Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Fortapàsc

Posted by Marco su 22 luglio, 2009

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Giampaolo Siani (Libero de Rienzo) era un giornalista de Il Mattino e faceva il corrispondente per Torre Annunziata, centro nevralgico della camorra napoletana. Correva l’anno 1985. Insieme a Rico, amico-collega con il vizio della droga, Giampaolo girava il paese alla ricerca di scoop. A Torre Annunziata era impossibile però fare il giornalista, raccontare la vita del paese, senza scontrarsi con la camorra, le sue ramificazioni, i suoi affari, i suoi uomini, la sua violenza. Giampaolo Siani voleva descrivere tutto questo. Voleva calarsi nel ‘fango’ della criminalità del suo paese. Perché “la pioggia a Torre diventa subito fango”, diceva. Siani amava il suo lavoro. Guadagnava pochissimo e coltivava il sogno di trasferirsi a Napoli per lavorare nella redazione centrale de Il Mattino. Sogno che presto si avverò premiando la sua passione e la sua tenacia. Prima di allora però, contrariamente alle chiare direttive di Sasà, vivace capo redattore interpretato da un eccellente Ernesto Mahieux, Giampaolo non si limitava a riportare i fatti di cronaca nera del paese, ma era solito indagare, cercare di capire cosa c’era dietro un omicidio o una gara d’appalto truccata, qual’era la rete di alleanze di cui i clan di Valentino Gionta e dei Nuvoletta si servivano. Ma la determinazione e la verginità intellettuale di Giampaolo Siani non potevano convivere con la corruzione di Fortapàsc, come, in un frenetico comizio, il sindaco (Ennio Fantastichini) ebbe a definire il paese di Torre Annunziata. Per questo Siani morì, a soli 26 anni, il 23 settembre 1985, ucciso e ammutolito a colpi di arma da fuoco mentre faceva ritorno a casa.

Prima di vedere il film di Marco Risi non conoscevo la storia di questo ragazzo con la passione per il giornalismo di inchiesta, la cui vicenda ricorda molto da vicino quella di Peppino Impastato, un altro giovane martire della lotta al crimine organizzato. Fortapàsc è passato nelle sale senza fare molto rumore, a differenza del suo ‘cugino’ Gomorra, lungometraggio divenuto in breve popolarissimo varcando i confini nazionali e lanciando persino i suoi attori protagonisti nei reality televisivi. Fortapàsc e Gomorra raccontano la stessa realtà attraverso due punti di vista diversi. Se Fortapàsc punta i riflettori sugli affari della camorra, Gomorra ne studia l’apparato militare affondando le mani nella violenza di quartiere e nel degrado sociale che le fa da sfondo. Sono due lati della stessa medaglia. Una medaglia, però, che stranamente brilla solo da un lato. Dico questo perchè trovo emblematico che Gomorra abbia incassato più di dieci milioni di euro, mentre Fortapàsc si sia fermato a 702 mila euro. Il successo del libro di Saviano non è sufficiente a spiegare questo sbilanciamento di popolarità.

Credo invece che questo caso rientri in una strategia ben definita che ha come obiettivo quello di educare la gente a pensare la mafia e la camorra come semplici fenomeni di deviazione sociale, rappresentati da mitragliette, coppole e arredi kitsch. Per questo in tv e al cinema abbondano storie di criminalità di strada e di violenza tra bande, mentre film come Un eroe borghese o Fortapàsc attraversano i palinsesti e le sale cinematografiche solo in punta di piedi. Per ricordare la mafia oggi resistono solo le commemorazioni delle stragi di Capaci e via d’Amelio, o la vicenda di Peppino Impastato, che ormai sono entrati nella melassa della retorica antimafia che lascia passare il messaggio che la mafia sia un problema ormai risolto, appartenente al passato, indegno di entrare a far parte del dibattito politico. Minima copertura mediatica e nessun dibattito politico invece sulle ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino a proposito del ‘papello’ che Riina consegnò allo Stato dopo le stragi dei primi anni Novanta. Nulla anche sui processi al generale Mori o alla strage di via D’Amelio, in cui fu trafugata la preziosa agenda rossa che Borsellino usava per appuntare i risultati delle sue indagini. Nessuno ha mai sentito parlare dell’agenda rossa di Borsellino, mentre ci hanno tempestato le tempie per anni con il pigiama sporco di sangue della Franzoni. ‘Iceberg‘, trasmissione di Telelombardia condotta da David Parenzo, è stato l’unico programma che ha cercato di approfondire queste tematiche, mentre i grandi canali nazionali sono in stand-by con Porta a Porta Estate sugli ‘amori del secolo’ e Matrix Estate che, chissà, dopo i tormentoni estivi, forse stasera si occuperà delle spiagge più ‘cool’.

Forse ha ragione Sasà, quando dice a Giampaolo Siani in una scena del film: “Questo non è un paese di giornalisti giornalisti, ma solo di giornalisti impiegati”. Voto: 7.

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4 Risposte to “Fortapàsc”

  1. Marina said

    Beh, che dirti…se pensi che riguardo la “vicenda di Peppino Impastato” sia rimasta solo una melensa commemorazione ti consiglio di informarti meglio. Per questo ti mando il link del nostro sito
    http://www.peppinoimpastato.com. Già, faccio parte dell’Associazione Peppino Impastato-Casa Memoria, che oggi ha sede in quella che era l’abitazione di Felicia, la mamma di Peppino, e che oggi è diventata “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”. Devo dirti che con tutti gli sforzi e i sacrifici personali e collettivi stiamo facendo del nostro possibile non solo per portare avanti la memoria di Peppino, ma anche per dare continuità al suo percorso di lotta politica in difesa dei diritti di tutti e contro la mafia.

  2. I dibattiti e la copertura mediatica oggi bisogna cercarli in Rete, dove c’è un gran movimento e, credo, ce ne sarà sempre di più.
    Ecco un’altra iniziativa che spero ci porterà da qualche parte…
    Jean-Marie

  3. Marco said

    Ciao Marina. So benissimo de La casa della memoria nell’abitazione della madre di Peppino e dell’Associazione Peppino Impastato.
    Ti consiglio di leggere questo mio post:
    https://marcomessina.wordpress.com/2008/10/09/peppino-impastato/
    Forse avrei dovuto linkarlo.
    Non ho mai parlato di ‘melensa commemorazione’. Ho parlato di ‘melassa della retorica antimafia’, dove con questa espressione volevo evidenziare la deriva retorica a cui sono giunti certi temi dati in pasto ai media. Non è assolutamente mia intenzione mancare di rispetto a colossi della lotta contro la mafia come Peppino Impastato, Falcone e Borsellino. Ritengo però che ormai citare certi personaggi sia diventato un facile esercizio per chi, giornalisti o politici, vuole mostrare impegno nella lotta antimafia. Proprio ieri sera, dopo le mille trasmissioni sullo sbarco lunare, Gianni Minoli si è deciso a mandare in onda una puntata sulla strage di via d’Amelio. E’ stata l’ennesima puntata dominata dalle lacrime dei parenti degli agenti della scorta, la cronaca delle ore precedenti la tragedia e il racconto di un sopravvissuto alla strage. Una puntata commemorativa che sarebbe stata perfetta se trasmessa a qualche anno dalla strage. Ma oggi c’è bisogno di giustizia, esattamente come pretendevano furiosi i palermitani al funerale del giudice Borsellino, di capire cosa è davvero accaduto in quegli anni e a che punto sono le indagini. Questo dovrebbe essere il lavoro di un ‘giornalista giornalista’, per tornare a Fortapàsc. Tra la commozione generale, il ‘giornalista impiegato’ Minoli ieri sera (ieri notte, a dir la verità) avrebbe potuto citare gli ultimi sviluppi del processo sulla strage oppure dar voce ai fratelli del giudice ucciso, Rita e soprattutto Salvatore Borsellino. Quest’ultimo in particolare sta conducendo da anni una battaglia per la verità sulla morte di suo fratello sostenendo forti collusioni tra mafia e Stato, una battaglia che sta avendo una copertura mediatica pari a zero, mentre le più importanti trasmissioni tv si dedicano alla ricerca ossessiva della lacrima facile, come un servizio di Studio Aperto in cui un un gorilla allatta un cane. E’ questa la ‘melassa’ che mi disgusta, Marina. Non certo l’impegno della vostra associazione.

    • Marina said

      Ecco, appunto. E’ bene distinguere l’antimafia di facciata dalla vera resistenza che viene portata avanti da tante piccole realtà come la nostra. Il nostro è un vero e proprio “fare politica”. Perchè fare antimafia nel vero senso del termine oggi più che mai vuol dire portare avanti una lotta politica e sociale. Perché la mafia oggi è il sistema da contestare. Certo ci fanno preoccupare queste finte manifestazioni di rispetto e di vicinanza per figure come quella di Peppino, soprattutto perché finiscono per oscurare ed isolare quei pochi che con sacrificio tentano di dare concretezza ogni giorno al loro esempio.

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