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Banca Rotta, show finanziario a teatro

Posted by Marco su 4 giugno, 2009

crisi finanziaria

Parlare di crisi economica è diventato un esercizio molto facile. E’ sufficiente dire che ci troviamo in una congiuntura mondiale negativa, la Borsa crolla, il mercato è fermo, le imprese licenziano e non si arriva a fine mese, le vacanze durano meno, il Suv va in permuta, la spesa al discount e la bottega sotto casa che chiude. C’è la ‘crisi’, ripetono le tv e i giornali. Ma cos’è questa crisi? Cosa l’ha generata davvero? Questo è più difficile da spiegare. Provano a farlo Eugenio Benetazzo e David Parenzo, il primo operatore di borsa indipendente, il secondo giornalista di Telelombardia, mettendo in scena uno show finanziario, uno spettacolo che ha come obiettivo primario promuovere il libro intervista ‘Banca Rotta’, di cui si è già parlato in questo blog, ma anche quello di divulgare materie ostiche come economia e finanza usando un linguaggio scevro di tecnicismi ma più diretto ed efficace. Lo spettacolo si regge sulla frizzante dicotomia tra l’analista informato e disilluso e il giornalista embedded, che crede ai dogmi del Sole24ore e rifugge le opinioni non allineate e le voci dissonanti. L’attuale crisi economica ci viene presentata dai media come una specie di vento di scirocco: non si vede, ma si sente. Non si capisce bene dove nasce, ma sappiamo dove va a finire e cosa provoca.

Usando una terminologia spesso allusiva e mostrando ironiche e talvolta dissacranti diapositive su schermo, Benetazzo passa in rassegna le ragioni che hanno portato l’economia a collassare, trascinando con sè i sogni di benessere che i sostenitori del libero mercato avevano indotto. L’entrata della Cina e l’India nel WTO e la continua delocalizzazione della produzione hanno costretto le imprese a chiudere gli stabilimenti in occidente per riaprirli nei paesi a manodopera a basso costo, mentre i prodotti venivano consumati nei paesi con più alta propensione al consumo, cioè quelli occidentali, dove però le aziende avevano chiuso e il tasso di disoccupazione era cresciuto. Questo meccanismo si è tradotto in paghe da fame per i lavoratori di paesi come Taiwan o Indonesia, schiavizzati e privi di ogni diritto e tutela sociale, e massivo credito al consumo, cioè indebitamento, nei paesi ricchi, su prodotti di ogni natura, persino al supermercato. L’incantesimo della globalizzazione ha generato l’illusione del benessere duraturo confidando nella tenuta dell’economia nel lungo periodo, mentre il lavoro mancava o diveniva precario, con il risultato di un aumento generalizzato del livello di debito fino al fenomeno capillare dei mutui inevasi e alla scomparsa del ceto medio, con un progressivo peggioramento delle condizioni psicologiche dei soggetti più deboli che sempre più spesso trovano nel suicidio l’unica soluzione ai problemi. Per non parlare delle tensioni sociali che rischiano di ingenerarsi quando l’oggetto del contendere è un debito insoluto.

Benetazzo avverte che bisogna stare alla larga dai facili inviti all’ottimismo provenienti dalla politica. Bisogna capire, innanzitutto, e guardare in faccia la realtà. Oggi le mense della Caritas non sono frequentate solo da clochard, ma anche da padri e madri di famiglia che qualche anno fa poteva dirsi benestante. Ricordo un documentario straziante trasmesso dalla Rai in una terza serata inoltrata di un venerdi di qualche mese fa, che mostrava donne e uomini distinti fare la spesa tra gli scaffali della Caritas. Attualmente ci sono tanti professionisti senza lavoro e anziani con pensioni irrisorie (400 euro al mese) che non riescono più a vivere dignitosamente. In Italia però questa realtà viene mostrata in tv solo all’una di notte nel weekend, cioè dopo una settimana di inviti a spendere per superare la crisi e puntate monotematiche di Matrix e Porta a Porta su Barbara d’Urso o sulle diete dei vip.

Negli ultimi mesi ci sono stati disordini sociali legati alla crisi economica in numerosi paesi, ricorda Benetazzo. In Inghilterra, Islanda, Grecia, in Russia e nell’Europa dell’Est la gente è scesa in strada a protestare contro la politica economica dei loro governi. In Francia si è giunti perfino a sequestrare un manager che minacciava licenziamenti. In Italia invece, a dispetto dei timori di qualche politico, non è successo nulla di rilevante. Non ancora, almeno. Per adesso, gli unici argomenti che tengono banco nell’ex Belpaese sono le orge di Villa Certosa e la nuova squadra di Kakà.

Non ha senso parlare dei metodi per difendersi dalla crisi se prima non si analizzano i modelli economici fallimentari che l’hanno generata, ci si confronta con il reale stato delle cose e si individuano i responsabili. La Borsa, questa sconosciuta. Eppure, ricorda Benetazzo, esperto operatore finanziario, la Borsa è il termometro dell’economia reale. Non produce ricchezza, ma la sposta e segnala in anticipo gli scossoni all’economia reale. Gli scenari internazionali preannunciano un futuro in cui le monete uniche la faranno da padrona. Gli States e il Canada stanno già preparando la strada all’Amero, moneta unica che fonderà le due economie d’oltreoceano. E l’Euro insegna. Nell’America Latina ci sarà il Sucre, conio che unificherà gli scambi commerciali di Bolivia, Cuba, Repubblica Dominicana, Honduras, Nicaragua, Venezuela ed Ecuador. Tra tre anni, prevede Benetazzo, che parlava di crisi economica già nel 2006, il rapporto debito/Pil in Italia sarà al 125%. L’Argentina del default l’aveva al 130%. L’Italia potrebbe diventare la nuova Argentina, quindi. Abbiamo tutte le carte in regola: politici corrotti, imprese chiuse e famiglie sul lastrico. Ma per la consapevolezza della gente ripassare più tardi.

Lo show finanziario messo in piedi da Benetazzo e Parenzo non era quello che mi aspettavo. Avrei preferito che questi argomenti fossero trattati con maggiore serietà e compostezza, per evitare il rischio di trasferire al pubblico quel senso di impotenza che si traduce in una risata liberatoria. Non ne abbiamo bisogno, perchè tutti noi stiamo già annaspando in un fiume impetuoso e volgare di ignoranza. E non mi riferisco ai reality show, ma alle penose performance televisive dei politici, che dimenticano troppo spesso di rappresentare una nazione intera e non se stessi o il partito di riferimento, e ai giornalisti, il più delle volte propensi al raccontare quello che vedono tutti piuttosto che indagare i fatti. Forse il nostro Paese paga la totale assenza di intellettuali, come ricorda Oliviero Beha nel suo ultimo libro, o una libertà di espressione narcotizzata da interessi in conflitto con il potere. Il mondo cambia un pò tutti i giorni, davanti agli occhi, e in barba al cervello.

Concludo con alcune parole di Giorgio Gaber, un uomo che aveva capito tante cose, in una canzone-prosa intitolata ‘Il Mercato’, che introduce lo spettacolo e di cui consiglio, prima dell’ascolto, la lettura integrale del testo.

“Il mercato è un ordigno innescato
un circuito completo
è la grande invenzione
è l’atomica dei più potenti
è una competizione tra le più disumane
senza pietà per il massacro dei perdenti”

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