Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

The Wrestler

Posted by Marco su 7 giugno, 2009

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Non ho mai creduto nei concorsi a premi. In quelle gare, cioè, in cui a decretare il vincitore non è una palla che entra in rete o a canestro, ma l’opinione di un giurato che, per quanto esperto possa essere, esprime semplicemente un parere soggettivo, e quindi criticabile. A questo si aggiungano, quando si parla di kermesse cinematografiche, gli interessi commerciali delle major che, per ovvie ragioni di marketing, premono per poter esibire in locandina un bel Golden Globe, un Leone d’Oro o un Oscar. The Wrestler ha vinto il Leone d’Oro e due Golden Globe, premi che non devono trarre in inganno quando si sceglie di vederlo. Dico questo perchè il film di Darren Aronofsky non merita tutto il clamore che lo ha accompagnato. L’interpretazione di Mickey Rourke è senza dubbio di alto livello e degna di menzione, ma rappresenta l’unico pilastro su cui si regge l’intera struttura della pellicola. Il brano di Bruce Springsteen, che è valso il secondo Globe al film, accompagna solo i titoli di coda, quando gli spettatori sono già in fila all’uscita, a differenza di Streets of Philadelphia, emozionante tema musicale di Philadelphia di Johnathan Demme, composto ancora da Springsteen, che accompagnava il protagonista, e con sè lo spettatore, nei momenti più intensi del film. La musica al cinema è fondamentale, alla stregua di un attore: può scandire il ritmo di una scena, esaltarne la solennità, la drammaticità, l’energia o la dolcezza. Non si può relegarla in fondo. Pensate al tema de Il Padrino di Nino Rota confinato alla fine del film: probabilmente non lo ricorderebbe nessuno. Come penso accadrà alla ballata di Bruce Springsteen premiata dalla HFPA. La storia di ‘The Ram’ non contiene alcuna originalità. Un lottatore ormai in declino, con problemi fisici che gli impediscono di tornare a combattere e un rapporto difficile con la figlia, che rimedia un lavoro manuale ma non riesce a resistere al richiamo del ring fa subito pensare a Rocky Balboa. Con quella saga Sylvester Stallone ha detto tutto, calcando forse anche un pò la mano. E’ inutile quindi tornare sull’argomento. Il tentativo di donare umanità al personaggio centrale del film con la storia della figlia dimenticata e rancorosa, e per giunta lesbica, classico segnale di forzatura narrativa che interviene quando si teme che la minestra possa risultare troppo insipida, appare goffo e frettoloso. Bastano tre incontri con la figlia per avvicinarla, conquistarla e poi perderla nuovamente. The Wrestler è chiaramente una scaltra operazione commerciale finalizzata a rilanciare l’immagine di Mickey Rourke. Ma non basta una lacrima su un viso stirato dalla chirurgia per realizzare un buon film. Voto: 5.

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