet e non ha la parabola satellitare, e che costituisce la maggior parte del corpo elettorale, non si prende la briga di guardare altri tg per sapere cosa voleva dire Di Pietro a proposito di Berlusconi, ma si accontenta di quello che Mazza gli prepara per cena. E si forma un’opinione. Questo è quello che accade nella tv pubblica. Figurarsi sui canali delle televisioni private del Cavaliere.

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Funny Games

Posted by Marco su 2 settembre, 2008

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Facce pulite, modi gentili, abiti e guanti bianchi. Così, due ragazzi sterminano un gruppo di famiglie americane benestanti nelle loro villette a ridosso del lago. Si presentano chiedendo delle uova, ma poi si insinuano lentamente in casa per seminare terrore e morte. Al centro della storia la classica famiglia borghese americana che i film a stelle e strisce ci hanno per anni insegnato a considerare come l’immagine di un’America grassa e facoltosa: mamma giovane e bella, padre in gamba, figlio di dieci anni ma dallo sguardo già maturo, cane, fuoristrada, barca e casa sul lago. Le camere che indugiano sui coltelli da cucina fanno capire sin dalle prime immagini che il sangue non mancherà. I primi venti minuti sono irritanti ed estenuanti. I due freddi e grotteschi protagonisti ubriacano di finte cortesie e atteggiamenti cordiali una bella Naomi Watts che, incredula e irritata, seguita a preparare da mangiare mentre i due assassini già meditano i ‘giochi’ che si apprestano a fare. La pantomima finisce quando il cane, dopo un lamento, smette all’improvviso di abbaiare e Tim Roth, intento a preparare la barca in compagnia del figlio, decide di entrare in casa a vedere cosa succede. Da questo momento inizia una escalation di violenza che porterà alla morte l’intera famiglia, mentre i due si dirigono con la barca a ‘far visita’ alla prossima villetta. Funny Games è un film crudo e straziante. E’ un atto di ribellione alla società del benessere e del consumo, agli stereotipi e al normale corso degli eventi. Il tono beffardo e cinico diventa surreale e fantastico quando Paul (Michael Pitt) ‘resuscita’ il suo amico, colpito da una fucilata, semplicemente riavvolgendo il nastro del film in cui si trova, danzando così lungo il confine, già numerose volte battuto, tra la realtà e la finzione. Nonostante le intense interpretazioni di Tim Roth e Naomi Watts, il film manca di originalità e spessore. Il contrasto espresso dalla contrapposizione tra la musica classica di Mascagni, che introduce il film, e il fracasso dei Naked city con John Zorn, che fa da colonna sonora alla breve fuga del bambino, unitamente alla pallida filosofia sulla realtà e la finzione, non alzano il livello generale della pellicola, che resta confinata nel genere thriller a tinte horror. Un film inutile. Specie se si pensa che è un remake di un originale girato solo undici anni fa dallo stesso regista austriaco. Voto: 5.

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