Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Le rivoluzioni colorate e le origini della Terza Guerra Mondiale (2 di 3)

Posted by Marco su 22 novembre, 2009

Quando si sente parlare di ‘poteri forti’ molti non hanno un’idea chiara di cosa si tratti. Nonostante certe letture, anche io, annegato nel tram tram informativo dei giornali on-line e dei telegiornali delle notizie ‘pernacchie’, per usare una calzante definizione di Tiziano Terzani, perdo spesso il contatto con gli uomini che contano davvero, con i grandi manovratori che, mentre noi prendiamo il bus per andare al lavoro, ingannano la gente con solenni propagande e piegano il corso degli eventi in funzione dei loro interessi.

La seconda parte del resoconto storico di Andrew Gavin Marshall passa in rassegna i casi eclatanti di ‘rivoluzioni colorate’, termine con il quale si indicano rivolte popolari finanziate e sobillate da centri di potere che, ad un primo sguardo, non presentano alcun legame con i motivi alla base dei movimenti di piazza o con il paese nei quali questi hanno luogo. Ma è solo dopo una attenta analisi delle relazioni internazionali intessute dalle istituzioni del paese in rivolta è possibile interpretare gli eventi con la giusta chiave.

Ciò che segue offre una casistica importante di capovolgimenti al potere avvenuti nei primi anni 2000, che aiuta a capire come si cambia il corso della storia. Chi sono gli attori e qual’è il copione.

A chi ha seguito negli ultimi anni l’evolvere della cosiddetta ‘controinformazione’ che, perlopiù in internet, ha ispirato un crescente senso di insofferenza verso le istituzioni, non sarà sfuggito il nome ‘Freedom House’, un istituto di ricerca americano che stila classifiche sulla libertà di stampa nei paesi del mondo. Il mediocre posizionamento del nostro paese in questa classifica è stato per lungo tempo, e lo è ancora, un forte argomento contro il potere mediatico di Berlusconi in Italia. Che quest’ultimo esista è fuori di dubbio, ma la credibilità che riveste questa associazione è quantomeno discutibile, dal momento che, come emerge dal saggio di Marshall che segue, essa rappresenta uno dei principali erogatori di finanziamenti delle rivoluzioni nei paesi centro-asiatici, nonché una delle innumerevoli facce del potere corporativo di Washington.

Questo è molto preoccupante, poichè rafforza il potere e lo status quo rendendo vani e inefficaci gli sforzi per contrastarlo.

Per approfondire la conoscenza di Freedom House, la Casa della Libertà, quella vera, come Beppe Grillo si è più volte affannato a specificare, segnalo un interessante articolo di Paolo Barnard a questo link.

LE RIVOLUZIONI COLORATE E LE ORIGINI DELLA TERZA GUERRA MONDIALE  (Seconda Parte)

di Andrew Gavin Marshall

Introduzione

A seguito della geo-strategia degli Stati Uniti nella zona che Brzezinski ha definito i “Balcani mondiali”, il governo americano ha lavorato a stretto contatto con le principali ONG per ‘promuovere la democrazia’e ‘la libertà’ nelle ex-repubbliche sovietiche, muovendosi dietro le quinte per fomentare le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’, con l’unico intento di condurre al potere leader fantocci dall’aspetto amichevole, addestrati a favorire unicamente gli interessi dell’Occidente, sia da un punto di vista strategico che economico.

La seconda parte di questo saggio presenta le rivoluzioni colorate come una strategia chiave nell’imporre la guida statunitense nel Nuovo Ordine Mondiale. La rivoluzione ‘colorata’o ‘dolce’ è una pratica politica segreta della NATO e degli Stati Uniti finalizzata ad espandere la loro influenza fino ai confini della Russia e persino della Cina, seguendo uno degli obiettivi primari della politica estera americana del Nuovo Ordine Mondiale: contenere Cina e Russia e impedire il sorgere di potenze in grado di sfidare gli USA.

Le ‘rivoluzioni colorate’ sono dipinte dai media occidentali come democratiche insurrezioni popolari nelle quali la gente chiede di avere un peso maggiore all’interno di vecchi sistemi politici governati da leader dispotici.

Ma la realtà è ben lontana da ciò che questa utopica immagine suggerisce. Le ONG e i media occidentali sono soliti erogare cospicui finanziamenti e organizzare gruppi di opposizione e movimenti di protesta nel corso degli scrutinii elettorali, con lo scopo di creare la percezione che siano in corso dei brogli aizzando così le masse popolari contro le autorità perchè cedano il potere ai ‘loro’ candidati. Per questo motivo avviene spesso che il ‘loro’ candidato sia sempre il preferito dall’Occidente e dagli USA, e che la sua campagna elettorale sia sempre finanziata da Washington e le proposte politiche ed economiche sempre in linea con le dottrine neoliberali degli USA. Alla fine è il popolo a perdere, con le sue legittime speranze di cambiamento e democrazia rese vane dall’influenza che gli USA esercitano sui loro leader politici.

Le rivoluzioni dolci hanno anche l’effetto di instaurare protettorati americani lungo i confini di Cina e Russia, laddove risiedono molti degli ex paesi del Patto di Varsavia alla ricerca di strette collaborazioni politiche, economiche e militari. Questo aggrava quindi la tensione tra l’Occidente e l’asse Cina-Russia, il che, in ultima analisi, porta il mondo più vicino ad un potenziale conflitto tra i due blocchi.

Serbia

La Serbia conobbe la sua ‘rivoluzione colorata’ nell’ottobre del 2000 quando ci fu il rovesciamento del leader serbo Slobodan Milosevic. Come riportato dal Washington Post nel dicembre del 2000, a partire dal 1999 gli Stati Uniti intrapresero un’importante ‘strategia elettorale’ per cacciare Milosevic. “Consulenti pagati dagli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante dietro ogni attività anti-Milosevic, dal controllo dei sondaggi alla formazione di migliaia di attivisti dell’opposizione, fino all’organizzazione di un conteggio di voti parallelo che si rivelò cruciale. Gli studenti attivisti vuotarono 5000 barattoli di vernice spray sui muri delle città con graffiti contro Milosevic e attaccarono 2,5 milioni di adesivi con lo slogan ‘Sei Finito’, che poi divenne lo slogan della rivoluzione. E tutto a spese dei contribuenti americani”. Inoltre, secondo quanto scritto da Michael Dobbs sul Washington Post, alcuni tra i “20 leader dell’opposizione serba furono invitati nell’ottobre del 1999 ad un seminario tenutosi al Marriott Hotel a Budapest patrocinato dal National Democratic Institute (NDI) con sede a Washington”.

È interessante notare che “alcuni americani coinvolti nelle azioni anti-Milosevic rivelarono di essere a conoscenza del coinvolgimento della CIA nelle operazioni elettorali, ma non riuscivano a capire cosa volessero ottenere. Qualunque cosa fosse, comunque, conclusero che non avrebbero sortito alcun effetto. Il ruolo principale fu svolto dal Dipartimento di Stato americano e dalla Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ovvero l’agenzia del governo per l’assistenza straniera, due istituzioni che canalizzarono i finanziamenti attraverso i fornitori commerciali e associazioni no-profit, come l’NDI (National Democratic Institute), che rappresenta il partito democratico americano, e l’IRI (International Republican Institute), la sua controparte repubblicana. La NDI “ha lavorato a stretto contatto con i partiti di opposizione serba, l’IRI ha concentrato invece la sua attenzione su Otpor, che fungeva da spina dorsale ideologica e organizzativa della rivoluzione. Nel mese di marzo l’IRI pagò due dozzine di capi di Otpor perchè partecipassero ad un seminario sulla resistenza non violenta presso l’Hotel Hilton a Budapest”. Nel corso del seminario, “gli studenti serbi hanno ricevuto istruzioni su come organizzare uno sciopero, comunicare con i simboli , superare la paura e minare l’autorità di un regime dittatoriale”. [1]

Stando a quanto riportato dal New York Times, Otpor, il principale gruppo di opposizione studentesca, ricevette un flusso costante di denaro proveniente dal National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione finanziata dal Congresso per la ‘promozione della democrazia’. L’Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID) offrì denaro a Otpor, così come fece l’International Republican Institute, un’altra organizzazione non governativa di Washington finanziata in parte dall’USAID”. [2]

Georgia

La Georgia conobbe la sua ‘Rivoluzione Rosa’ nel 2003, con la caduta del presidente Eduard Shevardnadze e l’insediamento di Mikhail Saakashvili dopo le elezioni del 2004. In un articolo del novembre 2003 su The Globe and Mail, è stato segnalato che una fondazione con sede negli Stati Uniti “ha favorito la caduta di Shevardnadze” attingendo ai fondi della sua organizzazione no-profit con l’intente di “inviare un’attivista 31enne di Tbilisi di nome Giga Bokeria in Serbia e incontrare i membri del movimento studentesco Otpor (Resistenza) per apprendere come questi hanno provocato la caduta del dittatore Slobodan Milosevic servendosi di manifestazioni di piazza”. Nel corso dell’estate seguente, “la fondazione pagò il viaggio di ritorno agli attivisti di Otpor dopo che questi avevano tenuto corsi di tre giorni a più di 1.000 studenti in materia di simulazione di una rivoluzione pacifica”.

Questa fondazione con sede americana “ha anche finanziato una popolare stazione televisiva di opposizione che è stata fondamentale nel mobilitare le masse nella cosiddetta ‘rivoluzione di velluto’, e si riporta che ha offerto sostegno finanziario ad un gruppo di giovani che hanno trascinato la protesta in strada”. Il proprietario della fondazione “è in stretti rapporti di amicizia con l’avversario principale di Shevardnadze, Mikhail Saakashvili, un avvocato formatosi a New York che ci si aspetta vinca le elezioni presidenziali in programma per il prossimo 4 gennaio”.

Nel corso di una conferenza stampa, una settimana prima delle sue dimissioni, Shevardnadze affermò che la fondazione degli Stati Uniti “è schierata contro il Presidente della Georgia”. Inoltre, “Giga Bokeria, che tra le fila del Liberty Institute ricevette denaro sia dalla fondazione americana che dall’Istituto per l’Eurasia, sostiene che altre tre organizzazioni hanno svolto un ruolo chiave nella caduta di Shevardnadze: il Partito del Movimento Nazionale di Saakashvili, l’emittente televisiva Rustavi-2 e Kmara! (Basta! in georgiano), un gruppo di ragazzi che ha dichiarato guerra a Shevardnadze in aprile dando inizio ad una campagna denigratoria con manifesti e graffiti sui muri che denunciavano la corruzione nel governo”. [3]

Il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo precedentemente citato, l’autore ha pubblicato un altro articolo su The Globe and Mail, spiegando che la ‘rivoluzione senza spargimento di sangue’ in Georgia “odori maggiormente come un’altra vittoria degli Stati Uniti sulla Russia nella grande scenario internazionale del periodo post-Guerra Fredda”. L’autore, Mark MacKinnon, ha spiegato che dietro la caduta di Eduard Shevardnadze si trova “il petrolio sotto il Mar Caspio, una delle poche grandi risorse di petrolio al mondo relativamente ancora non sfruttate”, e quindi la “Georgia e la vicina Azerbaigian, che si affaccia sul Mar Caspio, presto cominceranno ad essere considerati non solo come paesi di recente indipendenza, ma come parte di un ‘corridoio energetico’ “. Sono stati infatti già definiti dei piani che porteranno alla costruzione di un imponente “oleodotto che attraverserà la Georgia verso la Turchia e il Mediterraneo”.

A questo proposito, vale la pena citare ancora MacKinnon:

“Quando questi piani furono definiti, Shevardnadze era visto favorevolmente sia dagli investitori occidentali e che dal governo degli Stati Uniti. La sua reputazione di uomo che ha contribuito a porre fine alla Guerra Fredda diede agli investitori un senso di fiducia nel paese, e la sua intenzione dichiarata di spostare la Georgia fuori dall’orbita della Russia e verso le istituzioni occidentali come la NATO e la UE non fece altro che aumentare il suo credito presso il Dipartimento di Stato USA.

Gli Stati Uniti si mossero velocemente per offrire sostegno alla Georgia aprendo una base militare nel paese (2001) con lo scopo di formare le milizie georgiane ‘anti-terrorismo’. Questa base divenne il primo insediamento militare americano in una ex repubblica sovietica.

Ad un certo punto, però, Shevardnadze invertì la rotta e decise di abbracciare ancora una volta la Russia. Questa estate, infatti, la Georgia ha firmato un accordo segreto per una fornitura di gas per 25 anni con il colosso energetico russo Gazprom, che diventa così suo unico fornitore. Inoltre, ha di fatto venduto la rete elettrica del paese ad un’altra azienda russa tagliando fuori AES, una società che l’amministrazione USA aveva appoggiato per vincere l’appalto. Shevardnadze attaccò i manager di AES definendoli ‘bugiardi e imbroglioni’. Entrambe le trattative hanno dunque drammaticamente avuto l’effetto di incrementare l’influenza russa a Tbilisi”.

A seguito delle elezioni in Georgia, Mikhail Saakashvili, formatosi negli States e spalleggiato dal governo americano, salì alla presidenza e “vinse la giornata”. [4] Ci troviamo di fronte ad un altro esempio di come la geopolitica del petrolio e la politica estera degli Stati Uniti siano intimamente connesse. La tattica della ‘rivoluzione colorata’ è di vitale importanza nell’ottica degli interessi USA-NATO nella regione: ottenere il controllo sulle riserve di gas dell’Asia centrale ed evitare che la Russia espanda la propria zona d’influenza. Tutto questo deriva direttamente dalla strategia imperiale messa in atto dall’asse USA-NATO per l’instaurazione del nuovo ordine mondiale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. (Questa strategia è stata descritta in dettaglio nella prima parte del presente saggio).

Ucraina

La sua ‘rivoluzione colorata’ l’Ucraina la vide nel 2004 con la ‘Rivoluzione Arancione’, in cui il leader d’opposizione filo-occidentale Viktor Yushchenko divenne presidente sconfiggendo Viktor Yanukovych. Come il Guardian rivelò nel 2004, dopo le elezioni contestate (come accade in ogni ‘rivoluzione colorata’), “i guerrieri della democrazia del movimento giovanile ‘Ukrainian Pora’ hanno già conquistato una importante vittoria – qualunque sia il risultato di questa pericolosa situazione a Kiev”, tuttavia, “tutto questo è opera degli Stati Uniti: un esercizio sofisticato e brillantemente ideato dai geni del marketing globale dell’Occidente, e che è stato utilizzato per nascondere elezioni truccate e rovesciare regimi non graditi in ben quattro paesi in quattro anni”.

L’autore, Ian Traynor, ha spiegato che, “la strategia adottata in Ucraina, finanziata e organizzata dal governo degli Stati Uniti mettendo a disposizione consulenti, sondaggisti, diplomatici, entrambi i grandi partiti americani e le ONG, era già stata utilizzata in Europa a Belgrado nel 2000 per far cadere il regime di Slobodan Milosevic”. Inoltre, “l’NDI del Partito Democratico, l’IRI del Partito Repubblicano, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’USAID sono le principali organizzazioni coinvolte in queste iniziative a favore dei cittadini, così come la ONG Freedom House, oltre agli stessi finanzieri miliardari già coinvolti nella ‘Rivoluzione Rosa’ in Georgia. Nell’attuazione delle strategie di rovesciamento dei regimi, “le opposizioni spesso riottose devono compattarsi dietro un unico candidato, se si vuole avere possibilità di scalzare il regime. Quel leader viene scelto sulla base di criteri di opportunità e di obiettivo, anche se lui o lei è anti-americano”.

“Freedom House e l’NDI del Partito Democratico”, prosegue Traynor, “hanno finanziato e organizzato ‘la più grande operazione di monitoraggio elettorale’ in Ucraina, coinvolgendo più di 1.000 osservatori appositamente istruiti. Essi hanno inoltre eseguito gli exit poll. Nel corso della serata di domenica, quei sondaggi davano Yushchenko in vantaggio di 11 punti prevendendo di fatto quello che sarebbe successo di lì a poco”.

Gli exit poll sono fondamentali dal momento che, comparendo inevitabilmente per primi e ricevendo ampia copertura mediatica, rivestono un ruolo importante nella lotta propagandistica contro il regime e costringono le autorità a dare subito delle spiegazioni.

La fase finale della strategia americana delle ‘rivoluzioni colorate’ prende in considerazione le contromosse da usare quando il leader sconfitto non accetta l’esito delle elezioni  […] A Belgrado, Tbilisi, e adesso Kiev, dove le autorità hanno inizialmente cercato di restare aggrappati al potere, il consiglio era di rimanere freddi ma determinati e di organizzare manifestazioni popolari di disobbedienza civile, che doveva rimanere comunque pacifica nonostante il rischio di provocare la violenta repressione da parte del regime. [5]

Come descritto in un articolo apparso sul Guardian a firma di Jonathan Steele, il leader dell’opposizione Viktor Yushchenko, che contestò i risultati delle elezioni, “era primo ministro nel governo del presidente uscente Leonid Kuchma e alcuni dei suoi sostenitori sono anche legati ai gruppi industriali senza scrupoli che hanno gestito a loro vantaggio la privatizzazione dell’Ucraina post-sovietica”. Egli ha inoltre spiegato che i brogli elettorali sono fondamentalmente irrilevanti, infatti “la decisione di protestare sembra dettata principalmente da ragioni di realpolitik o dalla natura più o meno ‘filoccidentali’ e a favore degli interessi economici dello sfidante. In altre parole, coloro i quali sosterranno un programma economico neoliberista avranno il sostegno dell’asse USA-NATO, dal momento che il neoliberismo rappresenta il dogma economico internazionale alla base delle loro mire nella regione.

Citando ancora l’articolo di Steel, “in Ucraina, Yushchenko ricevette l’avallo dell’Occidente, oltre ai fiumi di denaro versato dai gruppi che lo sostengono, che vanno dalla organizzazione giovanile, Pora, a vari siti web di opposizione. In pratica, gli Stati Uniti e le altre ambasciate occidentali pagarono per avere quegli exit poll”. Questo chiarisce bene le idee circa l’importanza strategica dell’Ucraina per gli Stati Uniti, ‘che rifiuta di abbandonare la sua politica di guerra fredda per il contenimento della Russia cercando di attirare dalla sua parte tutte le repubbliche ex-sovietiche”. [6]

Un commentatore del Guardian descrive così l’ipocrisia dei media occidentali: “Due milioni di manifestanti anti-guerra che invadono le strade di Londra vengono politicamente ignorati, mentre poche decine di migliaia di persone nel centro di Kiev diventano ‘il popolo’ e la polizia ucraina, i tribunali e le istituzioni governative gli strumenti di oppressione”. Inoltre si rivela che, “enormi manifestazioni sono state organizzate a Kiev a sostegno del primo ministro, Viktor Yanukovich, ma in tv questo non è mai stato mostrato: se si parla dei sostenitori di Yanukovich è solo per ridicolizzarli, ad esempio per essere giunti in autobus. Le manifestazioni a favore di Viktor Yushchenko hanno invece luci laser, schermi al plasma, sofisticati sistemi audio, concerti rock, tende da campo ed enormi quantità di indumenti arancioni; ma nonostante questo continuiamo ad illuderci che si tratta di semplici manifestazioni spontanee.[7]

Nel 2004, la Associated Press riportò che, “l’amministrazione Bush negli ultimi due anni ha speso più di 65 milioni dollari in aiuti alle organizzazioni politiche in Ucraina, denaro che è servito a portare il leader dell’opposizione Viktor Yushchenko ad incontrare i leader degli Stati Uniti e organizzare exit poll che indicassero Yushchenko come vincitore delle elezioni”. Il denaro, affermano, “è stato incanalato attraverso organizzazioni come la Fondazione Eurasia o attraverso gruppi allineati con i Repubblicani e i Democratici del Congresso, i quali hanno organizzato le sessioni di training per gli elettori insieme alle associazioni per i diritti umani e le testate di informazione indipendente”. Tuttavia , anche i funzionari dil governo “riconoscono che parte del denaro è servito ad aiutare i gruppi e i singoli individui che si opponevano al candidato di governo spalleggiato dalla Russia”. 

Il rapporto afferma che alcune grandi fondazioni internazionali finanziarono gli exit poll, che secondo il presidente in carica furono ‘asimmetrici’. Tra queste fondazioni ci sono “la NDI (National Endowment for Democracy), che riceve i soldi direttamente dal Congresso, la Fondazione Eurasia, finanziata dal Dipartimento di Stato, e la Fondazione Rinascimento”, che riceve denaro dagli stessi facoltosi finanzieri, oltre che dal Dipartimento di Stato americano. Il coinvolgimento del Dipartimento di Stato americano dimostra che questi finanziamenti rientrano nei piani di politica estera degli Stati Uniti. “Altri paesi offrirono la loro collaborazione in queste operazioni. Tra questi troviamo Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svizzera, Canada, Norvegia, Svezia e Danimarca”. In alcuni gruppi di finanziamento e attività in Ucraina furono coinvolti anche l’International Republican Institute e il National Democratic Institute, quest’ultimo presieduto in quel momento dall’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Madeline Albright. [8]

Nel 2004, Mark Almond scrisse per il Guardian dell’avvento del ‘Potere del Popolo’, descrivendolo in funzione di ciò che stava accadendo in Ucraina. In particolare Almond scrisse che “i disordini in Ucraina sono presentati dai media come una lotta tra il popolo e le vecchie strutture di potere sovietiche. Il ruolo delle organizzazioni dell’Europa occidentale risalenti al periodo della Guerra Fredda è invece tabù. Se provi ad interessarti dei finanziamenti piovuti sulla sensazionale messa in scena di Kiev, le grida di rabbia che sentirai ti dimostreranno che hai toccato un punto nevralgico del Nuovo Ordine Mondiale”.

Continua Almond: “Attraverso tutti gli anni ’80, nella organizzazione delle rivoluzioni di velluto fino al 1989, un piccolo esercito di volontari – e, per dirla con franchezza, spie – ha collaborato alla promozione di quello che divenne il Potere del Popolo. Una galassia di fondazioni interconnesse tra loro e associazioni di beneficenza che spuntavano come funghi per trasferire milioni di dollari ai dissidenti. Il denaro proveniva prevalentemente dai paesi NATO e da finti alleati come la ‘neutrale’ Svezia. […] La sbornia del Potere del Popolo è una terapia d’urto. Ogni aggregazione civile viene descritta dalle testate giornalistiche ‘indipendenti’ occidentali come una rappresentazione della prosperità della regione euro-atlantica, purché la gente scenda in strada a manifestare. Nessuno si sofferma sulla disoccupazione di massa, il crescente abuso di informazioni riservate, l’aumento della criminalità organizzata, la prostituzione e l’impennata dei tassi di mortalità tra la popolazione degli stati dove vige il Potere del Popolo.

Usando una certa eleganza, Almond spiega: “Il Potere del Popolo si rivela essere più favorevole ad una società chiusa che aperta. Si chiudono le fabbriche, ma, peggio ancora, le menti. I suoi sostenitori richiedono libero mercato su tutto, ma non sulle opinioni. L’ideologia corrente tra i pensatori del New World Order, molti dei quali sono ex comunisti, è il Leninismo di Mercato – cioè la combinazione tra un modello dogmatico economico e metodi machiavellici di afferrare le leve del potere”. [9]

Come riportato da Mark MacKinnon su The Globe and Mail, anche il Canada sostenne il gruppo di giovani attivisti ucraini denominato Pora, finanziando il movimento per ‘il potere democratico del popolo’. MacKinnon osserva che: “L’amministrazione Bush era particolarmente ansiosa di vedere un presidente filo-occidentale con l’obiettivo di assicurarsi il controllo su un importante oleodotto che va da Odessa, sul Mar Nero, a Brody, sul confine polacco”. Tuttavia, “il presidente uscente, Leonid Kuchma, aveva da poco invertito il flusso in modo che l’oleodotto trasportasse il greggio russo verso sud, invece di aiutare i produttori degli Stati Uniti nella regione del Mar Caspio trasportando i loro prodotti verso l’Europa”. Dall’analisi di MacKinnon emerge che i primi finanziamenti occidentali provennero dal Canada, anche se successivamente furono di gran lunga superati dagli stanziamenti statunitensi.

Andrew Robinson, ambasciatore del Canada in Ucraina in quel periodo, cioè nel 2004, “organizzava incontri mensili segreti con gli ambasciatori occidentali, dirigendo quello che lui chiamò ‘il coordinamento dei donatori’, costituito dai 28 paesi interessati a vedere Yushchenko presidente dell’Ucraina. Ma, alla fine, Robinson agì come semplice portavoce del gruppo diventando uno dei principali critici del governo Kuchma”. Il Canada inoltre, “finanziò dei discussi exit poll, realizzati il giorno stesso delle elezioni dal Razumkov Centre dell’Ucraina e altri gruppi, che mettevano in dubbio i risultati ufficiali mostrando la vittoria di Yanukovich”. Non appena il nuovo governo filo-occidentale si insediò, “fu annunciata l’intenzione di invertire il flusso dell’oleodotto Odessa-Brody”. [10]

Analogamente a quanto accaduto in Georgia, questo dimostra ancora una volta quali sono i reali interessi che gli USA e i paesi della NATO proteggono attraverso le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’: contenere l’espansione russa aumentando la propria influenza sulla regione, nonché imporre il controllo da parte degli Stati Uniti e della NATO sulle maggiori risorse e i corridoi di trasporto della regione.

Daniel Wolf scrisse sul Guardian che: “Per la maggior parte delle persone che si sono radunate nella piazza dell’Indipendenza di Kiev, la manifestazione era sentita come spontanea. Essi avevano tutte le ragioni per impedire al candidato Viktor Yanukovich di arrivare al potere e non fecero altro che cogliere l’occasione che è stato offerta loro. Ma attraversando a piedi gli accampamenti nel dicembre scorso, era difficile non notare la precisione con cui erano state preparate le cucine, le tende per i dimostranti e i concerti, la professionalità delle cronache televisive e la capillare diffusione dei loghi arancioni che si potevano ammirare ovunque”. Wolf sostiene che, “gli eventi di piazza furono il risultato di un’attenta e segreta pianificazione resa possibile da una cerchia ristretta di uomini di Yushchenko nel corso di anni. La vera storia della rivoluzione arancione è molto più interessante della favola comunemente accettata“.

Roman Bessmertny, responsabile della campagna elettorale di Yushchenko, due anni prima delle elezioni del 2004, “organizzò corsi di formazione, seminari, lezioni pratiche condotte da esperti di legge e comunicazione per circa 150 mila persone”.

La “Rivoluzione del Tulipano” in Kirghizistan

Nel 2005, il Kirghizistan ebbe la sua “Rivoluzione del Tulipano”, in cui il presidente in carica venne sostituito dal candidato filo-occidentale attraverso un’altra ‘rivoluzione popolare’. Come riportava il New York Times nel marzo del 2005, poco prima della elezioni, “un giornale di opposizione ha pubblicato alcune foto che ritraevano un palazzo residenziale destinato al presidente della nazione Askar Akayev, in quel momento fortemente impopolare, suscitando una profonda indignazione e una rivolta popolare”. Tuttavia, va segnalato che “questo giornale ha ricevuto notevoli sovvenzioni dal governo degli Stati Uniti ed era stampato da una tipografia finanziata dal governo americano e gestita da Freedom House, un’organizzazione statunitense che si presenta come ‘una voce chiara in favore della democrazia e della libertà in tutto il mondo”.

Gli altri paesi che hanno “contribuito a sottoscrivere programmi per lo sviluppo della democrazia e della società civile” in Kirghizistan sono stati la Gran Bretagna, i Paesi Bassi e la Norvegia. Questi paesi “hanno svolto un ruolo fondamentale nel preparare il terreno per l’insurrezione popolare che ha portato al potere i politici dell’opposizione”. La maggior parte del denaro proveniva dagli Stati Uniti, in particolare attraverso il National Endowment for Democracy (NED), nonché “la Freedom House o le traduzioni per il Kirghizistan di Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente filo-democratica”. Il National Democratic Institute ha anche svolto un ruolo di primo piano nell’erogazione di finanziamenti, per i quali uno dei principali beneficiari disse, “sarebbe stato assolutamente impossibile avere successo senza aiuti esterni”.

Il Times riporta ancora che: “Il denaro americano contribuisce a finanziare in tutto il paese i centri della società civile, in cui gli attivisti e i cittadini possono incontrarsi, ricevere una formazione, leggere giornali indipendenti e persino guardare la CNN o navigare in Internet. La sola  NDI (National Democratic Institute) gestisce 20 centri che offrono flash giornalistici in russo, kirghizo e uzbeko. Gli Stati Uniti sponsorizzano l’American University in Kirghizistan, la cui missione dichiarata è, in parte, promuovere lo sviluppo della società civile, e finanzia programmi di scambio culturale attraverso i quali studenti e leader di organizzazioni governative vengono mandati negli Stati Uniti. Il nuovo ministro del Kirghizistan, Kurmanbek Bakiyev, è stato uno di loro. Tutto questo denaro e le risorse umane impiegate hanno favorito la crescita delle forze di opposizione in Kirghizistan offrendo loro sostegno morale nel corso degli ultimi anni, oltre ad aver messo a disposizione le infrastrutture necessarie a comunicare le proprie idee al popolo kirghizo”.
Per coloro “che non conoscevano il russo o non avevano la possibilità di leggere il giornale potevano ascoltare una sintesi dei principali articoli pubblicati in lingua kirghiza su Radio Azattyk, un’emittente locale che fa capo al franchise di Radio Free Europe/Radio Liberty, broadcast finanziato dal governo USA”. Ma anche altri media cosiddetti ‘indipendenti’ sono stati sostenuti finanziariamenti per gentile concessione del Dipartimento di Stato USA. [12] Come il Wall Street Journal rivelò prima delle elezioni, i gruppi di opposizione, le ONG e i media ‘indipendenti’ del Kirghizistan ricevevano ingenti contributi finanziari americani da Freedom House, oltre che dalla Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Il Journal riportò che, “per evitare di provocare la Russia e violare le norme diplomatiche, gli Stati Uniti non possono sostenere direttamente i partiti d’opposizione. Possono però organizzare una influente rete di ONG schierate a favore della libertà di stampa, lo stato di diritto e elezioni pulite, quasi sempre in contrasto con gli interessi consolidati dei vecchi regimi autocratici”.

Riprendendo ancora le parole del Wall Street Journal, il Kirghizistan “occupa una posizione strategica. Sia gli Stati Uniti che la Russia hanno infatti basi militari nella regione. I cinque milioni di cittadini, in gran parte mussulmani, che popolano il paese, si trovano costretti in una zona molto calda compresa tra il Kazakistan, ricco di petrolio e governato da un regime che tollera poco il dissenso politico, il dittatoriale Uzbekistan, che ha posto un freno agli aiuti esteri e il povero Tagikistan”.

Una delle principali ONG di opposizione è la Coalizione per la Democrazia e i Diritti Civili, che riceve denaro “dall’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Esteri, una fondazione no-profit con sede a Washington finanziata dal governo degli Stati Uniti, e dall’USAID”. Altre fondazioni che risultano coinvolte, sia attraverso il finanziamento che la promozione tecnico-ideologica (vedi: propaganda), sono il National Endowment for Democracy (NED), l’Albert Einstein Institute, Freedom House, e il Dipartimento di Stato USA [13].

Il Presidente del Kirghizistan Askar Akayev aveva infatti parlato di una ‘terza forza’ che stava conquistando il potere nel suo paese. Il termine è stato preso in prestito da uno dei più importanti think tank statunitensi, per il quale la ‘terza forza’ è definita come “… quella forza che fa in modo che le organizzazioni non governative sostenute dall’Occidente (ONG) favoriscano i regimi e cambino la politica in tutto il mondo. La ripetizione regolare di una terza rivoluzione del ‘potere del popolo’ nell’ex Unione Sovietica in poco più di un anno – dopo gli eventi analoghi avvenuti in Georgia nel novembre 2003 e in Ucraina nel Natale scorso – significa che oggi la zona ex sovietica somiglia all’America Centrale negli anni ’70 e ’80, quando una serie di colpi di stato guidati dagli Stati Uniti consolidarono il controllo americano  sull’emisfero occidentale”.

Come il Guardian infatti riporta: “Molti operatori di governo americani degli Stati Uniti, che avevano lavorato in America Latina, hanno effettuato scambi commerciali nell’Europa orientale durante l’amministrazione di George Bush. In particolare Michael Kozak, ex ambasciatore americano in Bielorussia, che su queste pagine nel 2001 si vantava di star facendo in Bielorussia quello che già aveva fatto in Nicaragua: ‘sostenere la democrazia’ “.

Ancora dal Guardian: “Il caso di Freedom House è particolarmente clamoroso. Presieduta dall’ex direttore della CIA James Woolsey, Freedom House è stata uno degli sponsor principali della rivoluzione arancione in Ucraina. Nel novembre 2003 aprì a Bishkek una tipografia che stampava 60 riviste di opposizione. Anche se viene dipinta come stampa ‘indipendente’, l’ente che la possiede è presieduto dal bellicoso senatore repubblicano John McCain, mentre l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale Anthony Lake fa parte del consiglio di amministrazione. Gli Stati Uniti sostengono inoltre le radio e le TV di opposizione locali”. [14]

E così che, ancora una volta, la stessa formula è stata riproposta nelle repubbliche centro-asiatiche dell’ex Unione Sovietica. Questa politica estera americana di promozione delle ‘rivoluzioni dolci’ è gestita da un network di ONG statunitensi e internazionali, nonché think tanks (letteralmente ‘serbatoi di pensiero’). Essa persegue in quella regione gli interessi della NATO, ma soprattutto degli Stati Uniti.

Conclusione

Le rivoluzioni dolci o ‘rivoluzioni colorate’ rappresentano una strategia chiave del Nuovo Ordine Mondiale, che mette in atto, attraverso manipolazioni e inganni, l’obiettivo cruciale di contenere la potenza russa e mantenere il controllo delle risorse chiave. Questa strategia è fondamentale per comprendere la natura imperialistica del Nuovo Ordine Mondiale, soprattutto quando si tratta di riconoscere quando essa viene utilizzata, come ad esempio nelle ultime elezioni iraniane del 2009. La prima parte di questo saggio illustrava la strategia imperiale messa in atto dall’asse USA-NATO per costruire un Nuovo Ordine Mondiale, in seguito allo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1991. Si è detto che l’obiettivo primario era circondare la Russia e la Cina per prevenire il sorgere di una nuova superpotenza. In tutto questo il compito degli Stati Uniti era quello di agire come potenza egemone imperiale con lo scopo di servire gli interessi finanziari internazionali nell’imporre il Nuovo Ordine Mondiale. La seconda parte del saggio si è invece occupata della pratica imperiale americana delle ‘rivoluzioni colorate’, organizzate per promuovere gli interessi degli USA nell’Asia centrale e orientale, seguendo le linee politiche generali, già discusse nella prima parte, di prevenire che la Russia e la Cina espandano la loro zona di influenza e accedere alle principali risorse naturali.

La terza e ultima parte di questo saggio si occuperà della natura della strategia imperiale di costruire un Nuovo Ordine Mondiale, focalizzando l’attenzione sui conflitti crescenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, America Latina, Europa Orientale e Africa, e le possibilità che questi conflitti possano porre le basi per una nuova guerra mondiale contro la Cina e la Russia. In particolare, essa analizzerà quanto accaduto negli ultimi anni, ponendo l’accento sulla natura crescente dei conflitti in corso e il rischio che si verifichi una ‘Nuova Guerra Mondiale per un Nuovo Ordine Mondiale’.


Riferimenti

[1] Michael Dobbs, U.S. Advice Guided Milosevic Opposition. The Washington Post: December 11, 2000: http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn/A18395-2000Dec3?language=printer

[2] Roger Cohen, Who Really Brought Down Milosevic? The New York Times: November 26, 2000: http://www.nytimes.com/2000/11/26/magazine/who-really-brought-down-milosevic.html?sec=&spon=&pagewanted=1

[3] Mark MacKinnon, Georgia revolt carried mark of Soros. The Globe and Mail: November 23, 2003: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_georgia3.html

[4] Mark MacKinnon, Politics, pipelines converge in Georgia. The Globe and Mail: November 24, 2003: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_georgia2.html

[5] Ian Traynor, US campaign behind the turmoil in Kiev. The Guardian: November 26, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/nov/26/ukraine.usa

[6] Jonathan Steele, Ukraine’s postmodern coup d’etat. The Guardian: November 26, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/nov/26/ukraine.comment

[7] John Laughland, The revolution televised. The Guardian: November 27, 2004: http://www.guardian.co.uk/media/2004/nov/27/pressandpublishing.comment

[8] Matt Kelley, U.S. money has helped opposition in Ukraine. Associated Press: December 11, 2004: http://www.signonsandiego.com/uniontrib/20041211/news_1n11usaid.html

[9] Mark Almond, The price of People Power. The Guardian: December 7, 2004: http://www.guardian.co.uk/world/2004/dec/07/ukraine.comment

[10] Mark MacKinnon, Agent orange: Our secret role in Ukraine. The Globe and Mail: April 14, 2007: http://www.markmackinnon.ca/dispatches_ukraine4.html

[11] Daniel Wolf, A 21st century revolt. The Guardian: May 13, 2005: http://www.guardian.co.uk/world/2005/may/13/ukraine.features11

[12] Craig S. Smith, U.S. Helped to Prepare the Way for Kyrgyzstan’s Uprising. The New York Times: March 30, 2005: http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9806E4D9123FF933A05750C0A9639C8B63&sec=&spon=&pagewanted=all

[13] Philip Shishkin, In Putin’s Backyard, Democracy Stirs — With U.S. Help. The Wall Street Journal: February 25, 2005: http://www.iri.org/newsarchive/2005/2005-02-25-News-WSJ.asp

[14] John Laughland, The mythology of people power. The Guardian: April 1, 2005: http://www.guardian.co.uk/world/2005/apr/01/usa.russia

Andrew Gavin Marshall è un Ricercatore Associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (CRG). Attualmente si occupa dello studio di Politica Economica e Storia presso la Simon Fraser University.

L’articolo originale potete trovarlo qui:

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15767

5 Risposte to “Le rivoluzioni colorate e le origini della Terza Guerra Mondiale (2 di 3)”

  1. Anonimo said

    io vorrei sapere se avete scritto qualcosa del Tajikistan,non della ucraina,della serbia.cpt?

  2. Marco said

    L’articolo di Gavin Marshall fa semplicemente cenno al Tagikistan definendolo ‘povero’. Probabilmente per il suo basso PIL pro capite (è 146esimo nel mondo).

  3. Abby said

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