Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Peppino Impastato

Posted by Marco su 9 ottobre, 2008

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Venerdì scorso, a Opera, in provincia di Milano, si è tenuto un incontro sulla figura di Giuseppe ‘Peppino’ Impastato e della sua lotta tenace contro la mafia. Attraverso le testimonianze di Salvo Vitale, amico storico di Peppino, e del fratello Giovanni, sono stati passati in rassegna tutti i momenti salienti della sua vita: dalla fondazione di Radio Aut alla morte del padre. Fino alla sua di morte, avvenuta a causa dell’esplosione di una carica di tritolo posizionata lungo il binario della ferrovia che collega Palermo con Trapani, a soli trent’anni. La vita di Peppino Impastato è un inno alla ribellione al potere illegale dei trafficanti di droga e di armi, al potere dilagante della mafia che con i suoi metodi ha ridotto la Sicilia ad un gregge di pecore impaurite. Peppino urlava tutta la sua rabbia dai microfoni di Radio Aut, che portava la sua voce nelle case degli abitanti di Cinisi, piccolo paese della provincia di Palermo in cui era nato e cresciuto. Usando le armi del sarcasmo e dello sberleffo, Peppino si prendeva gioco della mafia, ridicolizzando i suoi boss e dimostrando loro che Radio Aut non li temeva ed era pronta a denunciare tutti i loro sporchi affari, facendo nomi e cognomi. A cominciare da ‘zio Tano’, quel Gaetano Badalamenti, concittadino di Peppino, boss di Cosa nostra degli anni ’70 e capo mafia della città di Cinisi, morto negli Stati Uniti nel 2004 dopo che il tribunale lo condannò all’ergastolo per l’assassinio di Peppino Impastato. La testardaggine, il coraggio e l’indefessa difesa della legalità di Peppino erano diventate scomode per la mafia, che decise di ucciderlo in una giornata che l’Italia non dimenticherà mai. E non per la morte del giovane attivista di Cinisi, ma per il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, la cui notizia occupò tutti i telegiornali e la stampa dell’epoca, relegando la storia di Peppino Impastato nei trafiletti. La conoscenza dei forti legami che in quegli anni la mafia intesseva con la politica, e in particolare con la Dc di Moro e Andreotti, induce a nutrire più di un sospetto sulla strana coincidenza temporale tra la scoperta del cadavere del leader Dc e quella di Peppino Impastato. Il silenzio sulla storia di Impastato è stato in parte spezzato soltanto nel 2000, grazie al film di Marco Tullio Giordana ‘I cento passi’. Oggi a Cinisi la casa di Peppino Impastato è diventata la Casa della Memoria, un museo visitato da migliaia di visitatori da tutta Italia, ma non dagli abitanti di Cinisi. “E’ un corpo estraneo all’interno del paese”, denuncia Salvo Vitale, che, dalla piccola emittente televisiva di Partinico Telejato, continua oggi le battaglie di Peppino sostenendo che la mafia a Cinisi esiste ancora, e più forte di prima, a dispetto delle rassicurazioni della politica locale. E testimonianza di questo è il ritrovamento del boss Salvatore Lo Piccolo, avvenuto proprio nelle campagne di Cinisi, molto probabilmente coperto e protetto dalla polizia e gli amministratori del luogo. E’ proprio questa connivenza, questa vergognosa e infame complicità, che la storia di Peppino Impastato insegna ad odiare e denunciare ad alta voce. Stupisce il racconto di Salvo Vitale, quando ricorda la volontà della polizia di chiudere presto il caso della morte di Peppino, dichiarando accertate le circostanze del suicidio. Vitale ricorda che, insieme gli altri amici di Peppino che non credevano alla versione accreditata dalle forze dell’ordine, indagò privatamente sull’accaduto, fino ad essere fermato dalla stessa polizia che arrivò perfino a chiudere gli occhi davanti ad alcuni massi macchiati di sangue, ritrovati nei pressi dell’auto di Peppino Impastato, liquidando quelle macchie come derivanti da sangue mestruale (!). Queste ed altre assurdità saranno poi smascherate dal processo che condannò all’ergastolo il boss Badalamenti. La mafia fa parte del passato ma anche del presente. La mafia è nelle istituzioni, nella politica e nell’imprenditoria. Lo avevano capito Rocco Chinnici, il generale Dalla Chiesa e i giudici Falcone e Borsellino. Tutti caduti per difendere lo Stato, oggi irriso da uomini collusi che, in nome del consenso popolare, perpetuano lo stato attuale delle cose legittimando l’illegalità. Nella società odierna manca un patto etico tra gli elettori e tra gli eletti, denuncia l’ex sindaco di Palermo e oggi rappresentante dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando, anch’egli presente all’incontro di Opera. Un regolamento morale che superi l’esigenza legislativa e consenta di espellere quegli uomini che sono entrati in contatto con personalità mafiose o legate alla criminalità organizzata. Una sorta di sistema immunitario che protegga la parte pulita della società da uomini come Vladimiro Crisafulli, menzionato da Peter Gomez, presente insieme agli altri sul palco del Teatro Eduardo di Opera. Crisafulli è stato filmato nel 2002 in compagnia del boss mafioso di Enna Raffaele Bevilacqua, ma, nonostante questo, è stato candidato e quindi eletto al Senato nelle file del PD. Questa però è solo la punta visibile dell’iceberg che emerge dal mare della corruzione nel nostro Paese. L’amicizia tra la polizia di Cinisi e Tano Badalamenti ci insegna che il problema della mafia in Italia non si risolve arrestando Riina e Provenzano, ma indagando sui colletti bianchi e sul potere criminale mascherato da istituzione. Ed è per questo che un giornalista come Lirio Abbate, che da anni si occupa di mafia militare, ha visto la sua vita in pericolo soltanto dopo aver iniziato ad indagare sui rapporti tra mafia, politica e industria. Una informazione completa, continua e tambureggiante sul fenomeno mafioso è il principale antidoto al degrado morale che ha permesso a Cuffaro e Crisafulli di sedere in Parlamento ed al mafioso di Stato Andreotti di leggere nientemeno che La Bibbia in tv.
“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Paolo Borsellino.

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