Spazio Libero

La verità è sempre la correzione di un errore, e quindi l'errore fa parte della verità. (Giuseppe Prezzolini, 1980)

Il Divo

Posted by Marco su 10 giugno, 2008

Non basta un lungometraggio di un’ora e cinquanta minuti per raccontare la vita di un uomo che rappresenta sessantant’anni di politica del nostro Paese. Forse non basterebbe neanche un documentario di dieci ore. Andreotti, infatti, non riesce a darsi pace nella ricerca della motivazione che ha spinto le Brigate Rosse a rapire Moro e non lui che avrebbe potuto “parlare per un anno” con loro di tutto quello che conosceva. Il film di Sorrentino non va solo visto, ma va seguito. Ed è difficile seguirlo se non si è già informati in partenza. Nelle prime scene si assiste alla sfilata di tutti i luogotenenti di Andreotti, da Paolo Cirino Pomicino a Salvo Lima, da Vittorio Sbardella a Flavio Evangelisti. Tutti vengono presentati in pompa magna, con scene rallentate e inquadrature dal basso che esaltano l’importanza del personaggio. Ognuno di loro poi si ritrova attorno al Divo che si fa radere la barba mentre pontifica e decide delle sorti dell’Italia alle prese con il settimo governo Andreotti. Sembra di vedere Al Capone ne Gli Intoccabili o Vito Corleone ne Il Padrino Parte Seconda. E forse l’allusione di Sorrentino non è così tanto casuale. In questo film c’è tutta l’Italia. L’Italia dei talenti artistici come Toni Servillo e Paolo Sorrentino e l’Italia delle mafie e della politica corrotta e ammanicata. ‘Il Divo’ è un chiaroscuro tricolore che fotografa l’ambiguità e il mistero del politico italiano più famoso all’estero restituendo l’immagine di una nazione che per troppi anni è rimasta passivamente disinformata mentre piangeva Falcone e votava DC. Voto: 8.

Colgo l’occasione per pubblicare un post che ho scritto qualche tempo fa.

“Il potere logora chi non ce l’ha”

Sabato sera, facendo zapping in Tv, la mia attenzione si è concentrata su un programma condotto da Carlo Conti in onda su Raiuno. Tra gli ospiti della serata c’era il sette volte Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. Trattato da tutti con reverenza e rispetto, quasi come un marziano tra i terrestri, l’ottantottenne politico più famoso d’Italia sedeva tra Katia Ricciarelli, Paolo Brosio e altri noti personaggi dello spettacolo. Ma lo spettacolo era la sua esile figura rannicchiata sulla sedia e intenta a pigiare i tasti di un telecomando rispondendo a domande di cultura generale. Cosa c’è di male? Niente. Chi è Giulio Andreotti? Un politico. Un grande politico, direbbero tutti. La memoria storica e sociale di 60 anni di vita politica del nostro paese, direbbe forse un giornalista. Un politico dal passato pieno di ombre e luci, che forse ha commesso degli errori, ma che ha anche pagato il suo debito con la Storia e la Giustizia, direbbe un giornalista distratto. Un politico riconosciuto dalla Corte d’appello di Perugia, sulla base della sentenza emessa il 2 maggio 2003 e poi confermata dalla Cassazione il 15 ottobre 2004, colpevole del reato di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980, direbbe un giornalista attento e coraggioso. Secondo la Corte d’appello, Andreotti, «con la sua condotta (…) (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi». I fatti a cui la sentenza si riferisce riguardano gli incontri dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti con il superboss del periodo ‘precorleonese’ Stefano Bontade, mandante dell’omidicio di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicila, nonché amico e compagno di partito di Andreotti, colpevole di non essere sceso a patti con la mafia. Il Presidente del Consiglio incontrò il boss prima e dopo l’omicidio avvenuto il 6 gennaio 1980. Andreotti avrebbe potuto salvare l’amico perché al corrente del pericolo, ma «nell’occasione, non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni». Nella sentenza di primo grado si legge che l’esimio onorevole intrattenne rapporti con Michele Sindona, banchiere e avvocato condannato come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle sue banche. Testualmente, Andreotti «adottò reiteratamente iniziative idonee ad agevolare la realizzazione degli interessi del Sindona nel periodo successivo al 1973», così come fecero «taluni altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2». La sentenza di Cassazione afferma, inoltre, che sono provati i rapporti dell’imputato con Salvo Lima, leader della corrente politica andreottiana in Sicilia e referente di Cosa Nostra, come dimostra la relazione finale della Commissione Parlamentare antimafia del 1993, assassinato per mano mafiosa nel 1992; Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo condannato in via definitiva per mafia e i cugini Ignazio Salvo e Nino Salvo, condannato per mafia e poi ucciso da Cosa Nostra, il primo, morto per cause naturali poco prima dell’inizio del maxi-processo di Palermo per il quale era stato rinviato a giudizio, il secondo. Si legge nella sentenza della corte di Cassazione, «che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo, Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi, che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità». Sulla base della deposizione del sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, nel 1985, l’allora Ministro degli Esteri Giulio Andreotti, incontrò anche il boss mafioso Andrea Manciaracina, sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina. Stramandino era incaricato di sorvegliare il ministro che avrebbe tenuto un discorso a Mazara del Vallo. Andreotti ebbe la spudoratezza di raccontare ai giudici che in quell’incontro si parlò di pesca e nient’altro, ma i giudici non la bevvero dichiarando «inverosimile» la versione del politico. La sentenza della Corte d’Assise di appello di Perugia assolve Andreotti per i fatti accaduti dopo la primavera del 1980 per insufficienza di prove, mentre dichiara prescritti i reati di associazione a delinquere commessi prima di quel periodo. Il reato di associazione a delinquere ha un tempo di prescrizione di 22 anni e 6 mesi. La sentenza di appello è arrivata nel maggio del 2003, 23 anni dopo la primavera del 1980. Se fosse arrivata 5 mesi prima Andreotti sarebbe stato condannato.

Ricapitolando, la giustizia italiana riconosce Giulio Andreotti colpevole di aver incontrato boss mafiosi del calibro di Bontade favorendo Cosa Nostra e profittando dei suoi alti incarichi istituzionali, ma non lo condanna perché il reato di associazione a delinquere è caduto in prescrizione, per cui l’imputato non è più punibile.

Credo ci siano sufficienti elementi per bandire Andreotti da ogni rivista o quotidiano, dalle televisioni, dalle manifestazioni pubbliche, dai seminari universitari e, soprattutto, dal Parlamento della Repubblica Italiana.

Oggi, invece, l’ex Presidente del Consiglio è senatore a vita, è stato recentemente proposto dal Centrodestra alla seconda carica dello Stato nello scorso maggio, viene interpellato sovente dalle televisioni e dalla stampa sui fatti di cronaca e di politica ed è financo invitato nei varietà televisivi nei momenti di massimo ascolto. Davvero troppo!

Chi è allora Giulio Andreotti? Beh, a questo punto si può proprio dire che è un mafioso. Però, il ‘gobbo’ in Tv non ci sta poi così male…

Riferimenti:

PUBBLICATO IL 15 GENNAIO 2007 SU http://marcomessina.spaces.live.com

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2 Risposte to “Il Divo”

  1. Ciao Marco: arrivo da te dopo una sosta (estenuante!) sul blog de “Il Pensatore” che mi ha fatto l’onore di lasciare sue perle di saggezza in un mio post sulle decreto anti intercettazioni…
    Ma c’è o ci fa?

    Parlando d’altro: non avevo intenzione di andare a vedere il film di Sorrentino, ma – dopo aver letto le tue considerazioni – lo farò senz’altro: grazie per la segnalazione.

    Ti abbraccio.

  2. Marco said

    Ciao Bastian Cuntrari.

    Le idee del cosiddetto ‘Pensatore’ sono allineate a quelle dei sostenitori più accaniti di Berlusconi, qualsiasi cosa egli faccia. E’ come se avessero firmato un patto di fedeltà a cui sottrarsi costa la vita. L’ultima porcata anti-intercettazioni è lì a dimostrare che siamo governati da un professionista del reato che sfrutta il suo potere per farla franca. E tutto questo sotto il nostro naso. La gente si beve il decreto sicurezza e poi si becca la legge sulle intercettazioni che della sicurezza se ne sbatte. Si beve l’eliminazione dell’Ici ma presto vedrà aumentare magati il ticket sanitario o calare la qualità dei servizi comunali. E’ impossibile difendere Berlusconi se si è informati. Chi lo difende non si informa. E anche chi lo vota.

    Bye,
    Marco

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