Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Six Feet Under

Posted by Marco su 13 gennaio, 2010

Il bigottismo o la modernità di una società si misurano anche in base alla qualità dell’intrattenimento che questa si concede. Una fiction televisiva, un reality show, un documentario, un talk show politico, un tg o un semplice cartone animato sono più importanti nella formazione morale e intellettuale di un individuo più di quanto non lo siano lezioni di catechismo o predicozzi paterni. Essenzialmente perchè, se questi occupano momenti isolati della vita di un ragazzo, quelli rappresentano uno sfondo culturale costante che inconsapevolmente creano modelli di riferimento ed ergono muri ideologici che spesso neanche in età adulta si riesce a superare.

Le serie tv italiane traboccano di buonismo e frivolezza. I temi sono ridondanti e logori. Questo però non impedisce loro di riscuotere successo di pubblico, forse per lo stesso principio naturale per cui una pianta attecchisce meglio su un terreno reso fertile dallo sterco. Il cinema non produce idee originali da anni (L’ora di religione di Bellocchio è l’ultimo coraggioso film nostrano che ricordi), ma preferisce puntare sugli stessi argomenti su cui si contorce il piccolo schermo: dalle angosce generazionali ai drammi di coppia, spacciati a volte per temi di ‘attualità’. Al di là delle tematiche però, ciò che sembra stanco è il linguaggio, sempre così misurato e politicamente corretto, mai al di fuori delle righe.

Per prendere una liberatoria boccata di aria fresca si deve andare oltreoceano, negli Stati Uniti, dove si producono continuamente telefilm accattivanti e di qualità. Uno di questi è senza dubbio Six Feet Under. Ambientata a Los Angeles, questa serie tv, andata in onda tra il 2001 e il 2005, narra le vicende della famiglia Fisher, titolare di una impresa funebre (‘six feet under’, sei piedi sotto terra, indica la distanza dal suolo a cui è possibile seppellire un corpo in base alla legge federale), alle prese con la gestione dell’azienda lasciata in mano ai figli dopo l’improvvisa morte del padre. Il lutto aiuta però la famiglia a ricompattarsi con il ritorno da Seattle del figlio maggiore Nate (Peter Krause), che decide suo malgrado di entrare nell’impresa di famiglia ed aiutare il fratello David (Michael C. Hall).

La grandezza di Six Feet Under sta nel riuscire laddove un film non può arrivare, raggiungere cioè quel livello di caratterizzazione del personaggio tale da mettere a nudo i sentimenti più nascosti e lancinanti attraverso una serie incredibile di esperienze spesso surreali ma al contempo vere ed esaltanti. Al centro di ogni episodio c’è sempre l’uomo: debole e insicuro come David, alle prese con la sua pavida omosessualità; dolce e rabbioso come Nate, eternamente combattuto tra l’amore e la libertà; ingenuo e appassionato come Claire (Lauren Ambrose), adolescente brillante e ingestibile; isterico e depresso come Ruth (Frances Conroy), madre premurosa e repressa; sarcastico e disincantato come Brenda (Rachel Griffith), contesa tra il desiderio di una vita normale e un passato difficile da dimenticare.

L’autore Alan Ball, che si era già distinto scrivendo il copione di American Beauty, tra i più interessanti film americani degli ultimi anni, arricchisce le scene con dialoghi serrati che spaziano dalla politica all’arte, dalle apocalittiche teorie ambientaliste fino ai riti quaccheri, da divagazioni filosofiche esistenzialiste all’attualità politica, dando sempre la sensazione che le notevoli qualità interpretative degli attori, tra cui molti provenienti dal cinema, non avrebbero valore senza una sceneggiatura all’altezza. La sottile ironia che attraversa ogni puntata mitiga tematiche forti come la morte, mostrata nella sua veste più cruda e umana dall’interno di una camera mortuaria ma sublimata dalla spiritualità del dolore e dal senso di solitudine che inevitabilmente essa porta con sé. Non è impresa facile passare dall’estrazione del sangue di un cadavere prima dell’imbalsamazione ad un amplesso gay senza mai sfiorare il cattivo gusto o la volgarità; oppure penetrare una crisi di coppia e seguire l’evolversi del rapporto madre-figlio scansando luoghi comuni e melensi piagnistei.

Lo sfondo musicale attinto ai Radiohead, Interpol, Coldplay, Sia e altri, completano un capolavoro del piccolo schermo, un fiore all’occhiello della produzione televisiva americana, una lezione di stile, contenuti e tecnica giustamente premiata con un Emmy Award e un Golden Globe nel 2002. Six Feet Under è il modo migliore per fuggire il più lontano possibile dalla tv de I liceali e I Cesaroni. Diciamo che, se produzioni come Tre metri sopra il cielo rappresentano il target commerciale degli autori italiani, il punto più distante in cui rifugiarsi potrebbe essere proprio a sei piedi sotto terra.

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