
I temi di politica internazionale sono totalmente assenti da quello che noi chiamiamo dibattito politico. Ci riempiamo la bocca di paroloni come ‘crisi dei mercati’, ‘globalizzazione’, ‘congiuntura economica’, senza avere la minima idea di quel che accade nel mondo. I media italiani sono come casalinge: si dedicano per lo più alle faccende di casa, quali celebrazioni per la Patria, beghe di partito, nomine Rai, emergenza criminalità, cronaca nera, ecc. Latitano quasi del tutto i grandi fatti di politica estera. Non si approfondiscono i rapporti di forza tra gli stati, gli accordi intrapresi, lo stato delle guerre, i flussi monetari, le condizioni di vita dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, le economie locali, ecc. Non si conoscono i protagonisti che operano nei teatri internazionali, nè i reporter freelance che rischiano la vita per raccontare il mondo o esperti di affari internazionali. La tv non fa che propinarci i soliti giornalisti-opinionisti alla Massimo Giannini o Antonio Polito, che al di là delle scaramucce tra Berlusconi e Franceschini non sanno spingersi. Eppure siamo il paese di Ilaria Alpi, Italo Toni, Graziella de Palo e Tiziano Terzani. Quando è stato eletto Obama, i salotti televisivi tracimavano di retorica e analisi generiche. Nessuno si è preso la briga di indagare sui componenti dello staff presidenziale, i loro precedenti incarichi e le loro estrazioni culturali. Ci si è limitati a soddisfare la sete onirica dell’opinione pubblica con il mito del ‘presidente venuto dal basso’, scimmiottando il lavoro dei cineasti di Hollywood. Oltre a non informare, questo contribuisce ad alimentare una cultura del nulla, superficiale, che impedisce di capire il sistema che regola le cose. Io stesso non ci capisco ancora niente. Ma almeno ho la consapevolezza di non capire abbandonando la presunzione di intendermi di politica solo perchè conosco a memoria i nomi dei ministri e i temi del prossimo referendum. Prendiamo ad esempio il recente discorso del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad durante la conferenza ONU sul razzismo. Le sue parole hanno suscitato reazioni in tutto il mondo, mentre in Italia, per due giorni consecutivi, i principali programmi di informazione politica si occupavano insieme di terremoto e cronaca nera con le solite facce a riempire i vuoti tra uno spazio pubblicitario e l’altro. I tg, invece, riprendevano la notizia, dando però particolare risalto alle accuse di antisemitismo contro Ahmadinejad e alla plateale protesta di alcune delegazioni europee che hanno abbandonato la sala durante l’intervento del leader iraniano. L’immagine che ne deriva è quella di un leader esaltato che vuole cancellare uno stato democratico e nega l’esistenza dell’Olocausto, che odia l’America e minaccia guerra. Un nemico, insomma. La verità, però, è come sempre un’altra. Al contrario delle mitizzazioni mediatiche, il discorso di Ahmadinejad è condivisibile. E’ un discorso duro e accusatorio, ma allo stesso tempo di pace e amichevole. E l’assenza degli Stati Uniti è significativa, e grave. Per capire cosa è successo a Durban, bisogna partire dalle parole di Ahmadinejad, e non dai commenti che hanno suscitato, come suole fare la tv. Ecco alcuni passaggi cruciali del discorso di Ahmadinejad davanti alle Nazioni Unite (o quasi): “Quali sono le cause profonde dell’ attacco statunitense all’Iraq o dell’invasione dell’Afghanistan? C’è stata altra motivazione all’invasione dell’Iraq, oltre alla tracotanza della precedente amministrazione americana e alle crescenti pressioni da parte dei detentori di potere e ricchezza, intenzionati ad espandere la loro sfera di influenza, impegnati a rincorrere gli interessi dei giganti produttori di armi a danno di una nobile cultura con un bagaglio storico di migliaia di anni, e nello tempo tempo ad eliminare le minacce reali e potenziali al regime Sionista provenienti dai Paesi musulmani, conquistando il controllo e lo sfruttamento delle risorse energetiche del popolo iracheno? [...] E perché i miliardi di dollari di queste azioni militari devono essere pagati dai cittadini americani? Non è vero che l’azione militare contro l’Iraq è stata pianificata dai Sionisti e dai loro alleati all’interno della precedente amministrazione statunitense con la complicità dei Paesi produttori di armi e dei detentori della ricchezza? [...] Gli Stati Uniti e i loro alleati non solo hanno fallito nel ridurre la produzione di oppio in Afghanistan, ma la sua coltivazione si è addirittura moltiplicata nel corso dell’occupazione. L’interrogativo fondamentale allora è – qual è stata la responsabilità e il ruolo svolto dall’amministrazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati? Erano lì in rappresentanza degli altri Paesi del mondo? Hanno ricevuto un mandato da essi? Sono stati autorizzati dai popoli del mondo ad interferire ovunque, e naturalmente soprattutto nella nostra regione? Oppure le iniziative intraprese sono un chiaro esempio di egocentrismo, di razzismo, di discriminazione o di violazione della dignità e dell’indipendenza delle nazioni?”. Gli interrogativi di Ahmadinejad trovano conferma nel pensiero di tanti analisti e intellettuali al di fuori da ogni sospetto o accusa di antisemitismo o razzismo. Basta leggere Noam Chomsky o Norman Filkenstein per capirlo. Quest’ultimo non è un musulmano jihadista o filoiraniano, ma un ebreo. I suoi genitori sono scampati all’Olocausto e non avrebbe nessun interesse a criticare lo Stato di Israele se questo non fosse responsabile di continue atrocità ai danni dei palestinesi di Gaza. Anche riguardo alle denunce sull’inefficacia dell’azione militare statunitense in Afghanistan, le parole di Ahmadinejad sono avallate da una indagine dell’UNODC, nella quale si legge che la produzione di oppio in Afghanistan è raddoppiata dopo l’attacco americano del 2001. Dall’analisi delle parole del leader iraniano emerge chiaramente come le sue accuse siano rivolte non agli ebrei, ma ai sionisti, riferendosi ai cartelli di potere con sede a Londra e Washington che, muovendo dalle tesi partorite da Theodor Hertzl e poi ufficializzate nel Congresso sionista di Basilea del 1897, hanno pianificato e poi attuato il lento sterminio del popolo palestinese, sulle cui spoglie è sorto poi lo Stato di Israele. Tutto questo è confermato da una enorme mole di dichiarazioni, testimonianze e documenti ufficiali, meticolosamente elencati ad esempio da Paolo Barnard nel suo illluminante saggio ‘Perchè ci odiano’. Gli USA e la Gran Bretagna, spalleggiati da altri stati europei, come l’Italia, da anni conducono una politica estera imperialista con l’unico obiettivo di estendere il loro dominio sugli stati e le loro risorse. Con il pretesto di esportare la democrazia ed appropriandosi di una autorità morale mai conferita loro da alcuno, hanno fomentanto dissidi e rivoluzioni finanziando organizzazioni terroristiche che oggi fingono di combattere. I palestinesi sono solo le ultime vittime dei progetti globalisti di Washington. A Gaza la popolazione muore di fame e di stenti abbandonata da tutti. Perfino il Papa lesina parole di conforto nei confronti dei palestinesi, mentre annuncia visite ad Israele e riconoscimenti per lo Stato ebraico, legittimando di fatto uno tra gli stati più militarizzati al mondo, che ha violato 72 risoluzioni dell’Onu, che impedisce a più di un milione di uomini, donne e bambini ammassati in 140 miglia quadrate di ricevere farmaci e viveri. Allora chi è razzista? Un uomo a capo di un paese tutt’altro che modello, ma che denuncia queste aberrazioni umane e ipocrisie di stato e auspica che i palestinesi esercitino la loro libertà di scegliere il proprio governo, o chi difende uno stato nato sul sangue dei palestinesi deportati e sterminati dalle bande armate Irgun e Stern e che vanta nella sua storia primi ministri come Menachem Begin o David Ben Gurion, che non esitavano a definire i palestinesi ‘bestie con due gambe’ e istigare all’odio ed alla pulizia etnica della popolazione araba?