Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Archive for febbraio 2009

Perchè ci odiano

Posted by Marco su 17 febbraio, 2009

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Pochi giorni dopo i misteriosi attentati contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, il presidente Bush, in un discorso a camere riunite al Congresso a proposito della incombente minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamica, ebbe a domandarsi: “Perchè ci odiano?“. A questo quesito, Bush junior, in una sorta di dialogo con se stesso, rispose: “Odiano ciò che vedono in questa camera: un governo democraticamente eletto. I loro leaders si auto-eleggono. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di religione, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare e di riunirci e di essere in disaccordo gli uni con gli altri”. A bocce ferme e lontano dalle opinioni dal sapore ideologico dei salotti televisivi, Paolo Barnard tenta di rispondere alla domanda di Bush. Lo fa con un saggio che non vuole essere un esercizio della logica e della ragione, uno sfogo ideologico o la mera esposizione di un punto di vista sulla situazione geopolitica internazionale, ma una elencazione di fatti, documenti, citazioni e incontri avvenuti nel corso di incredibili esperienze che hanno visto il reporter freelance sfidare situazioni al limite rischiando più volte la sua incolumità. Sembra quasi di leggere un romanzo d’avventura quando Barnard racconta dell’intervista a Rufina Amaya, unica sopravvissuta di un feroce massacro di 1200 contadini salvadoregni ad opera di terroristi addestrati e armati dagli americani, raggiunta arrampicandosi su una frana sotto un nubifragio. Le innegabili responsabilità dei governi americani degli ultimi sessant’anni vengono incontrastabilmente smascherate citando, tra le altre cose, le vicende di Orlando Bosch e Emmanuel Constant, terroristi sanguinari al soldo della CIA, che negli anni ’60 e ’70 trucidarono interi villaggi e comunità, compresi donne e bambini, con l’obiettivo di rovesciare i governi cubani e haitiani e convertirli al cosiddetto Libero Mercato, perseguendo i soliti criminali interessi delle istituzioni finanziarie internazionali, e che oggi trascorrono serenamente i loro giorni in quel di Miami e New York coperti dal governo complice di Washington. Tutto questo mentre Bush annuncia al mondo che, nella sua Guerra al Terrorismo, non farà distinzioni tra i terroristi e chi li ospita. Questo libro si presenta come un diario di bordo in cui l’autore annota i progressi della sua inchiesta sulle nefandezze celate sotto la coperta della bramosia di potere a stelle e strisce. E non solo. Come Barnard scrive nella prima di copertina: Se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia”. Il reporter ha spulciato decine di archivi segreti portando alla luce numerosi documenti ufficiali che provano i rapporti tra ufficiali britannici e americani, da una parte, e guerriglieri e dittatori sanguinari dall’altra. Documenti ‘Top Secret’ che attestano gli ingenti finanziamenti che permettono all’esercito di Israele di continuare a seminare terrore in Palestina. La storia che Barnard racconta del conflitto in Medioriente stride fortemente con quella narrata dai principali organi di informazione. Da più parti si giustificano gli attacchi israeliani come giusta reazione agli attentati dei palestinesi di Hamas. Ma cosi non è, spiega Barnard. La storia del conflitto israelo-palestinese è infarcita di omissis e falsità. I soprusi degli arabi iniziano un secolo fa, quando Theodor Hertzl teorizzò l’allontanamento dei palestinesi dalle loro terre per consentire la creazione di uno Stato d’Israele che unisse sotto un’unica bandiera gli ebrei sparsi in tutto il mondo, dando origine al movimento del Sionismo con il primo congresso di Basilea del 1897. Molte dichiarazioni sioniste, puntualmente riportate da Barnard, testimoniano che la scelta dei territori occupati dai villaggi palestinesi come sede del nascente Stato ebraico non prende spunto dalle Sacre Scritture, ma è frutto di decisioni dettate dall’opportunità del momento. La Palestina era soltanto una delle opzioni dei sionisti, tra cui vi era anche l’Argentina. L’espropriazione delle terre palestinesi fu condotta da spietate bande armate ebree, come Irgun e Stern, commettendo atrocità di ogni genere nei confronti di un popolo che aveva l’unica colpa di non essere organizzato né politicamente né militarmente per poter organizzare una qualunque resistenza, e che quindi era totalmente inerme. Mi piacerebbe sapere cosa pensano oggi i sostenitori tout court della causa israeliana riguardo alle parole di Aharon Cizling, primo ministro dell’agricoltura dello Stato di Israele, quando disse, il 17 novembre 1948, all’indomani della deportazione dei palestinesi: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Barnard tiene a precisare, però, che la sua non vuole essere una difesa o una giustificazione dell’altrettanto criminale terrorismo palestinese a danno della popolazione israeliana degli anni successivi all’occupazione dei Territori del 1948, ma è semplicemente un tentativo di riportare un barlume di verità e obiettività su una storia fin troppo mistificata dalla propaganda mediatica occidentale: in sostanza, il terrorismo palestinese è sbagliato, ma comprensibile. Attraverso le dichiarazioni di chi vive dentro il conflitto in Medioriente e sostenuto da fonti non sospette, quali quelle americane, inglesi e israeliane, Paolo Barnard imbastisce una preziosa lezione di storia contemporanea, che da qualche settimana è possibile anche ascoltare direttamente dalla sua voce in una serie di video pubblicati sul suo canale YouTube. Questi video, insieme alla toccante presentazione del libro a Mezzolara (BO) , da oggi saranno sempre presenti su questo blog. Perchè queste verità siano sempre a portata di mano. Il saggio si conclude con un reportage di Giorgio Fornoni sulla Cecenia devastata dalle pulizie etniche operate dai soldati russi. Anche Fornoni, come Barnard, proviene da Report ed ha realizzato decine di reportage straordinari da ogni angolo del mondo. ‘Perchè ci odiano?’ è un viaggio sconvolgente all’interno della malvagia dell’uomo, della sua spietatezza, della sua ipocrisia. Armato di coraggio, tenacia nella ricerca della verità e giustizia, oltre che di talento giornalistico, Paolo Barnard riesce nell’impresa di descrivere il Male dei nostri tempi, una sorta di (in)cubo dalle infinite facce, un prisma che rifrange la vita in uno spettro colorato di morte, menzogna e disinformazione. Questo lavoro si lega bene al libro di Michel Chossudovsky ‘Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale’, arricchendo l’idea di uno scenario internazionale che vede un manipolo di menti criminali annidate a Washington e Londra, che si servono di bracci ‘ufficiali’, come FMI e Banca Mondiale, e bracci ‘non ufficiali’, come le milizie armate addestrate dalla CIA, per diffondere una cultura imperialista su scala globale con il fine occulto di ottenere il controllo mondiale delle risorse e delle politiche. Da ultimo, invito chi legge questo blog a considerare i libri di cui si parla come mattoni di consapevolezza connessi tra loro a formare un grande castello di conoscenza che siamo chiamati a impegnarci nel diffondere.

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Il Dubbio

Posted by Marco su 14 febbraio, 2009

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Suor Aloysius (Meryl Streep) è la direttrice di una scuola cattolica a St. Nicholas, nel Bronx. I suoi modi severi e autoritari rappresentano il rigore e la tradizione ecclesiastica che la suora vuole trasmettere agli allievi. Il suo stile però si scontra con quello più trasgressivo e progressista di Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman), parroco dell’istituto religioso che, attraverso i suoi sermoni tematici, impartisce lezioni di morale ai fedeli. Siamo nel 1964, un periodo in cui molte certezze e speranze del popolo americano morirono insieme al presidente John F. Kennedy, assassinato appena un anno prima. Il contrasto tra suor Aloysius e Padre Flynn trova quindi terreno fertile nel clima di disagio che pervade gli animi della società americana in quegli anni, traendo spunto dalla storia di Donald Miller, ragazzo di colore discriminato e isolato dai compagni, ma confortato da Padre Flynn che ne fa oggetto delle sue attenzioni. E sono proprio queste che destano il sospetto di abuso in suora James (Amy Adams), insegnante della scuola, la quale riferisce tutto alla direttrice innescando le accuse nei confronti del parroco. La forza di questo film risiede soprattutto nella brillante sceneggiatura, scritta da John Shanley, regista e autore della omonima piéce teatrale che gli è valsa già un Pulitzer nel 2005. I dialoghi serrati e continuamente impregnati di sarcasmo e sagacia, specie nelle scene che vedono protagonista suor Aloysius, rendono Il Dubbio un ‘drammatico d’azione’, aiutato anche da un eccellente montaggio in grado di incastonare con arguzia ed efficacia narrativa i momenti concitati con quelli più meditativi e dimessi. Particolarmente significativo e importante ai fini della caratterizzazione dei personaggi è il parallelismo tra Padre Flynn e suor Aloysius, ritratti in sequenza mentre pranzano, il primo tra risate sguaiate e bicchieri di vino, la seconda immersa in un religioso silenzio interrotto soltanto dal suono di un campanellino. Così come in The Big Kahuna (1999), altro lungometraggio tratto da un’opera teatrale, anche Il Dubbio deve la sua riuscita cinematografica alla superba interpretazione dei suoi attori. Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, non a caso due premi Oscar, riescono infatti ad esprimere fino in fondo quel senso di debolezza interiore che lentamente affiora nei due personaggi, in principio integerrimi e autoritari, esaltanto la vocazione intimista della storia e infine accomunando paradossalmente il parroco e la direttrice in una spiritualità umanizzante che si traduce nel dubbio esistenziale. Voto: 8.

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Eutanasia di una nazione

Posted by Marco su 10 febbraio, 2009

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Domenica scorsa mi sono imbattuto in un banchetto per la raccolta firme dove un uomo urlava: “Una firma per salvare la vita di Eluana!”. Dal momento che detesto fingere indifferenza, mi sono fermato e ho iniziato una discussione con alcuni promotori dell’iniziativa, ben sapendo che le loro argomentazioni coincidevano con quelle di una larga parte della nostra società che vive all’ombra della cupola di San Pietro e di coloro i quali si illudono di battersi per salvare una vita. “Non si può lasciar morire di fame e di sete una persona!”, “Chi può stabilire quando una persona può morire?”, mi dicevano. Da parte mia replicavo che, in presenza di un vuoto legislativo in materia che, come sempre, chiama in causa tutti i partiti, secondo me è giusto che a decidere sia stata la Cassazione e la Consulta su richiesta esplicita del padre di Eluana. Riguardo al presunto killeraggio dei medici di Udine, ho cercato di spiegare loro che Eluana non era ‘sfamata e dissetata’ con pasta asciutta e acqua minerale, ma alimentata e idratata con sostanze chimiche, e che non si tratta di togliere la vita ad una persona, bensì darle la morte. La differenza è sottile, ma secondo me molto chiara. Tra i firmatari della legge per cui si raccoglievano le firme c’erano Mario Giordano, Rocco Buttiglione e Maurizio Gasparri. Il fastidio per la lettura di quei nomi è fortunatamente durato poco perchè la conversazione ormai volgeva al termine salvandomi da un possibile inasprimento dei toni. La notizia della morte di Eluana non fa che accelerare l’eutanasia del nostro Paese. Un Paese guidato da politici spregevoli come Gasparri: un uomo ignorante e volgare, un politico servo e arrogante che scrive leggi ‘ad aziendam’, come quella che permette ad un canale televisivo di proprietà del capo del suo governo di trasmettere abusivamente violando le sentenze europee, e non lesina sciacallaggio politico e demagogico neanche di fronte al calvario di una famiglia che vede morire una figlia dopo anni di agonia. Chi credono di rappresentare Gasparri e la sua parte politica quando gridano ‘Assassini!’ agli esponenti del centrosinistra o quando accusano Napolitano che per una volta si è mosso a difesa della Costituzione? Un Paese che vota un uomo che non perde occasione per ergersi a paladino dei desideri della popolazione vestendo sempre i panni del supereroe, ora promettendo i suoi capitali nell’acquisizione della compagnia aerea di bandiera, ora ingannando gli elettori di una intera regione con promesse mai mantenute, ora attaccando a scopi elettorali un onesto imprenditore con offese da bar, ora legiferando in materia di intercettazioni telefoniche dopo essere stato intercettato mentre corrompeva un dirigente pubblico, ora straparlando senza vergogna delle mestruazioni di una ragazza morta da 17 anni, il cui corpo è tenuto in vita soltanto dalla scienza, e pretendendo di insegnare la morale alla sua famiglia, è un Paese che muore dolcemente. La dignità e la capacità di reagire sono il nutrimento e l’idratazione di cui lentamente siamo privati. La nostra ragione è annichilita dall’anacronismo, dalla retorica e dalla inaccettabile inflessibilità di valori cristiani imposti dal Palazzo del Vaticano, sarcofago segreto e parco di informazioni quando si tratta di svelare l’origine dei rapporti tra finanza bianca e traffici criminali, ma feconda di parole quando si preoccupa di moralizzare la politica e dare del ‘boia’ ad un padre distrutto dal dolore come Beppino Englaro. La speranza è che la nostra sofferenza non duri quanto quella di Eluana.

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Il bambino con il pigiama a righe

Posted by Marco su 9 febbraio, 2009

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La cinematografia mondiale è ormai satura di film sulla Shoah. Il tema è stato affrontato da ogni punto di vista, ne è stata esaminata ogni sfaccettatura attraverso decine di storie, più o meno realistiche. Il bambino con il pigiama a righe, però, sembra offrire nuove emozioni e spunti di riflessione. Già ne La vita è bella di Benigni, la tragedia dell’Olocausto nazista appariva filtrata attraverso gli occhi di un bambino indotto a pensare di trovarsi in un grande gioco in cui tutti, grandi e piccini, scherzavano a fare la guerra. Nel film di Mark Herman invece, Bruno, figlio di un comandante nazista responsabile di un campo di concentramento, viene lasciato libero di esplorare le campagne che circondano la sua casa, ma ciò che esplora, al di là dei boschi che lo separano dal lager, è il prodotto della lucida follia collettiva di adulti accecati dal fanatismo e da incomprensibili ideali malsani e perversi. Ideali che un istitutore a domicilio cerca di inculcare in Bruno e in sua sorella, trovando però resistenza nella verginità intellettuale di un bambino di otto anni e terreno fertile nella più matura ma influenzabile sorella. Il processo che porta Bruno alla consapevolezza di ciò che gli sta accadendo intorno diventa un appassionante viaggio nella psicologia infantile, che fa tappa nella dolce amicizia con Schmuel, bambino ebreo, coetaneo di Bruno, personaggio avvolto da una patina di sogno e disillusione, che ogni giorno suole appartarsi davanti alla recinzione di filo spinato per non sentire le urla continue dei kapò che gli ordinano di lavorare; nell’incontro con Pavel, dottore ebreo costretto a pelare patate nella casa del comandante sotto gli sguardi severi e minacciosi dell’ufficiale di guardia; nella estemporanea illusione offerta da un filmato di propaganda, spiato di nascosto durante una riunione tra gerarchi nazisti, che presentava il lager come una specie di villaggio vacanze nel quale agli ebrei era offerta ogni possibilità di svago. Il finale arriva come uno sparo nella notte. Inaspettato e doloroso. Voto: 8.

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Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale

Posted by Marco su 5 febbraio, 2009

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Michel Chossudovsky insegna economia nell’Università di Ottawa, in Canada. E’ un profondo conoscitore della finanza internazionale ed esperto del cosiddetto fenomeno della globalizzazione economica. Il suo libro ‘Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale’, edizione arricchita del precedente ‘Globalizzazione della povertà’, è una feroce e documentata denuncia rivolta contro i sostenitori del libero mercato e l’apertura delle frontiere nazionali agli scambi commerciali. Siamo tutti ormai abituati a pensare che l’unica strada possibile per una sana economia sia il capitalismo senza freni, la deregolamentazione finanziaria, il liberismo economico e la concorrenza sfrenata sui mercati. Con le menti intorpidite dal mainstream mediatico, crediamo gli uomini dell’alta finanza, gli immobiliaristi, i banchieri o i broker di borsa uomini di successo, cervelli superdotati in grado di accumulare ricchezze inimmaginabili per il piccolo imprenditore o l’impiegato delle poste. Tutto questo in parte è vero. Eccezion fatta per qualche inevitabile scandalo e bancarotte improvvise, gli uomini di cui sopra sono milionari e spesso molto potenti. Ma tutta questa ricchezza da dove proviene? Quale sistema permette loro di accumulare tanto danaro? E, soprattutto, questo sistema, se esiste, chi danneggia? Voglio dire: oggi un abile trader di borsa o un banchiere può ottenere guadagni molto superiori ad un piccolo imprenditore titolare di una fabbrica di tessuti. Questo, però, guadagna producendo ricchezza (tessuti) e offrendo lavoro alla gente, il ché lubrifica l’economia e produce benessere sociale. Il primo, invece, lavora esclusivamente per i suoi interessi. La sua attività produce introiti che gli permetteranno di acquistare sontuose ville vista oceano, yacht e auto lussuose, oppure investire i guadagni per ottenerne di ulteriori, gonfiare pericolose bolle speculative, finanziare campagne elettorali e governi. Da qui, ad investire nel mercato delle armi per sostenere i regimi militari e terroristici e ricattare gli stati per trarne profitto, il passo è breve. Esiste una soglia superata la quale il danaro si trasforma in potere. Nel suo saggio, Chossudovsky descrive dettagliatamente i metodi attraverso i quali organizzazioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale decidono da oltre mezzo secolo le politiche economiche globali. Dai Paesi dell’Africa subsahariana a quelli latinoamericani, dai Balcani alla Corea del Sud: lo schema è sempre il solito, come le medesime sono le menti che danno vita a questo squallido teatro di abuso di potere, inganno e sfruttamento. Il FMI e la Banca Mondiale irrompono nelle politiche locali prestando denaro agli stati, spesso dilaniati da lotte intestine o da carestie, gravandoli di debiti quasi sempre inestinguibili se non sotto il ricatto dell’accettazione di strategici ‘Programmi di aggiustamento strutturale’, ovvero linee guida da attuare per favorire investimenti stranieri, aumentare le esportazioni, alleggerire i deficit di bilancio. Chossudovsky enumera una serie incredibile di disastri causati da questi ‘shock economici’, che stravolgono la politica e la società di un paese affamandone la popolazione, devastando gli apparati pubblici, licenziando migliaia di lavoratori, indebolendo la rete di imprenditori locali e appropriandosi delle risorse naturali e ambientali del territorio. La Somalia, il Rwanda, il Messico, gli stessi Stati Uniti e il Canada, sono paesi economicamente allo sbando a causa di queste scellerate politiche economiche, palesemente finalizzate all’arricchimento di una elìte privilegiata di banchieri internazionali e azionisti di grandi multinazionali di cui la gente non conosce le facce e i nomi. Gli accordi di libera circolazione del lavoro sanciti dal Trattato di Maastricht e la conseguente apertura delle frontiere nei paesi dell’Unione Europea, così come gli accordi commerciali NAFTA nel Nordamerica, sono misure indirizzate, non già a sanare l’economia globale, ma ad accentrare le ricchezze in pochi centri di potere. FMI e Banca Mondiale sono organi tecnocratici nati dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 allo scopo di sostenere lo sviluppo delle popolazioni mondiali, ma da allora il mondo non ha visto altro che guerra, morte, devastazioni e fame. Per non parlare della grave crisi economica che stiamo vivendo in questi ultimi mesi. Allora chi controlla queste organizzazioni? Chi valuta il loro operato? Chi le elegge? Chi le finanzia? Chi c’è dietro? I media non si occupano di queste cose. L’attenzione pubblica viene sempre deviata su altri argomenti. Chossudovsky spiega che in Rwanda, nel 1994, si consumò un genocidio tra i più grandi della storia moderna, ma i media lo presentarono come una semplice lotta fratricida tra diverse etnie (Hutu e Tutsi), ignorando che le vere ragioni dei massacri erano da rintracciare nelle rigide misure economiche che il governo, su indicazione dei tecnici del FMI e della Banca Mondiale, varò gettando la popolazione nella disperazione e nella miseria. Allora bisogna chiedersi perchè tutto questo. Esiste un grande progetto di dominio globale, un piano criminoso che riguarda tutti i continenti e che in breve, se nessuno farà nulla, ci porterà ad un Governo Mondiale gestito da un gruppo di banchieri e affaristi internazionali. Una sola banca, un unico Stato e una sola e ridotta popolazione. Il Nuovo Ordine Mondiale è una realtà che lentamente si sta concretizzando. I segnali sono molteplici. Il piano è in fase avanzata. Negli Stati Uniti ne sono al corrente cronisti e intellettuali, che si stanno già mobilitando. In Italia ne parlano tanti blog, nonchè stimati giornalisti e professionisti. E’ necessario che si diffonda la consapevolezza della nostra ignoranza. Il libro di Chossudovsky smaschera con acume e competenza alcuni dei meccanismi che stanno imbrigliando l’umanità in una rete di menzogne e soprusi per raggiungere questo obiettivo. Ma tanti sono ancora gli aspetti da capire e le trame da svelare. Se Roberto Saviano ha venduto quasi due milioni di copie denunciando la camorra italiana senza però spingersi al di là dei confini campani, la visione globale e la chiarezza argomentativa di questo saggio dovrebbero valere a Michel Chossudovsky almeno il premio Pulitzer.

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Vuoti a rendere

Posted by Marco su 3 febbraio, 2009

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Certi film sono la chiara dimostrazione che basta davvero poco per realizzare commedie eleganti e divertenti. E’ il caso di questa coproduzione inglese e ceca, che racconta la storia di Joseph, un anziano insegnante di Lettere che decide di abbandonare il suo lavoro perchè ‘non si sente più felice’. Così, a 60 anni, inizia a cercare un nuovo impiego e nuovi stimoli che lo portano a lavorare, dapprima come corriere espresso, poi allo smistamento delle bottiglie vuote in un supermercato. Il contatto con la gente lo aiuta a riscoprire alcuni piaceri della vita, tra cui ammirare le belle ragazze e fantasticare sui loro segreti e i loro desideri. Questo suo nuovo slancio emozionale indispettisce la moglie che, se prima si mostrava infastidita dalla continua presenza in casa del marito dopo l’abbandono della scuola, ora esprime la sua angoscia nel veder svanire in Joseph ogni interesse nei suoi confronti. Ma questa presa di coscienza, tra laconiche e esilaranti battute, induce Joseph a riconquistare la moglie senza rinunciare alla sua operosità fisica e onirica. Zdenek Sverak, attore protagonista e sceneggiatore, nonchè padre del regista, firma una storia leggera e irriverente, intrisa di humor e delicatezza, in grado di districarsi abilmente tra svariate allusioni sessuali evitando sempre di apparire volgare. La linearità della trama, che rompe i classici schemi che attendono necessariamente una risoluzione degli eventi, accompagna lo spettatore verso un rilassante finale che vede Joseph e la moglie volare su una mongolfiera allo sbando in una suggestiva panoramica delle campagne praghesi. Voto: 7 1/2.

PS: Per chi si trovasse a Milano, sconsiglio fortemente il cinema Centrale di via Torino: i posti non sono numerati, per cui il rischio è ritrovarsi in prima fila ad un metro di distanza da uno schermo piccolo e inadeguato. Inoltre, la sala si sviluppa in lunghezza (chi era seduto dietro non so cosa abbia visto date le dimensioni dello schermo) e le file sono strette. A saperlo prima, la soluzione dvd o programmi P2P sarebbe stata di gran lunga la migliore.

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