Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

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L’impotenza delle elezioni

Posted by Marco su 9 novembre, 2010

Negli Stati Uniti le elezioni di mid-term sono considerate un importante ‘termometro’ del gradimento politico della classe dirigente, più concreto e credibile di qualunque sondaggio italiano di Manheimer o Pagnoncelli. Poteva essere una buona occasione per i media nostrani di esaminare lo stato della società e dell’economia degli Stati Uniti, eppure, al di là dei soliti enfatici collegamenti di Giovanna Botteri al Tg3, non mi è parso di vedere altro. Forse un pò per non intaccare il mito di Obama, uscito con le ossa rotte dalle elezioni dopo aver perso il controllo della Camera del Congresso, un pò anche perchè troppo presi dalle entusiasmanti querelle Berlusconi-escort, Berlusconi-Fini, Berlusconi-gay.

Capire come se la passano i più democratici dei democratici nella culla del capitalismo globalizzato è fondamentale per comprendere anche la situazione italiana, che in molti aspetti, nonostante l’italiano appaia spesso come il più corrotto, frivolo e manipolabile, riproduce fedelmente quella statunitense.

L’analisi che segue è una fotografia lucida e cruda degli Stati Uniti amministrati dal premio Nobel Obama, con particolare riferimento al sistema di potere vigente, non solo quello politico, e alla continuità con le politiche dei precedenti governi, a dispetto delle apparenti contrapposizioni ideologiche e della illusoria chimera del cambiamento.

L’IMPOTENZA DELLE ELEZIONI

Gli americani senza lavoro, senza reddito, senza casa, senza speranza …

di Paul Craig Roberts

URL di questo articolo: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21760

Global Research, 4 NOVEMBRE 2010

Nel suo romanzo storico, Il Gattopardo, Giuseppe di Lampedusa scrive che le cose devono cambiare perché rimangano le stesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto nelle elezioni di medio termine del Congresso degli Stati Uniti il 2 novembre scorso.

La delocalizzazione del lavoro, che ha iniziato a diffondersi su larga scala dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha unito il Partito Democratico e il Partito Repubblicano in un solo partito con due nomi. Il tramonto dell’URSS ha cambiato l’atteggiamento dell’India socialista e della Cina comunista aprendo questi paesi, con le loro grandi riserve di forza lavoro in eccesso, ai capitali occidentali.

Spronati da Wall Street e Wal-Mart, il settore manifatturiero ha spostato la produzione nei mercati statunitensi offshore per aumentare i profitti e gli utili degli azionisti servendosi di manodopera a basso costo. Contestualmente, la diminuzione della forza lavoro statunitense ha ridotto il potere politico dei sindacati e la capacità degli stessi di finanziare il Partito Democratico. Il risultato finale è stato quello di rendere i Democratici e i Repubblicani dipendenti dalle stesse fonti di finanziamento.

Prima di questi sviluppi, le due parti, nonostante le loro somiglianze, rappresentavano diversi interessi e fungevano l’uno da controllore dell’altro. I Democratici difendevano il lavoro e concentravano la loro azione politica sulla fornitura di una rete di sicurezza sociale. Social Security, Medicare, Medicaid, buoni pasto, assicurazione contro la disoccupazione, sussidi per la casa, istruzione e diritti civili erano i principali temi trattati dai Democratici. I Democratici erano impegnati in una politica di piena occupazione e avrebbero accettato anche un po’ di inflazione pur di ottenere maggiore occupazione.

I Repubblicani rappresentavano il business. Erano interessati soprattutto nel porre un freno al governo in ogni sua manifestazione, dalla spesa pubblica alle politiche di regolamentazione sociale. La politica economica del Repubblicani consisteva nel battersi per ridurre il deficit di bilancio federale.

Queste differenze hanno portato competizione politica.

Oggi entrambe le parti dipendono finanziariamente da Wall Street, dal complesso militare e della sicurezza, dall’AIPAC [lobby ebraica], dall’industria petrolifera, dal mercato agroalimentare, dall’industria farmaceutica e dal settore assicurativo. Le campagne elettorali non si sviluppano più in dibattiti incentrati sulle tematiche politiche, ma sono diventate una gara a chi getta più fango addosso all’avversario.

La rabbia degli elettori è rivolta contro i politici attualmente in carica, il che è proprio quello che abbiamo visto alle recenti elezioni. I candidati del Tea party hanno infatti sconfitto i Repubblicani nelle primarie e i Repubblicani hanno sconfitto i Democratici nelle elezioni del Congresso.

D’altra parte, le politiche dei due partiti non cambieranno nella sostanza. Il cambiamento consisterà semplicemente nel fatto che i Repubblicani saranno maggiormente inclini rispetto ai Democratici a smantellare il più rapidamente possibile la rete di sicurezza sociale ed eliminare gli ultimi resti delle libertà civili. E questo avverrà mentre i potenti oligarchi privati continueranno a scrivere le leggi che il Congresso vota e il Presidente firma. I nuovi membri del Congresso scopriranno presto che la loro rielezione dipenderà dalla capacità di piegarsi alle volontà delle oligarchie di potere.

Questo potrebbe sembrare duro e pessimista. Ma volgiamo un attimo lo sguardo al passato recente. Nella sua campagna per la presidenza, George W. Bush criticava l’allora presidente uscente Bill Clinton per le sue politiche estere promettendo di ridimensionare il ruolo di poliziotto del mondo incarnato dagli Stati Uniti. Ma una volta in carica, Bush si mostrò fedele alla politica neocon ‘di imposizione dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti per via militare, il che significa occupazione di terre straniere, creazione di governi fantoccio e interventi finanziari per condizionare le elezioni di paesi esteri’.
Obama ha promesso il cambiamento. Egli ha promesso di chiudere la prigione di Guantanamo e di portare le truppe a casa, e invece ha rilanciato la guerra in Afghanistan e iniziato nuove guerre in Pakistan e Yemen, mentre prosegue la politica del predecessore Bush di minaccia verso l’Iran e di accerchiamento militare della Russia.

Senza lavoro, reddito, casa, prospettive e senza la speranza di carriera per i loro figli, gli americani oggi sono arrabbiati. Ma il sistema politico non offre loro alcuna possibilità di portare avanti un cambiamento. Possono cambiare i servi eletti degli oligarchi, ma non la politica e chi comanda davvero.

La situazione americana è terribile. La più immediata conseguenza che ha portato l’avvento di internet ad alta velocità è stata che, alla perdita di posti di lavoro negli stabilimenti produttivi, è seguita l’emorragia occupazionale nel settore dei servizi, quali l’ingegneria del software, che un tempo era un trampolino di lancio per i laureati americani. La classe media oggi non ha prospettive. La forza lavoro americana e la distribuzione del reddito è simile a quella di un paese del terzo mondo, con reddito e ricchezza concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione è impiegata in lavori domestici. Negli ultimi anni la creazione netta di nuovi posti di lavoro si è concentrata su umili occupazioni sottopagate, come cameriere, barista, infermiere di ambulatorio e impiegati nella vendita al dettaglio. La popolazione e i nuovi operatori del mercato del lavoro continuano a crescere molto più rapidamente delle opportunità di lavoro.

Perchè questi temi vengano presi in considerazione ci sarebbe bisogno di maggiore consapevolezza da parte della politica della crisi profonda che stiamo vivendo. Si potrebbe forse ricorrere alla tassazione per incentivare le società americane a produrre internamente i prodotti e servizi destinati ai mercati USA. Tuttavia, le multinazionali e Wall Street si opporrebbero a questo cambiamento.

La diminuzione di gettito fiscale derivante dalla perdita di posti di lavoro, i salvataggi bancari, i programmi di stimolo economico e le guerre hanno moltiplicato da tre a quattro volte il deficit di bilancio degli Stati Uniti. Il disavanzo è ormai troppo grande per essere finanziato dal surplus commerciale della Cina, Giappone e OPEC. Di conseguenza, la Federal Reserve sta portando a termine un massiccio programma di acquisto di buoni del Tesoro e altri titoli di debito. La proroga di tali acquisti minaccia il valore del dollaro e il suo ruolo come valuta di riserva. Se il biglietto verde perde la sua credibilità di moneta di riserva, la fuga dal dollaro potrebbe incidere pesantemente sui redditi da pensione degli americani e sulla capacità del governo degli Stati Uniti di autofinanziarsi.

Eppure, tutte queste politiche distruttive continuano. Non vi è alcun nuova regolamentazione del settore finanziario, perché la finanza non lo permetterà. Le guerre proseguono inesorabilmente, perché i profitti servono a finanziare il complesso militare e della sicurezza e a promuovere gli ufficiali militari ad un grado più elevato e con più alti livelli pensionistici. Elementi all’interno del governo spingono per l’invio di truppe in Pakistan e in Yemen. La guerra con l’Iran è ancora sul tavolo. Ed è in corso la demonizzazione della Cina, che è vista come la causa dei problemi economici degli Stati Uniti.

Critici e Informatori vengono eliminati. Il personale militare che diffonde le prove di crimini di guerra viene condotto agli arresti. Il Congresso chiede che siano giustiziati. Il fondatore di Wikileaks sta cercando di far perdere le proprie tracce, mentre i neoconservatori scrivono articoli con cui chiedono la sua testa agli assassini della CIA. I media che hanno appoggiato le fughe di notizie a quanto pare sono stati minacciati dal capo del Pentagono Robert Gates. Secondo il sito Antiwar.com, il 29 luglio Gates “ha ribadito che non sarebbe fuori dagli obiettivi della CIA il fondatore di Wikileaks Julian Assange o uno qualunque della miriade di mezzi di comunicazione che hanno riferito sulle fuga di notizie”. http://news.antiwar.com/2010/07 / 29/gates-wont-rule-out-targeting-assange-media-in-leak-investigation/

Il controllo degli oligarchi si estende anche ai media. L’amministrazione Clinton ha permesso ad un ristretto numero di grandi corporation di possedere i media americani. I dirigenti delle società pubblicitarie, e non i giornalisti, detengono il controllo dei nuovi media americani, e il valore delle mega-corporazioni dipende dalle concessioni governative. L’interesse dei media è quindi intrecciato a quello del governo e degli oligarchi.

In cima a tutti gli altri fattori che hanno reso le elezioni americane di medio termine prive di senso, c’è la disinformazione che impedisce agli elettori di ricevere le informazioni corrette da parte dei media sui problemi che essi e il paese devono affrontare.

Dal momento che la situazione economica è destinata a peggiorare, la rabbia crescerà. Ma gli oligarchi terranno lontani da se stessi questa rabbia e la dirigeranno verso gli elementi più vulnerabili della popolazione e verso i “nemici stranieri”.

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The Matrix

Posted by Marco su 15 ottobre, 2010

Continua su Repubblica l’ipocrita crociata contro il revisionismo dell’Olocausto. Ad alzare la voce questa volta è il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, che ha invitato il governo a prendere provvedimenti contro i ‘negazionisti’ della Shoah. Governo che ha prontamente risposto, tramite una lettera firmata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, promettendo massimo impegno nel contrastare l’ignoranza e la cecità ideologica di questi storici revisionisti senza scrupoli. A Letta si sono presto accodati scondinzolanti i presidenti di Camera e Senato, bramosi di sodomizzare ancora una volta la Costituzione con una legge ad hoc. A seguire, con un incredibile e commovente afflato unanime parlamentare, tutta l’opposizione, anche la quella ‘vera’ dell’Idv, che per l’occasione si è riunita sotto lo slogan ‘La Costituzione non si tocca, ma una palpatina ogni tanto non si nega a nessuno’, si è scagliata contro i negazionisti dell’Olocausto, colpevoli di idiozia acuta perchè ‘negano la verità’ ricercandola. Tra i numerosi interventi di queste ore, particolarmente divertente è quello di Fabio Mussi, presidente del comitato scientifico di Sinistra e Libertà, il quale, perso nella sua cosmica ignoranza sull’argomento, ha dichiarato che in un paese civile di una legge contro i negazionisti non ci sarebbe bisogno, tacciando di inciviltà la Francia, che già sbatte in galera chi nega l’Olocausto, e dimostrando di non sapere che molte tesi revisioniste sono avallate da esperti e ingegneri che lui dovrebbe rappresentare nel suo partito.

Oggi ho vissuto un’esperienza mistica. Tutto è iniziato con la lettura di questo articolo:

Shoah, Letta rassicura Pacifici

“Governo contro negazionismo”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega lo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA Il governo è impegnato per la verità, contro il negazionismo. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quellapubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Le posso assicurare – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda pietà per i nostri concittadini scomparsi, così da costruire un futuro di pace  e di amore per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi ha avuto la dolorosa opportunità di conoscere, direttamente o attraverso testimonianze, quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” quelle atrocità.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza rafforzasse l’impegno del nostro paese nel contrastare voci negazioniste persino nelle università, fortunatamente in modo isolato, ma presenti in misura più preoccupante nella rete web. Voci che contraddicono la storia. Consideriamo queste posizioni – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con una sua dignità e diritti inviolabili”.

Terminata la lettura, ho iniziato a frugare freneticamente tra le mie cose alla ricerca di una pillola, una pillola rossa. Quando finalmente l’avevo sul palmo della mia mano, un sorriso di compiacimento mi si è stampato sul viso. Ho chiuso gli occhi, aperto la bocca e, dopo pochi secondi, la miracolosa capsula era già nel mio stomaco. Ad un tratto nulla mi sembrava come prima. I muri, l’aria, gli odori, i colori, tutto mi sembrava nuovo, attraente, migliore, e giusto. Sembrava un sogno, un piacevole sogno. Poi ho riaperto il sito di Repubblica e ho cliccato di nuovo l’articolo sulla Shoah. Ed ecco cosa ho trovato:

Shoah, Letta blocca Pacifici

“Governo a favore della libertà di espressione”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio risponde alla lettera del presidente della comunità ebraica di Roma, pubblicata da Repubblica. “Nulla di intentato perché prevalga la verità”. Chi nega la libertà di ricerca sullo sterminio degli ebrei lo fa per “ignoranza” e “cecità ideologica”

ROMA – Il governo è impegnato per la verità, contro gli antinegazionisti. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in una lettera in risposta a quella pubblicata da Repubblica e firmata dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. In cui, in occasione della ricorrenza della deportazione degli ebrei romani da parte dei nazifascisti, avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, Pacifici chiede di approvare una legge per punire chi nega la Shoah. Il riferimento è all’ultimo caso, la lezione del professor Claudio Moffa all’università di Teramo.

“Devo ricordarLe – scrive Letta – che il governo non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia, unite a un sentimento di profonda solidarietà per coloro i quali sono perseguitati per aver pubblicato o diffuso studi revisionisti, così da costruire un futuro di libertà e di giustizia per tutta l’umanità e per la città di Roma”. “Con il passare degli anni e l’avvicendarsi delle generazioni sottolinea Letta -, aumenta la responsabilità di chi si fa carico di approfondire la conoscenza di quanto accaduto in quei giorni”. “Ciascuno di noi, tanto più se rappresenta le istituzioni – garantisce il sottosegretario -, sente pressante l’obbligo di denunciare” ogni limitazione alla libertà di espressione e di ricerca.

“Vorremmo, signor presidente – scrive ancora Letta rivolgendosi a Pacifici -, che la celebrazione di questa dolorosa ricorrenza non venga strumentalizzata per attaccare voci contrastanti la versione ufficiale della Shoah persino nelle università, anche se in casi sporadici, ma fortunatamente presenti in misura più capillare nella rete web. Voci che contraddicono la storiografia ufficiale. Consideriamo la Sua posizione – ammonisce il sottosegretario – frutto dell’ignoranza e di una cecità ideologica che si rifiuta di riconoscere come l’umanità sia capace di commettere crimini orrendi, se perde la cognizione che ogni singolo essere umano è persona con un suo pensiero critico e diritti inviolabili”.

Mi sono rimaste ancora un paio di pillole, qualcuno ne vuole?

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Cogito ergo dubito

Posted by Marco su 8 ottobre, 2010

Sul sito Repubblica.it ieri è apparso un articolo che riguarda un professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’università di Teramo, prof. Claudio Moffa, che il 25 settembre scorso ha tenuto una lezione sull’Olocausto, con particolare riferimento alle tesi che negano la versione ufficiale e comunemente accettata sui tragici avvenimenti che insanguinarono l’Europa nel corso del secondo conflitto mondiale. Alcune delle frasi choc pronunciate dal prof. Moffa, che tanto scandalo sembrano destare nella redazione de La Repubblica, sono le seguenti: “Non c’è alcun documento di Hitler che dicesse di ‘sterminare tutti gli ebrei’”; “L’edificio che viene mostrato ai ragazzi delle scuole ad Auschwitz  è un edificio che non ha nessuna delle caratteristiche tecniche atte ad essere stato una camera a gas. Il Zyklon B veniva usato per disinfestare gli abiti dei reclusi: se usato al fine di ‘gassarè i deportati, nelle quantità previste e raccontate da Rudolph Höss (comandante di Auschwitz, ndr) al processo di Norimberga, sarebbe stato tecnicamente impossibile. La cifra e i tempi forniti da Höss, di 2000 persone gassate al giorno, non fanno tornare i conti”.

Il disappunto dell’autore dell’articolo, Marco Pasqua, si manifesta inizialmente quando scrive: “[…] il video è pubblicato sulle pagine web del docente, sulle quali appaiono frequentemente articoli in difesa della libertà di espressione, fatta coincidere, in questo caso, con la libertà di negare l’Olocausto”. Si lascia intendere che non può esistere la libertà di negare l’Olocausto. Fare ricerca e dimostrare l’infondatezza o la falsità di fatti storici che, seppur universalmente riconosciuti, non sono mai stati indagati sino in fondo, secondo Repubblica non farebbe parte della libertà di espressione? Il secondo quotidiano più importante d’Italia sarebbe quindi a favore del reato di opinione? O, peggio, di indagine? Sarà questo allora il motivo per cui Repubblica ignora che in Francia esiste la legge Gayssot che dichiara reato mettere in dubbio l’esistenza dei crimini nazisti. E ignora soprattutto il fatto che un ingegnere chimico francese di 41 anni, Vincent Reynouard, è attualmente in carcere per aver diffuso un opuscolo con cui proponeva il suo punto di vista sull’Olocausto nazista. Nessun omicidio, né alcuna violenza. Solo un’opinione. Per Reynouard nessun Saviano si straccia le vesti per difendere la sua libertà d’espressione.

E’ questa la coerenza di Repubblica: da una parte si raccolgono firme per difendere una condannata per omicidio in Iran e dall’altra si mette alla gogna un professore italiano con l’accusa di aver reso partecipe i propri allievi delle sue ricerche storiche.

E’ il paradosso. E non finisce qui. In un passaggio successivo, Pasqua si spinge ad invocare il contraddittorio alle parole di Moffa, dimostrando di aver conseguito il patentino di giornalista senza aver mai frequentato un’aula universitaria, perchè altrimenti saprebbe che regolarmente le lezioni si svolgono senza contraddittorio (mi sembra di riascoltare gli attacchi furibondi alle trasmissioni televisive di Luttazzi, reo di fare ‘satira senza contraddittorio’).

Le ultime chicche di Pasqua per screditare Moffa sono, in primo luogo, il suo ‘elogio ad Ahmadinejad’, come se il leader iraniano fosse il primo della lista dei ricercati dell’FBI, e, in secondo, le parole del presidente della Comunità Ebraica Renzo Gattegna, che si chiede quali siano le “reali intenzioni” dei revisionisti della Shoah. Le intenzioni sono spiegate chiaramente dal professor Moffa, il quale, citando lo storico ebreo Norman Finkelstein e il suo libro ‘L’industria dell’Olocausto’, parla di “un arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze al mondo (lo Stato di Israele, nda) ha acquisito lo status di vittima. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche”. Oltre al legittimo desiderio di fare chiarezza su avvenimenti storici di così grande portata, lo scopo del revisionismo dello sterminio ebreo è essenzialmente politico, cioè dimostrare quanto incerte siano le basi da cui prendono le mosse i sentimenti di solidarietà e comprensione che da sempre siamo abituati a nutrire verso il popolo ebreo e lo stato d’Israele, fino a giustificare o ignorare ogni sorta di crimini e abusi di cui il paese giudeo si è reso protagonista dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il clima di intolleranza sollevato da Repubblica verso le divergenze dal pensiero unico indotto viene esacerbato dai commenti degli utenti, che si lasciano andare a insulti, auspici di una subitanea condanna della magistratura (con quale reato?) e inviti ad andare a vivere in Iran, neanche fosse la Cambogia di Pol Pot, peraltro ignorando che proprio su Repubblica qualche giorno fa un giornalista raccontava di un tranquillo viaggio in moto attraverso l’Iran, il paese canaglia nemico dell’Occidente, durante il quale ha ricevuto solo ‘amicizia e ospitalità’. Ma naturalmente questo articolo non prevedeva commenti.

Leggo proprio ora che anche i politici, dal ministro dell’Istruzione a esponenti dell’opposizione, stanno alzando la voce all’indirizzo di Moffa, per il quale si prevedono provvedimenti. Le accuse sono davvero strampalate e mostrano chiaramente che non si sa di cosa si sta parlando. Si va dall’apologia del nazismo (semmai è il contrario, i revisionisti ne ridimensionano la forza) all’odio razziale (come può una ricerca storica produrre odio razziale?) fino all’accusa di ‘dire che la Shoah non è mai esistita’ (i revisionisti non negano l’Olocausto, ma ne contestano i numeri e la storiografia).

Il dubbio è un toccasana per la mente, specie quella di uno studente universitario.

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Alcune grandi menzogne della Scienza

Posted by Marco su 22 luglio, 2010

Informarsi costa tempo e impegno. Quando non si è al lavoro o al market, alla difficile lettura di un articolo di economia o geopolitica è facile preferire il più distensivo e alienante cazzeggio. Il cazzeggio distrae, diverte, è figo. E’ vero. Ma quando inibisce la voglia di porsi delle domande su ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo, allora diventa un narcotico pericoloso. Leggo blog e siti di approfondimento indipendenti da più di due anni con una certa assiduità, e vedo lentamente crollare nella mia mente un castello di certezze più o meno granitiche sui dogmi ufficiali della realtà in cui viviamo, lasciando al suo posto fatti, date, nomi e domande, tante domande.

Non so se le torri gemelle siano crollate per un inside job, se le scie chimiche fanno parte di un piano coordinato di natura militare con lo scopo di avvelenare lentamente la popolazione mondiale, se il sistema bancario si fonda su meccanismi truffaldini ideati allo scopo di affamare la gente e costringerla a ipotecare anche l’anima, se il Nuovo Ordine Mondiale sia il progetto politico degli Illuminati che dall’impero babilonese ai giorni nostri controllano i cardini principali della società, se l’organizzazione massonica della Rosa Rossa si nasconda dietro i delitti del mostro di Firenze, se i fatti più noti di pedofilia siano la punta dell’iceberg di una rete internazionale di pedofili di cui fanno parte personaggi molto in vista della politica e delle istituzioni. Quello che so è che la verità ufficiale è spesso incompleta, vaga, reticente e spudoratamente falsa.

ALCUNE GRANDI MENZOGNE DELLA SCIENZA

di Dr Denis G. Rancourt

“La maggioranza dei politici, sulla base delle prove a nostra disposizione, non sono interessati alla verità ma al potere ed alla sua conservazione. Per non intaccare questo potere è necessario che le persone restino ignoranti, ignoranti della verità, anche di quella verità che riguarda le loro vite. Ciò che ci circonda è dunque un grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo” – Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura nel 2005.

La forza delle gerarchie di potere che controllano le nostre vite dipende da ciò che Pinter definisce “il grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo”. Pertanto, le principali istituzioni che ci collegano a queste gerarchie – e cioè scuole, università, mass media e società di intrattenimento – hanno come scopo principale quello di creare e proteggere l’arazzo. A questo appartiene tutto l’insieme di scienziati e intellettuali a cui è stato affidato il compito di “interpretare” la realtà.

In effetti, gli scienziati e gli “esperti” modellano la realtà in modo da renderla sempre adattabile e coerente con l’arazzo mentale del momento. Essi devono anche inventare e costruire nuove branche dell’arazzo in modo da servire anche gli interessi di gruppi di potere specifici offrendo loro nuove occasioni di profitto. Questi servitori del Potere vengono poi regolarmente ricompensati con avanzamenti di carriera.

La menzogna del denaro

Gli economisti rappresentano l’esempio più lampante di questo sistema. Probabilmente non è un caso che negli Stati Uniti alla fine del XIX° secolo la categoria professionale degli economisti sia stata la prima ad essersi ‘spaccata’, in una battaglia che ha contribuito a definire i confini della libertà di insegnamento nelle università. Il sistema accademico avrebbe da quel momento in poi imposto una rigorosa distinzione tra un modo di agire incentrato sull’ipotesi e la teoria, considerato accettabile, ed uno fondato sulla riforma sociale, ritenuto inaccettabile [1].

Qualunque accademico che desideri far carriera sa bene cosa significhi questo. Contestualmente, nonostante la lontananza dalla società reale, il mondo accademico è divenuto abile a sviluppare una immagine altisonante di sé, usando espressioni quali: ‘La verità è la nostra arma più efficace’, ‘La penna è più forte della spada’, ‘Una buona idea può cambiare il mondo’, ‘La ragione ci conduce fuori dalle tenebre’, e così via.

La mission dell’economia è diventata quindi nascondere la menzogna del denaro. La nefasta pratica del prestito, la fissazione dei prezzi e i controlli monopolistici sono state le principali minacce al diritto naturale di un mercato libero, e si sono manifestate soltanto come difetti di un sistema auto-regolato che potrebbe essere tenuto a freno attraverso adeguamenti dei tassi di interesse e altre “garanzie”.

Intanto, nessuna delle principali teorie economiche fa menzione del fatto che il denaro viene creato all’ingrosso da un sistema bancario a riserva frazionaria che persegue segretamente gli interessi di privati a cui è stato assegnato il potere di generare e distribuire debito che sarà poi restituito (con gli interessi) dall’economia reale, innescando in tal modo una continua concentrazione di beni e potere nelle mani di pochi a scapito di tutte le economie locali e regionali.

Tutti noi invece i soldi dobbiamo guadagnarceli perchè non possiamo crearli dal nulla e non ne possediamo mai un centesimo in più fino alla morte. La classe media paga un affitto o un mutuo. La schiavitù salariale viene perpetuata, diffusa in aree stabili e istituita nelle sue forme più pericolose in tutti i territori di nuova conquista.

E‘ abbastanza singolare che la più grande truffa (creazione di moneta privata come debito) mai perpetrata e applicata su scala planetaria non trovi spazio nelle teorie economiche.

Gli economisti sono talmente presi dal calcolare gli alti e i bassi dei profitti, i rendimenti, i tassi d’occupazione, i valori di borsa, ed i benefici delle fusioni per gli operatori di medio livello da non accorgersi di trascurare alcuni elementi fondamentali. E’ come occuparsi della costruzione di un edificio ignorando il fatto che il terreno è situato in zona sismica mentre gli avvoltoi svolazzano in cielo formando un cerchio.

E intanto i finanzieri scrivono e riscrivono le norme a loro uso e consumo, anche se non risulta dalle loro teorie macroeconomiche. L’unico elemento ‘umano’ che gli economisti considerano nei loro ‘profetici’ modelli matematici è il trend di consumo per le fasce sociali basse, e non la manipolazione del sistema in quelle più alte. La corruzione è la norma, nonostante non appaia nelle analisi economiche. Le economie, le culture e le infrastrutture delle nazioni vengono deliberatamente sfasciate allo scopo di asservire le generazioni future ad un nuovo e più grande debito nazionale, mentre gli economisti fanno previsioni catastrofiche se questi debiti non saranno onorati…

Strumenti di gestione per i padroni, e fumo e specchi per noialtri. Grazie agli esperti economisti.

La medicina è la salute della menzogna

A tutti è capitato di ascoltare un medico, magari alla radio, dichiarare che l’aspettativa di vita è aumentata grazie alla medicina moderna. Nulla di più lontano dalla verità.

L’aspettativa di vita è aumentata nei paesi del Primo Mondo, grazie ad una mancanza storica di guerre civili e territoriali, cibi migliori e più accessibili, meno lavoro e infortuni sul lavoro, migliori condizioni di lavoro e di vita generale. L’indicatore più importante dello stato di salute di un paese è quello economico, a prescindere dall’accesso alla tecnologia medica e farmaceutica.

La medicina non ha allungato l’aspettativa di vita. Al contrario: essa ha in realtà avuto un impatto negativo sulla salute dell’uomo. Gli errori medici (senza contare i decessi attribuiti erroneamente a ‘trattamenti’ gestiti in maniera corretta) sono la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo le malattie cardiache e il cancro, e vi è un ampio divario tra questa stima conservativa del numero di morti causati da errori medici e la quarta principale causa di morte [2]. Dato che la medicina può fare ben poco per le patologie cardiache e il cancro, e dal momento che ha solo un effetto statistico positivo limitato nel settore degli interventi post-traumatici, possiamo concludere che la salute pubblica potrebbe migliorare se tutti i medici semplicemente sparissero. Basti pensare a tutte le perdite di tempo e lo stress che le persone malate risparmierebbero…

Uno dei luoghi più pericolosi per la società è l’ospedale. Negli errori medici rientrano le diagnosi e le prescrizioni sbagliate, le prescrizioni di farmaci che non dovrebbero essere combinati, interventi chirurgici inutili, superflui o trattamenti mal gestiti a base di chemioterapia, radioterapia e chirurgia correttiva.

In questa menzogna rientra anche l’idea che i medici riescano sempre a capire il funzionamento del corpo umano. E’ proprio questa falsa convinzione che ci porta a riporre la nostra fiducia nei medici, favorendo così i profitti delle grandi case farmaceutiche.

La prima cosa che i volontari di Medici Senza Frontiere (MSF) dovrebbero fare nelle zone colpite dai disastri è dimenticare la loro ‘formazione medica’ e darsi da fare per soddisfare i bisogni primari della popolazione, come acqua, cibo, riparo, e le misure necessarie alla prevenzione delle epidemie, e non somministrando vaccini, intervenendo chiururgicamente o somministrando farmaci…La salute pubblica deriva principalmente dalla sicurezza, stabilità e giustizia sociale, dal benessere economico, piuttosto che da risonanze magnetiche (MRI) e medicine.

Questi cialtroni applicano sistematicamente “trattamenti consigliati” mai testati e prescrivono pericolosi medicinali per ogni tipo di disturbo: pressione alta, stile di vita sedentario, cattiva alimentazione, apatia a scuola, ansia nei luoghi pubblici, disfunzioni erettili post-adolescenziali, disturbi del sonno, e tutti gli effetti collaterali causati proprio da questi farmaci.

Seguendo una incredibilmente perversa – seppur professionale – logica, i medici preferiscono somministrare farmaci per rimuovere i sintomi che sono indicatori di rischio, piuttosto che affrontare le vere cause delle patologie, ottenendo come unico risultato quello di aggredire ulteriormente l’organismo.

E’ assurdo ciò che oggi la medicina rappresenta per noi: essa è solo uno strumento per instupidirci (ovvero mantenerci ignoranti del funzionamento del nostro corpo) e renderci artificialmente dipendenti dalle gerarchie di potere. Le persone economicamente svantaggiate non muoiono per scarsità di cibo, ma per le precarie condizioni di vita e le sofferenze derivanti dalla loro povertà. I medici confesserebbero mai alla radio questa evidente verità?

Menzogne della scienza sull’ambiente

Lo sfruttamento estrattivo delle risorse, l’espropriazione delle terre e la creazione e la diffusione di schiavitù salariale sono devastanti per le popolazioni indigene e per l’ambiente su scala globale. E’ quindi fondamentale nascondere questi crimini sotto un velo di analisi di esperti e di vaghe politiche di sviluppo. Una prestigiosa classe di intellettuali, composta da studiosi dell’ambiente e consulenti, è utilie proprio questo scopo.

Gli esperti ambientali, più o meno consapevolmente, lavorano fianco a fianco con i truffatori della finanza, media mainstream, politici e burocrati nazionali e internazionali per mascherare i problemi reali e creare nuove opportunità di profitto per esclusive élite potere. Ecco alcuni casi particolari.

Freon e Ozono

Conoscete qualcuno che è stato ucciso dal buco dell’ozono?

Il Protocollo di Montreal del 1987 che vieta i clorofluorocarburi (CFC) è considerato un caso emblematico in cui la scienza e la governance globale raggiunsero un accordo per il bene della Terra e i suoi abitanti. Ma quante volte questo accade per davvero?

Proprio in concomitanza con la scadenza del brevetto Du Pont per la produzione di freon (TM), il refrigerante più utilizzato del mondo, i media principali iniziarono a raccogliere osservazioni scientifiche altrimenti arcane e ipotesi circa la concentrazione di ozono negli strati alti dell’atmosfera al di sopra dei poli.

Questo ha portato ad una mobilitazione internazionale per criminalizzare i CFC, mentre DuPont sviluppava e brevettava un refrigerante sostitutivo che fu prontamente certificato per l’uso.

Nel 1995 fu assegnato un premio Nobel per la chimica a seguito di un esperimento di laboratorio che provava l’influenza dei CFC sulla riduzione del buco dell’ozono nell’atmosfera. Nel 2007 è stato dimostrato che questo esperimento era gravemente viziato da una sovrastima del tasso di riduzione pari ad un ordine di grandezza invalidando quindi il modello.[3] Senza considerare che qualsiasi esperimento di laboratorio non tiene in considerazione le particolari condizioni che si creano realmente nelle zone più alte dell’atmosfera. Possiamo dunque affermare che i meccanismi di assegnazione del Nobel sono influenzati dai mezzi di comunicazione e dai particolari interessi delle lobby?

Ma c’è di più. Si scopre che il nuovo refrigerante non è, come si temeva, inerte, caratteristica che invece il freon possedeva. Esso quindi corrode i componenti del ciclo frigorifero ad un ritmo molto più veloce di quanto non facesse il gas vietato. Frigoriferi e congelatori che un tempo duravano per sempre, ora diventano inutilizzabili dopo circa otto anni, riempiendo ad un ritmo vertiginoso le discariche di tutta l’America del nord; questo è avvenuto anche grazie al sostegno della propaganda verde per il risparmio energetico con il frigo chiuso (in condizioni di non utilizzo).

Inoltre, non abbiamo perso tempo a rinunciare al sole per paura che i raggi UV possano provocare il cancro, restando così dipendenti da soluzioni mediche come le creme solari, un mercato creato di recente. I ricercatori chimici più brillanti sono infatti già al lavoro per scoprire la molecola che sarà in grado di bloccare il sole e che sarà presto brevettata da Big Pharma. Non appena questo accadrà, già prevedo un forte aumento di interviste ad esperti che metteranno in guardia sul rischio di cancro alla pelle…

Pioggia acida sulla foresta boreale

Negli anni Settanta c’erano le piogge acide. Migliaia di scienziati di tutto il mondo (emisfero settentrionale) si sono occupati della “questione ambientale più urgente del pianeta”. La foresta boreale è il più grande ecosistema della Terra e si diceva che i suoi milioni di laghi correvano il rischio di essere distrutti dall’acido proveniente dal cielo.

A causare le piogge acide erano le ciminiere degli impianti a carbone che vomitavano solfuri nell’atmosfera causando le precipitazioni nocive. In teoria, la pioggia acida interessava le terre e i laghi della foresta boreale, ma l’acidificazione era praticamente impossibile da individuare. I laghi incontaminati nel cuore dei parchi nazionali dovevano essere studiati per decenni nel tentativo di individuare una acidificazione statisticamente rilevante.

Nel frattempo, i laghi ed i loro bacini idrografici sono stati distrutti dall’artigianato, dall’agricoltura, dalle foreste, dalle miniere, dalla pesca intensiva e dal turismo. Nessuno di questi disastri locali è stato studiato e diffuso. Gli scienziati, invece, hanno preferito rivolgere la loro attenzione agli impianti di combustione del carbone ubicati in siti a grande distanza, all’inquinamento atmosferico e alle reazioni chimiche che si verificano nelle goccioline di pioggia. Uno studio ha trovato che le uova di una particolare specie di pesce depositate in un acquario sono estremamente sensibili all’acidità (pH). Sono stati scritti lunghi trattati a proposito dell’equilibrio e del trasporto dei cationi nell’atmosfera spostando l’attenzione dalla distruzione del suolo causata da sfruttatori privati facilmente identificabili verso complicati processi chimici dell’atmosfera frutto del progresso e della industrializzazione.

Come fisico e scienziato della Terra divenuto in seguito esperto ambientale, ho personalmente letto praticamente tutte le pubblicazioni scientifiche che si occupavano di piogge acide e non, e non ho mai trovato un esempio dimostrato di impatto negativo su laghi o foreste dovuto alle piogge acide. A mio avviso, contrariamente a quanto più volte sostenuto dagli scienziati autori di queste pubblicazioni, la ricerca sulle piogge acide dimostra che con ogni probabilità la pioggia acida non era un problema.

Questo schema messo in atto da gruppi organizzati di finti ricercatori dell’ambiente sarà applicato in scala molto maggiore solo decenni più tardi con la teoria del riscaldamento globale.


Il Riscaldamento Globale come una minaccia al genere umano

Nel 2005 e 2006, molti anni prima che lo scandalo Climategate nel novembre 2009 incendiasse i media che sospinsero l’opinione pubblica verso l’accettazione del sistema cap&trade dei crediti di carbonio e il relativo trilione di dollari di generosi finanziamenti che aspettano ancora l’approvazione, parlai della truffa del riscaldamento globale in un saggio che Alexander Cockburn definì su The Nation “uno dei migliori saggi sul mito dell’effetto serra visto da una prospettiva di sinistra”. [4] [5] [6]

Il mio saggio indusse David F. Noble a studiare il problema e scrivere The Corporate Climate Coup, un libro che descrive come i media avevano accolto favorevolmente l’idea che la finanza potesse ottenere ricavi senza precedenti dalla causa ambientalista.[7]

I paragrafi introduttivi di Global Warming: Truth or Dare? sono i seguenti [4]:

“Parlai in anticipo delle forti motivazioni sociali, istituzionali e psicologiche che hanno contribuito a costruire e conservare il mito della minaccia dominante del riscaldamento globale (il mito del riscaldamento globale, in breve). Descrivo queste motivazioni partendo dai meccanismi di funzionamento della professione scientifica e della rete globale del mondo imprenditoriale e finanziario insieme ai suoi governi ombra”.

“La mia opinione è che la forza di gran lunga più distruttiva del pianeta è rappresentata dai finanzieri assetati di potere e dalle corporazioni orientate esclusivamente al profitto e dai loro cartelli sostenuti dalle forze militari; e che il mito del riscaldamento globale è un elemento di distrazione che contribuisce a nascondere questa verità. A mio parere, attivisti che, usando altri argomenti, alimentano il mito del riscaldamento globale sono stati in realtà cooptati dal sistema, o al massimo neutralizzati “.

Altri passaggi che approfondiscono questa tesi [4]:
“Scienziati ambientali e agenzie governative sono pagati per studiare e monitorare problemi che non mettono a rischio alcun interesse corporativo e finanziario. Non sorprende quindi che essi abbiano preferito criticare la devastazione del pianeta dovuta all’estrazione delle risorse parlando delle emissioni di CO2. Il problema principale di questa teoria è che non si può controllare un mostro affamato chiedendogli di cagare meno”.

“Il riscaldamento globale è sostanzialmente un falso problema creato dalla classe media del cosiddetto Primo Mondo. Nessun altro si preoccupa del riscaldamento globale. Gli operai sfruttati nel Terzo Mondo non si preoccupano del riscaldamento globale. I bambini iracheni nati con malformazioni genetiche a causa delle bombe a uranio impoverito non si preoccupano del riscaldamento globale. E neanche l’annientamento delle popolazioni aborigene in tutto il mondo può essere ricondotto al fenomeno del riscaldamento globale, fatta eccezione forse per il fatto che gli aborigeni potrebbero essere gli unici a comprenderci”.

“Non si tratta di risorse limitate. [“La quantità di denaro speso ogni anno in cibi per animali domestici negli Stati Uniti ed Europa sarebbe sufficiente a fornire cibo e assistenza sanitaria di base a tutta la popolazione dei paesi poveri, e ne avanzerebbe anche una discreta somma” (Human Development Report delle Nazioni Unite , 1999)] Parliamo di sfruttamento, oppressione, razzismo, potere e avidità. Giustizia economica, umana e animale portano a sostenibilità economica, che a sua volta è sempre basata su pratiche rinnovabili. Riconoscere i diritti fondamentali dei popoli nativi porta inevitabilmente ad estrarre risorse in maniera più oculata e nel rispetto degli habitat naturali. Impedendo le guerre e gli interventi imperialisti si abbatte automaticamente lo sfruttamento delle nazioni. Un vero controllo democratico sulla politica monetaria conduce nel lungo termine alla rimozione del sistema basato sul debito “.

Esiste anche una critica approfondita che definisce la scienza come un carrozzone starnazzante interessato solo ad ingannare se stesso [4]. Il Climategate conferma ciò che dovrebbe essere scontato per ogni scienziato: la scienza, quando non aiuta a dormire, è una mafia.

Conclusioni

E’ tutto questo continua anche oggi. Ai giorni nostri, cosa non è una bugia?

Guardate la recente truffa del virus H1N1, un altro esempio da manuale. E’ pazzesco quanto a lungo durino queste messe in scena: gel antisettici pronti in ogni angolo in un batter d’occhio; studenti delle scuole superiori che si sballano bevendo l’alcol contenuto nei gel; cessazione della diffusione del ceppo virale prima che i vaccini già pagati siano prodotti in massa; nessun obbligo per le case farmaceutiche di provarne l’efficacia; garanzie pubbliche ai produttori di vaccini in caso di contenziosi legali intentati dagli acquirenti; addetti della sicurezza sanitaria nelle università che insegnano agli studenti a tossire correttamente, ecc…

Pura follia. Da cosa scaturisce questa stupidità così radicata nel Primo Mondo? Fa parte del nostro cammino verso il fascismo [8]?

Qui c’è un’altra cosa da dire: gli educatori diffondono le menzogne che noi impariamo perché ci vengono insegnate. Questa falsa educazione viene spesso direttamente denunciata dagli stessi educatori più radicali [9] [10].

I professori universitari preparano i piani di studio come se gli studenti realmente imparassero tutto ciò che viene loro consegnato, mentre la verità è che gli studenti non imparano tutto ma solo ciò che devono imparare. Invertire l’ordine dei corsi non farebbe alcuna differenza sul numero degli studenti che imparano. Gli studenti possono anche consegnare delle sciocchezze e i professori non se ne preoccuperebbero. L’obbedienza e l’indottrinamento è tutto ciò che importa, e l’unico requisito richiesto è saper imbrogliare. Gli studenti lo sanno e coloro che non sanno ciò che devono sapere non conoscono neanche loro stessi. [8] [9] [10]

Ogni opinione di esperto o paradigma dominante fa parte di questo inganno.

Ci rifiutiamo di conoscere la verità perchè ci fa orrore.

Denis G. Rancourt è stato professore di ruolo presso l’Università di Ottawa in Canada. Si è formato come fisico e praticò la fisica, le scienze della Terra e ambientali, settori nei quali ricevette finanziamenti da un’agenzia nazionale esercitando in un laboratorio riconosciuto a livello internazionale. Ha pubblicato oltre 100 articoli sulle principali riviste scientifiche. Ha tenuto lezionii di attivismo popolare e fu un aperto critico dell’amministrazione universitaria e un difensore dei diritti dei palestinesi. E’ stato licenziato per la sua dissidenza nel 2009. [Cfr. http://www.academicfreedom.ca]

L’articolo originale è qui.

Note

[1] “No Ivory Tower – book” by Ellen W. Schrecker.
[2] Radio interview with Dr. Barbara Starfield: CHUO 89.1 FM, Ottawa; January 21, 2010.
[3] Nature 449, 382-383 (2007).
[4] “Global Warming: Truth or Dare? – essay” by Denis G. Rancourt.
[5] “Questioning Climate Politics – Denis Rancourt says the ‘global warming myth’ is part of the problem”; April 11, 2007, interview in The Dominion.
[6] Climate Guy blog.
[7] “The Corporate Climate Coup – essay” by David F. Noble.
[8] “Canadian Education as an Impetus towards Fascism – essay” by Denis G. Rancourt.
[9] “Pedagogy of the Oppressed – book” by Paulo Freire.
[10] “The Ignorant Schoolmaster – book” by Jacques Rancière.

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Il Club Bilderberg

Posted by Marco su 5 giugno, 2010

E’ da ingenui pensare che ministri e presidenti decidano i cambi di governo, gli accordi economici, i trattati internazionali; ed è difficile dare un nome a chi lo fa al posto loro, nascondendosi dietro a fondazioni o istituzioni di facciata. Da alcuni mesi ormai, in Italia, stanno iniziando a trapelare alcune notizie strane. La mafia ha smesso di recitare la parte del mostro cattivo e solitario (anche se la tv si ostina rappresentarla come tale) per lasciare il posto ad apparati statali, istituzioni, servizi segreti deviati, ‘centri oscuri’, come Walter Veltroni, gasato dai suoi ultimi successi (?) editoriali, va dicendo in tv da qualche tempo. Le stragi del ’92-’93 è probabile dunque che non siano solo opera di picciotti con la coppola, ma abbiano goduto della ispirazione di ‘menti raffinatissime’, che di certo non potevano abitare in fatiscenti casolari periferici e non parlavano con l’accento siciliano. Finalmente, dunque, le denunce che da anni uomini coraggiosi come Roberto Scarpinato e Salvatore Borsellino portano avanti pressoché inascoltati iniziano a trovare conferma.

Per fortuna, di uomini coraggiosi in grado di guardare al di là della realtà più ovvia e comoda da accettare ce ne sono anche all’estero. Uno di questi è Daniel Estulin. Estulin è un giornalista investigativo che da 15 anni concentra i suoi sforzi sul club Bilderberg, un gruppo esclusivo di uomini di potere internazionali rappresentanti del mondo dell’industria, dell’economia, della politica, dell’editoria e della finanza. Nel suo libro Il Club Bilderberg, best seller tradotto in 50 lingue, Daniel Estulin racconta che il Gruppo Bilderberg è stato fondato dal principe dei Paesi Bassi Bernhard nel 1954, anno in cui si tenne la prima riunione del gruppo nell’Hotel Bilderberg a Oosterbeek, in Olanda. Da allora, ogni anno gli uomini più influenti del pianeta si incontrano segretamente per discutere di questioni internazionali. E, al contrario delle irritanti fiere delle buone intenzioni come G8, G20 e summit di varia natura in giro per il mondo, al Bilderberg si prendono decisioni e si cambia il corso della storia. Questo può accadere per la semplice ragione che i partecipanti alle blindatissime riunioni del Bilderberg Group non sono meri rappresentati del Potere, ma sono il Potere. Al Bilderberg il conflitto di interesse non è una violazione dei principi democratici, ma la regola. Se le decisioni prese non riguardano i tuoi affari, la tua presenza non è gradita. Idem se non svolgi una professione che in qualche modo può servire gli interessi dei bilderbergers.

Ecco i nomi di alcuni dei più illustri partecipanti alle riunioni del Bilderberg:

– David Rockefeller (ex direttore generale e presidente della JP Morgan Chase Bank e membro fondatore del Bilderberg)

– Zbigniew Brzezinski (ex consulente per la sicurezza nazionale di Carter e stratega ispiratore delle politche espansioniste degli USA)

– Henry Kissinger (ex segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, inviato di Obama in Russia e tra i fondatori del Bilderberg)

– Etienn Davignon (ex vice presidente della Commissione Europea e presidente onorario del Bilderberg)

– Jean-Claude Trichet (Presidente della Banca Centrale Europea)

– Paul Volcker (ex presidente della Federal Reserve e attuale presidente del comitato esecutivo dell’Economic Recovery Advisory Board)

– Peter Sutherland (ex direttore generale dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), primo direttore del WTO, attuale presidente della British Petroleum e della Goldman Sachs)

A questi si aggiungono tanti altri, anche italiani (Gianni Agnelli, Franco Bernabè, Romano Prodi, Mario Monti).

Con un abile lavoro di  spionaggio, forse ereditato da suo nonno ex agente del Kgb, Daniel Estulin è riuscito in questi anni a carpire informazioni sensibili circa l’agenda segreta degli uomini del Bilderberg, i quali, allungando le mani sulle politiche monetarie, sulla finanza, sull’economia, sulle politiche sociali dei paesi, sui media, sui servizi segreti e sugli ambienti militari, dispongono di un potere totale e incontrollabile dalle masse, tenute completamente all’oscuro o distratte con falsi problemi. Controllando i cartelli del petrolio, ad esempio, essi possono decidere gli aumenti del costo unitario del barile, causando a cascata danni enormi all’economia reale delle imprese e i dei consumatori; invitando alle riunioni strateghi militari e CEO di multinazionali nel campo dell’estrazione delle materie prime, decidono guerre e invasioni militari allo scopo di impossessarsi delle ricchezze dei paesi; controllando le banche centrali (Trichet e Volcker, e quest’anno il Bilderberg ospita anche Bernanke e Draghi) detengono il controllo dell’emissione del denaro e quindi dei cicli economici; avendo al loro interno i vertici dell’intelligence possono ottenere qualsiasi tipo di informazione e destabilizzare stati interi per piegarli alle richieste del Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, laboratori delle idee elaborate al Bilderberg, di cui sono propaggini. Ma è solo grazie al controllo della stampa e dei principali media al mondo che gli uomini del Bilderberg riescono a far accettare alla gente le loro decisioni, diffondendo con enfasi tesi inverosimili per giustificare atti estremi.

Gli uomini del Bilderberg, che spesso figurano anche tra i membri di altre organizzazioni internazionali come la Trilateral Commission (TC), il Council of Foreign Relationships (CFR) e la Royal Institute of International Affairs (RIIA), sono accomunati tutti dall’obiettivo ultimo di creare un ordine mondiale centralizzato, compatto, verticistico. Un ordine unipolare, in cui a contare saranno solo gli interessi di pochi attori, e non delle nazioni e le loro identità. A dispetto della natura cinica e criminale del piano mondialista, le parole magiche con cui questi affaristi assetati di potere stanno lentamente ottenendo i loro obiettivi hanno un suono conciliante: libero mercato, liberalizzazioni, liberismo, globalizzazione, area di libero scambio, deregulation. Parole che oggi pesano come macigni sulle spalle di chi le accolse con speranza, e sui loro figli che non ancora si sono accorti di quello che sta accadendo.

I fatti, le situazioni e le prospettive future raccontate nel saggio investigativo di Estulin Il Club Bilderberg aiutano a spostare l’attenzione e concentrare gli sforzi intellettuali di ognuno di noi sul Potere vero che agisce su scala globale, abbandonando per un attimo il cortiletto della politica nazionale, comunque importante, ma da inquadrare in un contesto più ampio e internazionale. Questo sforzo di astrazione dall’ultima querelle di partito verso una visione più allargata degli eventi sarà ripagato dalla scoperta di interessanti chiavi interpretative relative ai fatti più importanti della politica interna italiana, dall’assassinio Moro a Mani Pulite.

Il Bilderberg 2010 è in corso proprio in questi giorni a Sitges, in Spagna, e durerà fino al 6 giugno. Gli invitati di quest’anno li trovate qui. Martedì scorso Daniel Estulin è stato convocato al Parlamento Europeo per tenere una conferenza sul club Bilderberg e i suoi piani rispondendo ad un iniziativa dell’eurodeputato britannico Nigel Farage e del leghista italiano Mario Borghezio (si, proprio lui).

Nonostante Vespa, nel bel mezzo di crisi diplomatiche e sociali, continui ad ospitare cuochi e ballerine, grazie a giornalisti come Daniel Estulin qualche verità sta ora venendo alla luce.

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Il paradosso nucleare

Posted by Marco su 6 maggio, 2010

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare (TnP) è un accordo stipulato nel 1970 a cui aderiscono 189 paesi. Praticamente tutti, eccetto Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Lo scopo del trattato è il progressivo smantellamento delle testate nucleari esistenti e la promozione di un utilizzo pacifico del nucleare, fermo restante il divieto di condurre nuovi progetti di sviluppo di armi atomiche. Questo scopo, nobile e condivisibile sulla carta, inevitabilmente comporta che una mancata ratifica del trattato equivale a dichiarare guerra al resto del mondo o comunque a non condividerne le spinte pacificatrici. Con le dovute eccezioni, però. Dal momento che possiede testate nucleari e non ha ratificato il TnP, Israele dovrebbe infatti figurare nel novero degli ‘stati canaglia’ e meritare lo sdegno del segretario di Stato Hillary Clinton. Ma questo non accade, perchè Israele, nonostante tutto (inclusi gli insediamenti coloniali e le continue vessazioni ai danni dei palestinesi), è il partner storico degli USA e suo principale avamposto nel ricco Medio Oriente. Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente. Il vero paradosso si manifesta quando la disapprovazione degli USA e di altri paesi occidentali (tra cui l’Italia), i cui delegati hanno abbandonato la sala del Palazzo di Vetro dell’ONU in segno di protesta per le parole di Ahmadinejad, si riversa nei confronti di un paese che ha ratificato il TnP e che non possiede alcuna testata nucleare, cioè l’Iran.

La situazione è dunque la seguente: da un lato abbiamo un paese, gli Stati Uniti, che dichiarano di avere 5513 testate nucleari sul suo territorio, a cui si aggiungono altre in giro per il mondo, tra cui 480 solo in Europa; dall’altro l’Iran, un paese di cui non si ha notizia circa la detenzione di armi nucleari, che possiede uranio arricchito al 3% (20% è il limite per usi civili, più del 90% per usi militari) ed ha dichiarato più volte di portare avanti i suoi progetti nucleari per scopi esclusivamente civili (approvigionamento energetico), che ha acconsentito alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ed ha aderito al TnP. Ma, nonostante le evidenti disparità di condizioni, incredibilmente sono gli USA a fare la voce grossa all’indirizzo dell’Iran, colpevole di ‘non valorizzare il trattato di non proliferazione’. Un trattato che gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali hanno invece dimostrato di valorizzare mandando solo delegati o segretari all’assemblea ONU, al contrario dell’Iran, di cui Ahmadinejad era l’unico capo di Stato presente tra i paesi che lo hanno ratificato.

Qual’è la colpa di Ahmadinejad che starebbe per portare la corazzata moralizzatrice della c.d. comunità internazionale ad infliggere nuove sanzioni all’Iran? E’ tutto nelle parole pronunciate dal leader ayatollah davanti all’assemblea ONU, che potete ascoltare nel video in alto o leggere integralmente qui.

In sintesi, Ahmadinejad chiede che, unitamente alla non proliferazione nucleare, gli stati si impegnino sul disarmo, cioè sulla distruzione delle armi atomiche attualmente a disposizione negli arsenali; che l’AIEA espella dal suo interno gli Stati Uniti, perchè è irragionevole pensare che paesi che considerano le armi atomiche motivo di superiorità e arma di ricatto verso stati più deboli e che hanno già fatto uso della bomba atomica in Giappone e di uranio impoverito in Iraq possano autodisarmarsi ed essere credibili ed affidabili nel processo di non proliferazione nucleare; che gli USA ritirino le armi atomiche americane dal Giappone, Italia (50 ad Aviano, 40 a Ghedi Torre), Olanda e Germania; l’attuazione della risoluzione della conferenza del 1995 sulla Free Nuclear Zone in Medioriente (attualmente l’unica potenza nucleare del Medioriente è Israele, con più di 400 testate atomiche).

Inoltre, l’Iran ha accettato la proposta dell’AIEA di scambiare con l’estero materiale nucleare arricchito al 20% con materiale al 3%, per fugare i timori di quanti pensavano che lasciare la repubblica islamica arricchire l’uranio in casa propria costituisse una minaccia alla sicurezza globale. L’unica condizione che Ahmadinejad ha chiesto è stata che questo scambio avvenisse sul territorio iraniano, e non altrove, per consentire un migliore controllo. Mi sembra un atteggiamento collaborativo e ragionevole, che certo non viola i principi del TnP, ma che fa a pugni con l’idea artatamente costruita dai media che vuole un Iran alacremente al lavoro per costruire in gran segreto la bomba atomica e distruggere Israele. Le dichiarazioni di Obama e del suo segretario di Stato Hillary Clinton, che si sono affrettati a richiamare Ahmadinejad al “rispetto degli obblighi internazionali”, pena isolamento internazionale e diminuzione di sicurezza (sic) e prosperità (sanzioni, embarghi), accusandolo “di fare di tutto per distrarre l’attenzione dalle sue responsabilità mettendo a rischio il TnP”, sono da inquadrare proprio nell’ottica di conservazione di questa immagine posticcia, che ha come obiettivo l’accentuazione della contrapposizione fra Iran, libero e indipendente, e il resto del mondo globalizzato (leggi USA) in vista della prossima patetica guerra nella terra degli scià.

Fino a quando gli Stati Uniti non faranno i conti con il loro passato non potranno mai avere la presunzione nonché l’autorità morale di dettare il presente e pianificare il futuro di altri paesi, e l’unica cosa che saranno in grado di fare è abbassare la testa ed abbandonare la sala.

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Tony Blair indiziato per crimini di guerra

Posted by Marco su 28 aprile, 2010

Se l’Iran di Ahmadinejad invadesse un paese africano uccidendo 600 mila civili in meno di 3 anni senza una motivazione suffragata da prove, cosa direbbe oggi la nostra c.d. comunità internazionale? Come verrebbe definito il presidente iraniano dagli editorialisti nostrani? Probabilmente, prima ancora di dargli una definizione, i caccia della NATO avrebbero già raso al suolo Teheran e impiccato Ahmadinejad. Ma se al posto di Ahmadinejad ci fosse un premier occidentale, più ‘civile’ e democratico, il discorso cambia. Il paese africano diventa uno stato canaglia, l’attacco militare senza giustificazione una guerra legittima, le seicentomila vittime civili un prezzo accettabile.

L’ex premier britannico Blair, oggi inviato per la pace in Medio Oriente, si è recato in Malesia in occasione di un convegno su questioni internazionali. L’accoglienza che gli è stata riservata non gli avrà certamente ricordato quella che ebbe in Vaticano quando si recò in visita a Papa Ratzinger.

Il solito Chossudovsky ci racconta quanto successo.

TONY BLAIR  INDIZIATO PER CRIMINI DI GUERRA

di Michael Chossudovsky

Nel corso di una conferenza organizzata in Malesia dal Success Resources Company, l’ex premier britannico Tony Blair è stato al centro di una forte manifestazione di protesta che chiedeva la sua incriminazione per Crimini di Guerra.
Questa non è una contestazione come le altre. L’atto di accusa per crimini di guerra rivolta nei confronti di Tony Blair è stato ufficialmente formalizzato da una iniziativa legale promossa dall’ex primo ministro malese, il Dr. Mahathir Mohamad.
Il Tribunale e la Commissione per i Crimini di Guerra sono organismi che si avvalgono del contributo dei più importanti giuristi. Le prove documentali a sostegno dell’accusa a Bush e Blair sono state accuratamente selezionate e raccolte a partire dal 2006.  L’iniziativa è guidata da alcuni degli avvocati più in vista della Malesia.

In una pubblica dichiarazione Mahathir ha espresso disgusto per le società che hanno sponsorizzato la visita di Blair in Malesia. ‘Come potete fare pubblicità ad un bugiardo e ascoltarne i consigli? Avete intenzione di gestire con la menzogna anche i vostri affari?’, si domanda.

Piuttosto che confondersi con i delegati presenti, Blair ha preferito nascondersi nella sala VIP del Kuala Lumpur Convention Center, circondato dal personale di sicurezza inglese e malese. Al momento dell’ingresso nella sala principale del convegno, Tony Blair ha rischiato seriamente di ricevere un formale atto di accusa per crimini di guerra:

Zainur Zakaria, presidente della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur, l’avvocato Matthias Chang, procuratore capo della Commissione, Ram Karthigasu e Christopher Chang, membri della Perdana Global Peace Organization, un rappresentante   dell’Associazione malese Siew Kwong  e due rappresentanti della Comunità irachena in Malesia hanno eluso la sicurezza registrandosi come delegati.

Alle 08:30, alcuni membri delle ONG si sono riuniti all’ingresso del centro congressi per protestare contro la visita del criminale di guerra Blair. Gruppi di attivisti in incognita si sono posizionati davanti ai tre ingressi della sala per affrontare e tentare di consegnare a Blair l’atto di accusa. Ma l’ex premier inglese non poteva essere visto entrare nel centro congressi. L’ex premier inglese, infatti, era già entrato e si nascondeva in una sala VIP al di sopra della sala convegni dove si è tenuta la conferenza. Originariamente l’evento era programmato alle dieci del mattino, anche se gli organizzatori hanno negato l’esistenza di un programma.

Agenti di sicurezza inglesi e malesi pattugliavano i corridoi senza mai perdere di vista i sette delegati che attendevano Blair. Ad un certo punto è iniziata a circolare la voce che Blair non avrebbe parlato quel giorno, il che destò stupore tra i delegati. Era chiaro che si cercava di far passare la notizia che Blair avrebbe parlato solo domenica, nella speranza che i sette delegati abbandonassero il loro appostamento.

Ma alle 11:25 i sette delegati hanno scoperto che Blair si trovava nella stanza VIP appena sopra la sala congressi decidendo così di posizionare tre di loro per scattare delle fotografie.
Alle 11:30 Blair e la sua squadra di sicari hanno abbandonato la sala VIP per guadagnare l’entrata della sala congressi.

In quel momento Matthias Chang e Zainur Zakaria si sono precipitati a consegnare a Blair l’atto d’accusa, mentre i rappresentanti iracheni gli urlavano a gran voce e ripetutamente: “Assassino di massa, criminale di guerra, vergognati!”. Blair, palesemente turbato, mostrava sorrideva imbarazzato.

A Chang e Zakaria alla fine è stato impedito di consegnare l’accusa a Blair da più di 30 addetti inglesi e malesi al personale di sicurezza. Entrambi sono comunque riusciti ad urlare nell’orecchio di Blair le parole: “Criminale di guerra, vergognati! Assassino di massa!”

Zainur Zakaria ha protestato contro gli agenti di sicurezza della Malesia chiedendo a gran voce: “Perché proteggete un criminale di guerra?”. Gli agenti di sicurezza non potevano che rispondere con una espressione stupita.

Dopo aver dichiarato con arroganza nell’ambito dell’inchiesta Chilcot a Londra che non aveva rimorsi per aver invaso l’Iraq nonostante non ci fossero armi di distruzione di massa, Blair ma mostrato la sua codardia di fronte a soltanto sette delegati.

La Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur ha affermato che questo è solo l’inizio di una campagna globale di lotta contro i criminali di guerra come Bush e Blair ed è importante che il mondo inizi ad adottare campagne simili contro Bush e Blair.
Mentre questi eventi sono stati riportati dalla stampa malese, nel Regno Unito la visita di Tony Blair in Malesia è passata praticamente inosservata. In realtà, al di fuori della Malesia, la notizia non ha avuto alcuna copertura mediatica.

Silenzio assordante e complicità dei media britannici? Sono certo che alla Gran Bretagna interesserebbe sapere cosa è successo a Tony Blair a Kuala Lumpur.

Michel Chossudovsky è professore di Economia, Direttore del Center for Research on Globalization (CRG), Membro della Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur e firmatario dell’iniziativa 2005 Kuala Lumpur per Criminalizzare la Guerra.

L’articolo originale è qui.

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Cosa si nasconde dietro il colpo di stato in Kirghizistan?

Posted by Marco su 19 aprile, 2010

Se imparassimo ad alzare lo sguardo verso quello che succede nel mondo, forse si schiuderebbe un ventaglio di soluzioni inaspettate per i nostri problemi, o, più semplicemente, diverrebbe più facile decifrare gli eventi globali per giudicarli con cognizione di causa e buon senso. In Kirghizistan è appena avvenuto un colpo di stato. Quello vero, non quello che paventa Di Pietro pensando al presidenzialismo berlusconiano. Il premier Bakiyev è stato spedito in esilio mentre un nuovo governo ad interim si è insediato. Cosa c’entra il Kirghizistan con noi, si chiede chi guarda i tg. C’entra, eccome. Il Kirghizistan ospita una base aerea americana di importanza vitale per la guerra in Afghanistan, una guerra che l’asse USA-NATO sta combattendo con il supporto attivo dell’Esercito Italiano, e nell’ambito della quale tre nostri operatori di Emergency sono appena stati arrestati e rilasciati dalle autorità afgane della provincia di Helmand. Il Kirghizistan, questo piccolo e parassitario paese euroasiatico, è al centro di un territorio conteso tra USA e Russia, due grandi potenze nucleari (altro che Iran) che, a dispetto dei sorrisi di Obama e Medvedev, instancabili operatori per un ‘mondo più sicuro’, si scrutano con diffidenza, ben consci del fatto che alterare certi equilibri potrebbe portare ad un conflitto davanti al quale non basterà una dichiarazione ad effetto di Fini a farci voltare dall’altra parte.

Passate le frettolose cronache dei tg nazionali, questo articolo di Eric Walberg servirà a chiarirci le idee sul ruolo che il Kirghizistan sta giocando a cavallo tra USA e Russia.

KIRGHIZISTAN: UN’ALTRA RIVOLUZIONE COLORATA. Ma allora, cosa si nasconde dietro il colpo di stato in Kirghizistan?

di Eric Walberg

Dopo i disordini della scorsa settimana nella capitale Bishkek, che hanno causato la morte di 81 persone e il danneggiamento di edifici governativi e appartamenti privati di Kurmanbek Bakiyev, la pretesa che il presidente di un piccolo paese come il Kirghizistan possa giocare un ruolo di primaria importanza nel panorama politico globale ha messo in luce l’ormai dimissionario leader della ‘Rivoluzione dei Tulipani’.

L’anno scorso Bakiyev cercò di avere la meglio sulle due principali potenze mondiali quando minacciò con sfrontatezza di chiudere la base aerea statunitense, fondamentale per la guerra in Afghanistan, dopo aver firmato un modesto piano di assistenza con la Russia, che poi annullò quando gli USA accordarono un pagamento triplo dell’affitto dello spazio militare per un ammontare di 60 milioni dollari l’anno, unitamente ad un pacchetto di aiuti pari a 100 milioni di dollari. Questa politica si tradusse in una perdita di fiducia da parte di entrambe le potenze, fino a ritrovarsi solo quando nella scorsa settimana la situazione degenerava con lo scoppio di rivolte popolari simili a quelle che lo avevano portato al potere nel 2005.

Ma se nel 2005 erano gli USA ad aiutare Bakiyev ad inaugurare una nuova era di democrazia e libertà (“Rivoluzione dei Tulipani”), questa volta è stata la Russia ad aiutare la coalizione di governo provvisorio guidata dal leader dell’opposizione ed ex ministro degli Esteri Roza Otunbayeva a rimettere insieme i cocci. Dal momento che Otunbayeva guarda al tradizionale sostegno estero del Kirghizistan come l’unica strada per uscire da una situazione di potenziale fallimento di Stato, gli strateghi americani, intimiditi e preoccupati, stanno già pensando di convincere i russi che gli Stati Uniti non hanno piani a lungo termine nella regione e che possono lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni. Riconoscendo l’ovvio, così scrive Eric McGlinchey sul New York Times: “Il Kirghizistan fa parte del cortile di casa della Russia, e il fatto che dipendiamo da loro per la base aerea militare necessaria alla nostra guerra in Afghanistan non cambia la situazione. Presentare un fronte unito con la Russia, tuttavia, aiuterebbe Washington a mantenere la sua base aerea ed evitare un’altra guerra di offerte economiche”.

Questo colpo di stato segue la stessa logica del più dignitoso rifiuto della ‘Rivoluzione Arancione’ di Febbraio in Ucraina e ha offerto una nuova prospettiva di vita agli uomini politici dell’opposizione georgiana, che seguiranno l’esempio del Kirghizistan se il presidente della ‘Rivoluzione delle Rose’ continuerà a sputar loro addosso tutto il suo livore anti-russo. E’ evidente che ormai l’intera strategia USA nelle repubbliche ex-sovietiche sembra essere svelata, con l’Uzbekistan ancora fuori dai giochi per i suoi gravi abusi dei diritti umani e la recente inaugurazione di febbraio del nuovo gasdotto dal Turkmenistan alla Cina.

Ribaltando il dietrofront di Bakiyev, Otunbayeva aveva inizialmente chiarito che la base Usa sarebbe rimasta aperta, per poi ritornare sui suoi passi ore dopo, con estremo stupore dei i vertici dell’establishment statunitense, dicendo che la base sarebbe stata chiusa per ‘motivi di sicurezza’, nonostante l’accordo, rinnovato lo scorso giugno, fosse valido fino al rinnovo previsto nel mese di luglio di quest’anno. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha subito chiamato al telefono Otunbayeva e inviato a Bishkek il suo assistente Robert Blake, il quale ha annunciato con sollievo che la base sarebbe comunque rimasta aperta.

Ma, a differenza di Bakiyev, Otunbayeva non è un politico furbo che pensa solo ad arricchire se stesso e la propria famiglia. Il suo predecessore, infatti, l’anno scorso incaricò suo figlio Maxim di negoziare il lucroso affare dell’affitto del suolo kirghizo per la base americana (a proposito, che fine hanno fatto quei 160 milioni di dollari?) nominandolo capo della nuova Agenzia Centrale Nazionale per lo Sviluppo, gli Investimenti e l’Innovazione. Otunbayeva è al di sopra della politica corrotta dei suoi predecessori. Laureata all’Università Statale di Mosca ed ex rettore della Facoltà di filosofia dell’Università Nazionale di Stato del Kirghizistan, è stata ministro degli Esteri sotto le due amministrazioni di Askar Akayev e Bakiyev. Ha prestato servizio come primo ambasciatore del Kirghizistan negli Stati Uniti e in Canada, e successivamente nel Regno Unito. Nel 2007 è stata eletta al Parlamento nella lista dei candidati del Partito socialdemocratico, diventando capo dell’opposizione SDP nel mese di ottobre 2009.

E’ stata a Mosca già due volte quest’anno, a gennaio e marzo, ed ha stretto legami con il Partito Unito della Russia. I suoi primi colloqui formali come presidente ad interim sono stati con Putin. Dietro il ripensamento di Otunbayeva circa la base militare USA c’è la tensione indotta dalla prepotenza degli americani nella società kirghiza, che fino all’11 settembre 2001 era una pacifica comunità che doveva alla Russia il livello di sicurezza ed il benessere economico raggiunti. Non c’è dubbio che oggi il popolo kirghizo preferirebbe di gran lunga conservare i buoni rapporti con la Russia piuttosto che con gli Stati Uniti. La base aerea statunitense non ha portato finora alcun beneficio per le comunità circostanti, fatta eccezione per il traffico di alcolici e prostitute destinati ai marines.

A dispetto dei suoi comportamenti antidemocratici, la minaccia di Bakiyev di chiudere la base americana non era altro che una risposta alle pressioni provenienti dall’opinione pubblica. Gli abitanti del posto erano furiosi perchè un soldato americano aveva ucciso al di fuori della base e successivamente trascinato all’interno un inerme kirghizo, senza che questo comportasse alcuna conseguenza, così come il recente caso, ammesso dagli stessi soldati americani, in cui un elicottero fece fuoco su due agenti disarmati del nuovo staff della Reuters a Baghdad uccidendoli, fatto liquidato come ‘indagine militare’. Questo risentimento, e l’instabilità sociale che esso produce, rappresentano ciò a cui Otunbayeva alludeva con la concisa espressione ‘motivi di sicurezza’.

A questo punto, la domanda che tutti si pongono è la seguente: questa volta è stata la Russia a manovrare gli eventi per vendicare un torto? Vero, non correva buon sangue tra Putin e Bakiyev dopo che questi si era rimangiato la sua promessa di chiudere la base americana lo scorso anno. L’atteggiamento bizzarro di Bakiyev negli ultimi due anni aveva certamente irritato i russi. A prescindere dalla questione della base Usa, i rapporti tra il Cremlino e il governo kirghizo di Bakiyev si erano fortemente deteriorati negli ultimi mesi, in parte anche a causa delle posizioni sempre più ostili alla Russia assunte dal governo, compreso il blocco dei siti web in lingua russa e la crescente discriminazione mostrata al cospetto degli uomini d’affari russi. Non è un caso, infatti, che la Russia il 1° aprile abbia imposto i dazi sulle esportazioni di energia in Kirghizistan.

Quando Otunbayeva annunciò che la base militare americana sarebbe stata chiusa, si pensò subito ci fosse il Cremlino dietro il colpo di stato. Ma questa ipotesi è stata smentita dallo stesso Obama. “Le persone che avrebbero agito in Kirghizistan … Queste sono tutte persone con cui siamo in contatto da molti anni. Possiamo affermare con certezza che non si tratta di un colpo di stato anti-americano”, ha assicurato Michael McFaul, Senior Director per gli affari russi dell’amministrazione Obama, proprio mentre Obama e Medvedev sorridevano alle telecamere a Praga nella celebrazione per il disarmo nucleare. Il Presidente degli Stati Uniti ha inoltre prontamente respinto l’ipotesi che si fosse trattato di un ‘qualsiasi colpo di stato sostenuto dai russi’, sostenendo – in modo consono all’occasione – che la cooperazione tra USA e Russia in Kirghizistan è stata un’ulteriore dimostrazione del miglioramento delle relazioni tra le due superpotenze.

Come riferisce l’analista del Diligence LLC (organizzazione americana composta da ex agenti dei servizi segreti, giornalisti ed esperti di legge, nda) Nick Day: “La Russia dominerà il Kirghizistan e questo causerà problemi agli Stati Uniti”. Sì, e allora? La Russia è per definizione molto vicina a ciò che accade nei paesi dell’ex Unione Sovietica. I russi e i loro simpatizzanti vengono continuamente in contatto sul territorio. Ai primi di marzo, un membro del consiglio degli Anziani e capo del partito dei Pensionati Omurbek Umetaliev disse: “Crediamo sia inaccettabile permettere l’esistenza su questo piccolo territorio delle basi militari di due potenze mondiali in conflitto tra loro su questioni cruciali di politica internazionale. Sebbene la presenza di una base militare russa in Kirghizistan sia storicamente giustificata, la presenza militare degli USA e della NATO è una minaccia per i nostri interessi nazionali”.

Vero. Inoltre, la minaccia di chiudere la base è un duro colpo per la strategia imperiale degli Stati Uniti in Eurasia, in particolare per le sue operazioni in Afghanistan, che sarebbero gravemente compromesse senza la base aerea di Manas. Gli Stati Uniti riforniscono il 40 per cento delle basi operative in Afghanistan per via aerea perché i Talebani detengono il controllo delle strade principali del paese. Nella base di Manas transitano ogni giorno 1500 soldati americani, 50000 soltanto nel mese scorso, mentre 1200 sono permanentemente di stanza in Kirghizistan. A causa dei continui attacchi ai convogli di rifornimento militare che transitano attraverso il Pakistan, il Pentagono intende trasferire gran parte della rete di rifornimento in una nuova Rete di Distribuzione del Nord, che attraversa proprio il Kirghizistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan.

Il giudice Paul Quinn, direttore per l’Asia centrale del Gruppo Internazionale di Crisi, facendo rapporto da Manas, ha dichiarato che esiste il timore che un’intensificazione di queste spedizioni statunitensi potesse provocare attacchi da parte del Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) e dell’Unione della Jihad islamica, gruppi che hanno un folto seguito di fedeli nell’irrequieta valle di Ferghana, che si divide tra kirghizi, in gran numero, tagiki e uzbeki, ed è stata testimone di più di una rivolta nel recente passato. “E’ evidente che la Rete di Distribuzione del Nord costituisce un problema”, dice il giudice Quinn. “Esso porta l’Asia Centrale a rivestire un ruolo principale nel teatro di guerra”.

La confusione regnante sulla base Usa in Kirghizistan si troverà adesso in cima all’agenda ricca di impegni del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che farebbe bene a guardare al di là del prossimo colpo di stato dal fiore appassito. “In Kirghizistan dovrebbe esserci solo una base, e questa dev’essere russa”, ha gelidamente dichiarato ai giornalisti un alto funzionario russo a Praga. “La Russia lo userà come leva nei negoziati con gli USA”,  prevede Nick Day.

Un’altra chiave di interpretazione di questa vicenda è che rappresenta un’occasione d’oro per Obama per un definitivo cambio di rotta rispetto alla politica da cowboy del suo predecessore Bush e dei neoconservatori, e per costruire dei ponti reali con la Russia, un paese che resta vitale per il Kirghizistan qualunque siano i fantasmi geopolitici che si agitano nelle menti di Washington. La deliziosa ironia del colpo di stato kirghizo risiede nel fatto che, mentre Medvedev e Obama si stringevano la mano a Praga, dove la Russia ha sostanzialmente ceduto al diktat americano sui piani di difesa missilistica, l’inerzia geopolitica in Kirghizistan andava si muoveva in senso contrario a favore della Russia, mentre i piani geopolitici degli USA nella regione euroasiatica affondavano e il pallino del gioco tornava in mani russe.

Ma dov’è l’assurdità nell’importanza cruciale della base per gli interessi degli Stati Uniti? E lì da dieci anni.Quanto tempo ancora dovrà restare? ‘Per sempre’ potrebbe essere una risposta? In Kirghizistan si ritiene che l’accordo sarà rivisto per assicurarsi che non sia “contro gli interessi del popolo o a favore del sistema delle tangenti”, come ha dichiarato il portavoce del governo Almazbek Atambayev dopo una visita a Mosca. “Gli Stati Uniti prevedono di ritirare le truppe dall’Afghanistan nel prossimo anno. Ci stiamo muovendo verso una soluzione civile e sotto la guida degli Stati Uniti della questione della zona di transito per il rifornimento militare”. Così facendo gli Stati Uniti avranno la loro base per un altro anno ancora, con riluttante approvazione russa.

Lasciare il Kirghizistan la prossima estate sarebbe la maniera migliore per dimostrare al mondo ed alla Russia che Obama rappresenta una nuova e meno belligerante America. Le parole sono ormai incise nel marmo: è solo questione di mesi, un anno al massimo, fino a quando Manas diventerà una base russa, e prima che gli Stati Uniti lo ammettano, questa è la migliore soluzione. Sia Mosca che Washington hanno un obiettivo comune nel preservare la stabilità nella regione, e il consenso della Russia al transito delle truppe USA-NATO al servizio della guerra in Afghanistan porterebbe automaticamente con sé come risultato un’estensione dell’utilizzo da parte degli americani della base di Manas tornata in mani russe.

Nelle parole di McFaul si possono già rintracciare gli echi del realismo post-Vietnam nella politica di distensione col ‘nemico’ degli Stati Uniti. Questo avvenne nell’ultimo periodo del conflitto, quando una sommessa e provata, ma anche pacifica, politica estera USA accettava la sconfitta nella sua guerra criminale in Vietnam, che si concludeva con le pressioni di Carter sugli israeliani perchè ritirassero i loro eserciti dal Sinai e trovassero un accordo di pace, anche se difficile, con almeno un popolo confinante. Se questo è il risultato, il mondo avrebbe bisogno di più colpi di stato in Kirghizistan.

Eric Walberg scrive per Al-Ahram Weekly

http://weekly.ahram.org.eg/

E’ possibile contattarlo su http://ericwalberg.com/

Articolo originale:  http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=18637

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Talk show politici e tappeti rossi

Posted by Marco su 11 marzo, 2010

Forse la decisione del cda della Rai di sospendere i talk show politici del servizio pubblico nel rispetto della par condicio elettorale non è così sbagliata. Berlusconi ha ragione quando definisce ‘pollai’ i salotti televisivi in cui il dibattito politico si trasforma in rissa verbale. Peccato, però, che molti di quei ‘polli’ lo rappresentano e, spesso, lo difendono. Nella parola talk show è comunque già inclusa l’accezione negativa con cui oggi si suole definire un pubblico confronto politico, una preziosa occasione di approfondimento puntualmente persa in prolisse quanto retoriche analisi di costume (la tossicodipendenza di Morgan) o dettagliate disamine dei gusti sessuali dei nostri rappresentanti in Parlamento.

La preoccupante tendenza dell’approfondimento politico televisivo verso toni sensazionalistici ha spostato l’attenzione dagli argomenti agli indici di ascolto. E si sa che lo share si alza se a farla da padrona sono gli scandali, meglio se sessuali. Di questa deriva ormai fa parte anche Anno Zero di Santoro, che da Sciuscià a Il Raggio verde ci ha abituato ad un giornalismo investigativo che dà voce al popolo, mentre oggi sembra più interessato a conservare il suo 20 per cento di share che a raccontare il paese. Una chiara dimostrazione di questo è stata l’ultima puntata dedicata al terremoto dell’Aquila e al presunto scambio di favori tra appaltatori e Bertolaso. Nonostante l’occasione per raccontare il disagio e l’esasperazione dei cittadini aquilani, alle prese con una ricostruzione ferma e una discutibile gestione del post-terremoto, fosse ghiotta, la puntata aveva come unico oggetto i centri benessere frequentati dal capo della Protezione civile e gli appalti truccati. Materiale, questo, delicato e importante, ma non quanto la vita di 46 mila aquilani, più della metà della popolazione, ancora in attesa di sistemazione a quasi un anno dal sisma, con centinaia di famiglie disgregate al seguito e attività commerciali interrotte.

I talk show politici, oltre ad essere scientificamente orientati verso argomenti di secondaria importanza (caso Boffo, trans, fatti di cronaca nera avvenuti decenni fa), rappresentano sempre un luogo sicuro per il potere. Trascurando Porta a Porta, la cui propensione allo zerbinismo è cosa nota, anche i programmi di La7 non sono da meno.

Due settimane fa la trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli Gruber ha infatti dato vita ad uno spettacolo disgustoso, una classica esibizione di asservimento ai poteri forti mascherata da approfondimento giornalistico. Si parlava della crisi economica con particolare riferimento ai recenti disordini in Grecia. A discuterne vi erano Stefano Folli, editorialista del Corriere della Sera, Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea e, in collegamento esterno, il giornalista economico Oscar Giannino. In studio regnava una atmosfera surreale. Si aveva l’impressione che nessuno padroneggiasse i temi da trattare. Mentre Bini Smaghi mostrava una dalemiana aria di superiorità, Stefano Folli preferiva non fare domande limitandosi a condividere con gli altri i suoi dubbi circa l’andamento generale dell’economia. La conduttrice tentava di stuzzicare Bini Smaghi chiedendo conto dei parametri di Maastricht, completamente saltati in gran parte d’Europa, senza mai dimenticare il sorriso smagliante di chi ringrazierebbe per la risposta anche se questa fosse un rutto. Nonostante le risposte dell’economista fiorentino fossero puntualmente evasive e irritanti, esse incontravano la reverenziale compiacenza dei ‘giornalisti’ presenti.

Interrogato sul futuro dei conti italiani e la lista nera dei PIIGS, acronimo inventato dai banchieri di Wall Street per indicare i paesi europei a più alto rischio di collasso (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), il ‘membro esecutore’ della BCE sminuiva l’importanza dei PIIGS confidando alla conduttrice e ad un attento Folli (significativa la sua postura con il busto proteso in avanti verso Bini Smaghi) di nutrire la speranza che la situazione economica italiana possa migliorare in futuro, perchè anche lui è padre di famiglia e vorrebbe vedere crescere i suoi figli in un paese migliore. Dall’esponente di una banca centrale che raccoglie capitali da tutte le banche centrali dell’Unione Europea per un totale di quasi 6 miliardi di euro era lecito aspettarsi risposte più competenti, e non quelle che darebbe un tabaccaio o un impiegato delle Poste.

Ma nessuno osava chiedere di più o muovere obiezioni. Neanche quando un servizio filmato descriveva Bankitalia come una ‘istituzione dello Stato’, ignorando la sua natura privatistica al 95%. Eppure le domande possibili erano tante. Ad esempio, si poteva chiedere a Bini Smaghi qual’è stato il ruolo degli speculatori finanziari e delle banche di investimento nella crescita incontrollata del debito pubblico greco e quali sono le eventuali contromisure che la BCE intende attuare; cosa si sono detti i maggiori fondi speculativi (hedge fund) riunitisi a Manhattan l’8 febbraio scorso con l’obiettivo di svalutare l’euro, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal; in un periodo in cui si discute tanto di democrazia e tutela del cittadino, com’è possibile che un ente privato come la BCE emetta moneta per conto di 500 milioni di persone senza legittimazione democratica (a proposito: qual’è la storia politico-istituzionale che ha portato lo stesso Lorenzo Bini Smaghi, discendente di una nobile famiglia toscana, ad entrare nel comitato esecutivo della BCE?), sfuggendo ad ogni controllo e prendendo decisioni vitali per l’economia di paesi interi in totale segretezza; perchè tra gli azionisti della BCE compaiono anche Inghilterra, Svezia e Danimarca, paesi non aderenti all’euro ma in grado di influire sulla politica monetaria dei paesi che usano la moneta unica; se ritiene che la BCE possa definirsi una ‘organizzazione internazionale che promuove la pace e la giustizia fra le Nazioni’, secondo quanto sancito dall’articolo 11 della Costituzione italiana che regola le limitazioni di sovranità. Nessuno di questi argomenti è stato toccato, nonostante uno dei principali editorialisti del quotidiano più importante d’Italia e un giornalista economico ritenuto un esperto in materia avessero la possibilità di intervenire.

Prima dei commiati finali, in cui l’economista si è detto desideroso di tornare in trasmissione al più presto (e ci credo), è da segnalare il momento in cui, alla domanda di Lilli Gruber circa la possibilità che Mario Draghi possa succedere a Berlusconi, Bini Smaghi si è lasciato sfuggire la frase: “certe decisioni non si prendono apertamente”. Non sia mai la gente dovesse capire come ci si spartisce il potere.

La tv è pericolosa. I suoi meccanismi vanno compresi e riconosciuti. E’ un’arma affilata nelle mani del potere. Non lasciamoci infilzare.

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America e Russia: La Guerra Fredda è davvero finita?

Posted by Marco su 9 dicembre, 2009

Lo scorso 9 novembre ricorreva il 20esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino, episodio indicato comunemente come la fine della Guerra Fredda. La Guerra Fredda è stato un periodo storico in cui i due colossi mondiali contrapposti, con a capo USA e Unione Sovietica (URSS), si studiavano come due pugili prima di sferrare il primo attacco. Per più di 50 anni non si sono mai tirati un pugno, limitandosi a esibizioni di forza e provocazioni a distanza. La caduta del Muro ha sancito la fine dell’Unione Sovietica, ma non delle tensioni tra Stati Uniti e la Federazione russa. Dai primi anni ’90 fino ai giorni nostri, gli USA e la NATO, venuto meno il pericolo comunista, hanno attuato una politica estera espansionistica, fatta di minacce e aggressioni, senza mai entrare in aperto conflitto con Mosca. I bombardamenti in Serbia, le guerre in Afghanistan e Iraq, i programmi di difesa missilistica, le continue pressioni sull’Iran perchè ridimensioni i suoi piani di arricchimento dell’uranio, le intrusioni politiche delle fondazioni statunitensi e del Dipartimento di Stato americano nella vita democratica di paesi strategicamenti importanti situati al confine russo rappresentano un affronto al Cremlino e testimoniano che forse quel clima di dialogo col colpo in canna è ancora attuale.

AMERICA E RUSSIA: LA GUERRA FREDDA E’ DAVVERO FINITA?
La dottrina nucleare degli Stati Uniti e l’espansione dei siti di difesa missilistica dell’Europa e della NATO

di Mahdi Darius Nazemroaya

Il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino si sta avvicinando (l’articolo è stato scritto prima del 9 novembre 2009, ndt), ma, dobbiamo chiederci, la guerra fredda è realmente finita? E si tratta davvero del lascito di un passato non troppo distante? Nonostante l’Unione Sovietica non esista più e il Patto di Varsavia sia stato sciolto, molte tracce della Guerra Fredda esistono ancora, come il conflitto tra le due coree, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) ed infine la questione della difesa missilistica. In questi ultimi anni le relazioni tra la NATO e la Federazione russa sono diventati tesi e vengono descritti con toni che ricordano la Guerra Fredda. Tra le questioni più scottanti al centro di questo ‘ritorno al passato’ vi è il progetto degli Stati Uniti di installare uno scudo antimissile nel continente europeo. I russi hanno sempre sostenuto che lo scudo di difesa missilistica, al di sopra ogni altra cosa, è una minaccia nei loro confronti.

L’idea di un progetto di scudo missilistico non è nuova. Già durante la Guerra Fredda, infatti, l’idea era stata promossa da Ronald Reagan come parte di una grande strategia di dispiegamento di missili, attrezzature tecnologiche e basi militari in tutte le parti del mondo e dello spazio, il che ha fatto in modo che al progetto fosse dato il nome di “scudo stellare”. Sin dalla sua inaugurazione, il Pentagono ha investito miliardi di dollari nella ricerca e nello studio per questo progetto. Mentre il governo americano ha affermato che lo scopo di creare uno scudo missilistico è quello di proteggere l’America e l’Europa dalla minaccia della Corea del Nord o da ipotetici attacchi di missili balistici iraniani, il Cremlino considera il progetto di scudo anti-missile una grave minaccia per la sicurezza nazionale della Madre Russia. A Mosca è forte la convinzione che la vera motivazione alla base dell’installazione dello scudo anti-missile è avvicinarsi alla Russia.
Cosa si nasconde dietro le preoccupazioni della Russia? La sua ostilità nei confronti del programma degli Stati Uniti si fonda su una lunga serie di obiettivi strategici americani. Questi obiettivi rientrano nella dottrina militare americana di dominio globale, ovvero una nuova politica di attacco nucleare preventivo che oggi include il concetto di supremazia nucleare, oltre all’espansione della NATO a ridosso dei confini con la Russia, a dispetto delle garanzie in base alle quali l’Alleanza Atlantica non avrebbe dovuto estendersi oltre i confini della Germania.

La politica nucleare degli Stati Uniti è cambiata radicalmente dopo la Guerra Fredda. Nel 2001, il Nuclear Posture Review (NPR) (Rapporto sulle Politiche Nucleari, ndt) per gli Stati Uniti ha riconosciuto che la Russia è un obiettivo per eventuali attacchi nucleari da parte dei militari americani. L’NPR del 2001 può essere riassunto dalla seguente sintesi:

Durante la Guerra Fredda, la Russia [l’Unione Sovietica] è stata la principale minaccia nucleare per gli Stati Uniti. La fine dell’Unione Sovietica ha determinato uno spostamento dei piani di armamento nucleare degli USA lontano dai principali obiettivi russi. Tuttavia, la Russia resta l’unico paese teoricamente in grado di distruggere gli Stati Uniti a causa delle dimensioni del suo arsenale nucleare. Inoltre, l’incertezza circa il futuro corso della politica estera russa spinge gli Stati Uniti a conservare una massiccia riserva di armi nucleari. Per questi motivi, la Russia è ancora presente nella lista dei potenziali obiettivi degli Stati Uniti in caso di guerra nucleare. Inoltre, il nuovo NPR elenca con chiarezza altri sei paesi divenuti nel tempo obiettivi nucleari: Corea del Nord, Iran, Iraq, Siria, Libia, e la Cina. Questo elenco è il risultato dei piani militari delineati dalle precedenti amministrazioni. [1]

La Russia rappresenta un bersaglio nucleare per il Pentagono perché è il principale paese in grado di sfidare gli Stati Uniti, ma questa non è l’unica ragione ad aver irritato Mosca. Nel 2001, l’America annunciò che si sarebbe unilateralmente ritirata dal trattato anti-missili balistici (ABM), che poneva delle limitazioni al numero di sistemi di difesa dai missili balistici in possesso degli Stati Uniti e della Russia. Questa era anche una delle raccomandazioni di Dick Cheney e il think-tank neo-conservatore denominato PNAC, Progetto per un Nuovo Secolo Americano, riportate nel manoscritto ‘Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo’. Nel documento del PNAC, pubblicato nel settembre 2000, si afferma categoricamente che l’America deve “SVILUPPARE E INSTALLARE SISTEMI DI DIFESA MISSILISTICA per difendere la Patria e i suoi alleati, e per fornire sicure basi militari che permettano di allargare l’influenza degli USA nel mondo”. [2] Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM fu poi seguito da ulteriori annunci di cambiamento nella dottrina militare americana, che è stato delineata inizialmente dall’NPR e successivamente dalla Dottrina per le Operazioni Nucleari Congiunte (DJNO) e dal CONPLAN 8022-02, che resero l’attacco nucleare una opzione praticabile in caso di guerra preventiva o convenzionale. [3]
Agli occhi della Russia il progetto di scudo missilistico appare come la volonta dell’America di imporre la propria supremazia nucleare. Con lo scudo antimissile installato, la Russia sarebbe incapace di reagire ad un primo attacco nucleare degli Stati Uniti e l’arsenale nucleare del Cremlino si rivelerebbe quindi praticamente inutile. In altre parole, gli Stati Uniti vorrebbero eliminare la minaccia di ‘mutua distruzione assicurata’ (MAD), presente durante la Guerra Fredda, scongiurando il pericolo di una reazione nucleare di Mosca. Questo inoltre impedirebbe alla Russia di reagire ad un eventuale ‘primo attacco’ degli Stati Uniti. Durante la guerra fredda, i rischi di ritorsione nucleare o di un ‘secondo attacco’ e quindi di ‘mutua distruzione assicurata’ erano comunemente visti come i deterrenti principali per lo scoppio di una guerra nucleare globale tra gli Stati Uniti e l’URSS. La supremazia nucleare degli USA, però, cambia tutto questo indebolendo di fatto le capacità difensive della Russia, il che desta le preoccupazioni del Cremlino che vede la Russia e i suoi paesi alleati esposti ai possibili attacchi degli Stati Uniti e della NATO.

La NATO però esiste ancora, nonostante la Guerra Fredda sia finita. L’espansione verso est della NATO e la sua trasformazione da trattato di difesa ad organizzazione interventista hanno irritato la Russia. Il carattere strategico del sistema americano di difesa missilistica, che vizia la parità nucleare tra la Russia e gli Stati Uniti, è ulteriormente accentuato dall’Alleanza Atlantica. Mosca si sente minacciata dagli aspetti offensivi che la strategia militare della NATO ha mostrato dopo la fine della Guerra Fredda, dall’intervento nella ex Jugoslavia alla guerra in Afghanistan, fino alle missioni di sicurezza e addestramento in Medio Oriente e Africa. A questo proposito, il caustico discorso di Vladimir Putin in materia di sicurezza globale non dovrebbe sorprendere. In esso, Putin accusava gli Stati Uniti di perseguire l’obiettivo di imporre un mondo uni-polare attraverso la forza militare:

“Oggi stiamo assistendo ad un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza – la forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta gettando il mondo in un abisso di conflitti permanenti.Come risultato, non abbiamo la forza sufficiente per trovare una soluzione globale ad uno di questi conflitti. Trovare una soluzione politica diventa anche impossibile. Siamo testimoni di un disprezzo sempre maggiore per i principi fondamentali del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti, in verità, si stanno avvicinando sempre più al sistema legale di uno Stato. Uno Stato e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti, che ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo”. [4]

Putin alludeva anche al fatto che l’espansione della NATO è diventata una strategia contraria alla Russia:

“Ritengo sia ormai palese che l’allargamento della NATO non abbia come obiettivo la sua modernizzazione o garantire la sicurezza in Europa. Al contrario, essa rappresenta una grave provocazione che mina la reciproca fiducia. E abbiamo il diritto di chiedere: contro chi è da intendersi questa espansione? E cosa ne è stato delle assicurazioni dei nostri partner occidentali che ci furono rivolte dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma mi permetto di ricordare a questo pubblico cosa si diceva allora. Citerò il discorso del Segretario generale della NATO Woerner a Bruxelles il 17 maggio 1990. Quel giorno egli disse: “La nostra intenzione di non schierare un esercito della NATO al di fuori del territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una ferma garanzia di sicurezza”. Dove sono oggi queste garanzie?”. [5]

Il timore di una guerra incombente è molto concreto tra i russi. Il Cremlino ritiene che sia in corso una costante azione di accerchiamento della Federazione Russa da parte della NATO, con l’installazione di un numero crescente di basi militari e missili americani.

E’ concepibile l’idea di una guerra tra la Russia e l’asse USA-NATO? La guerra del 2008 tra la Georgia e la Russia nel Caucaso ha comportato un simile rischio. La guerra russo-georgiana è stata anche definita dai funzionari russi una guerra per procura. Il Cremlino ha affermato inoltre che Mikheil Saakashvili, il leader della Georgia, rappresenta gli interessi americani nella ex Unione Sovietica. La Georgia in questo senso viene vista come una succursale americana o un cliente di Mosca. [6] I sospetti del Cremlino sono stati ulteriormente confermati nel momento in cui gli Stati Uniti, nel corso della guerra russo-georgiana, dichiararono che il Caucaso è un settore vitale per gli interessi strategici americani. Non è un caso che la Georgia sia uno stato che ha assistito ad uno tra i più rapidi processi di militarizzazione al mondo e figuri tra i principali beneficiari degli aiuti militari americani. Ma l’aspetto più importante della guerra tra Russia e Georgia in Ossezia del Sud è che la Russia ha detto che non avrebbe cambiato il suo atteggiamento anche se la Georgia fosse stato un membro della NATO. Solo questo dimostra che la minaccia di una guerra più ampia che coinvolga la Russia e gli Stati Uniti non è mera illusione.

L’amministrazione Obama ha dunque premuto il pulsante di reset nelle relazioni russo-americane annunciando nel 2009 l’arresto dei piani americani di difesa missilistica in Europa orientale? Il tanto celebrato annuncio del 17 settembre con cui Barak Obama comunicava la decisione di smantellare i missili scudo installati nella Repubblica Ceca vicino al confine con la Russia e in Polonia è fuorviante. Poco dopo, infatti, gli Stati Uniti lanciarono nello spazio due satelliti sperimentali di difesa missilistica da Cape Canaveral, in Florida. [7] Ciò che Obama in realtà intendeva dire non riguardava la demolizione dello scudo missilistico, ma la nascita di uno schermo missilistico ben più ampio ed efficace che si colloca nell’ambito dei piani di revisione che prevedono installazioni navali con sistemi Aegis. [8] Il dispiegamento dello scudo antimissile in realtà è in fase di piena espansione in Europa e nel mondo, dalla Turchia e il Mediterraneo fino al Mar Baltico.

La risposta di un funzionario polacco ai piani di revisione Obama non fa altro che confermare i timori dei russi. Slawomir Nowak, consulente senior del primo ministro polacco Donald Tusk, poco dopo l’annuncio di Obama, informò la TVP INFO Television con queste parole: “Non siamo mai stati realmente minacciati da un attacco missilistico a lungo raggio da parte dell’Iran”. [9] La vera ragione, tra le altre, dello scudo antimissile è stata quindi proteggere la Polonia da una minaccia missilistica iraniana? Il Cremlino risponderebbe di no. A Mosca appare chiaro che i responsabili politici degli Stati Uniti non mettono in relazione lo schieramento di una difesa missilistica globale con una eventuale minaccia iraniana o della Corea del Nord, ma, usando le parole del PNAC, “per offrire una base sicura per l’espansione della potenza degli Stati Uniti in tutto il mondo”. [10] Dobbiamo chiederci allora: la Guerra Fredda è dunque davvero finita? Forse la risposta sta nei preparativi militari da parte della Russia e Bielorussia e nei giochi di guerra bilaterali che questi paesi stanno portando avanti per preparare le forze armate ad un attacco della NATO che preveda una invasione di terra, di mare e aerea. [11]


Fonti:

[1] Charles D. Ferguson, Nuclear Posture Review (Nuclear Threat Initiative, August 2002):
<http://www.nti.org/e_research/e3_15a.html&gt;

[2] The Project for a New American Century (PNAC), Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces, and Resources (PNAC, September 2000), p.v.

[3] William Arkin, “Not Just A Last Resort?: A Global Strike Plan, With a Nuclear Option,” The Washington Post, May 15, 2005:
<http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/05/14/AR2005051400071.html&gt;

[4] Vladimir Putin, Speech and the Following Discussion at the Munich Conference on Security Policy (Address, Munich Conference on Security Policy, Munich, Bavaria: February 10, 2007).

[5] Ibid.

[6] Ian Traynor, “Putin accuses US of starting Georgia crises as election ploy,” The Guardian, August 29, 2008:
<http://www.guardian.co.uk/world/2008/aug/29/russia.georgia&gt;

[7] “US sends 2 missile defense satellites into orbit,” Associated Press (AP), September 25, 2009.

[8] Ian Sample, “US missile system’s track record: test, delays, failed launches, missed targets,”  The Guardian, September 17, 2009:
<http://www.guardian.co.uk/world/2009/sep/17/us-missile-systems-track-record&gt;

[9] Gareth Jones, “Poland sees merit in new Obama missile plan: aide,” Reuters, September 24, 2009:
<http://www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE58N1Z120090924&gt;

[10] PNAC, “Rebuilng America’s Defenses,” Op. cit.

[11] Lucian Kim, “Russian Paratroopers Stage War Games Simulating NATO Attack,” Bloomberg, September 27, 2009:
<http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601085&sid=aiP27dME9EX4&gt;

Mahdi Darius Nazemroaya è Ricercatore Associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) specializzato in questioni geopolitiche e strategiche.

L’articolo originale è consultabile qui.

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